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                                                                           DEED
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                                                                           Autoproduzione
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Una nuova band italiana si affaccia al panorama metallico; lo fa saggiando il terreno con un EP. Questi ternani esistono dal 2012 e a loro non sembrano interessare i nuovi suoni, anzi, sembrano avere grande piacere a cercare il passato anche più lontano, quello in cui il rock non aveva ancora preso l’estremismo del metal (lo si nota soprattutto nella traccia n.5).
Prima di tutto parliamo della resa tecnica. Se fosse nato tra il 1980 e il 1983, questo minicd sarebbe suonato ottimamente e sarebbe stato accettato su vinile senza problemi. Un mucchio di altri gruppi in quegli anni non ottenevano un sound buono come questo; quindi mi complimento e in effetti mi ha dato piacevoli sensazioni nostalgiche di un passato che ho vissuto con grande passione. Ma in qualcosina la produzione pecca per limpidezza rispetto allo standard odierno. Resta però il fatto che le song tengono e l’ascolto viaggia senza intoppi.
Sento una buona estensione vocale, anche potente, che ancora non è sfruttata del tutto; come se non sempre il cantante sappia dosarla e gestirla al meglio; tonalità alta ma timbro non completamente efficace. In realtà una delle migliori voci attualmente in campo in Umbria ma che necessita di raffinarsi e maturare. A volte, in alcuni passaggi, si percepisce qualche incertezza, ma globalmente mantiene bene la melodia. Penso che parte del suono della voce sia penalizzato dalla produzione tecnica.
La chitarra ritmica offre una ottima corposità, anche se non ovunque. I riff sono netti e decisi, sufficientemente aggressivi, ma non sempre alla massima potenza, anche quando dovrebbero. Quando invece è solista, la chitarra inserisce ovunque orpelli e decorazioni sottolineando passaggi e variazioni. Non sempre entra con il dovuto impatto ma è interessante la ricchezza delle idee e la cura compositiva. Anche gli assoli veri e propri sono belli, talvolta scontati, ma il più delle volte intriganti. Soprattutto il fischio prodotto (in due brani) è molto ficcante; non è il solito fischio che intercala l’assolo, ma diventa tonico in sé, quale elemento principale. Il suono del basso talvolta andrebbe reso più denso, ma ho apprezzato il volerlo far presente spesso tra un passaggio e l’altro non lasciandogli solo il semplice ritmo; forse dovrebbe essere più scorrevole. Per la batteria penserei al bisogno di renderla più complessa, ma comunque il semplice 4/4 usato non penalizza le canzoni, poiché si esprime con efficace tonicità. Da citare il vero batterista che è Riccardo Pucci (detto “Porta lu vinu” e ne andrebbe indagato il perché), prestatosi in attesa di drummer ufficiale, trovato poi in Dottori verso la fine delle incisioni.
“BEER’N’ELECTRIC GUITARS” e “GOOD RAZOR” sono i due pezzi migliori, ma non solo, sono brani di valore in se stessi anche senza paragonarli all’interno dell’ep.
La prima è una canzone perfetta per l’impatto di inizio album. Veloce e incalzante. C’è un acuto iniziale, che però non si ripeterà più, eppure non sembra che fatichi. La voce infatti poi mantiene alta tonalità, e in alcuni frangenti il tono alto a fine frase si mantiene con voce piena. E cori posti al posto giusto. Quando inizia la parte solista il fischio è magnifico e quando partono il secondo e il terzo assolo (ma soprattutto il secondo che il terzo è a volume leggermente più basso) i loro inserimenti sono azzeccatissimi. Il feeling, sia nel riffing che nel cantato, ricorda prepotentemente proprio il metal italiano dal 1980 al 1984, molto più che la N.W.O.B.H.M. inglese. Anche la produzione non è male, anche se leggermente penalizza la voce in circoscritti momenti.
Si afferra con competenza l’ascoltatore, e si sente la passione della band. La seconda (“Good Razor”) trattasi di stupenda suite (dieci minuti e 47 secondi) divisa in tre parti che testimonia la voglia di rischiare e il carattere scevro da soggezione. Nonostante la presenza moderna del riffing, l’insieme è più anni ’70 che ’80, con spirito progressive legato all’Hard Rock viscerale. La prima parte è appunto piuttosto settantiana. Dopo 3 minuti e 35 inizia la seconda parte con una morbida chitarra liquida per una rarefazione che fa da pausa prima di un riff più tosto e metal, su cui si innestano due tipi di linea melodica: la migliore delle due è quella che precede l’altra. L’assolo, che dal vivo è di quel tipo acido che potrebbe durare all’infinito come andava nei live anni ’70, termina questa sezione. Infine inizia la fase numero tre: un melmoso e atmosferico incedere, lento, interessantissimo, che amplia la verve prog della composizione; anima aiutata da un pianoforte bluesato che riempie con grande pathos un sound che è quasi allacciato allo Stoner anni ’90, ma anche ai Doors, recependo quindi pure il colore anni ‘60. E’ proprio il piano la super idea della band, il quale si fa attore principale e si fonde con il fischio finale e il riffing polveroso: è la prova di un gusto artistico di spessore.
La minore tra tutte le composizioni è “Don’t forget my name”, e in qualche modo, sapere che è stata la prima composizione originale pensata dalla band, fa capire la sua minore personalità. Si tratta del pezzo più Maideniano dell’ep.; una bella cavalcata che dà la sensazione del già sentito. Penalizzata anche dalla registrazione, e per chitarre il cui suono non è perfetto né nei riff né nella parte solista, perdendo anche un po’ di fluidità esecutiva.  Non esaltante la prova di “Without glory”, ma penso che se fosse affrontata con più risolutezza acquisterebbe un sacco di punti; è una interessante song che avrebbe un certo valore poiché è quella meno vintage, con una attitudine all’orecchiabilità (parte chitarristica bella ma il cantato, pur non banale, non convince per la tipologia interpretativa non ben sfruttata). La cover dei Manilla Road è invece un po’ debole, che non era entusiasmante nemmeno l’originale. La strumentale “Escape” invece è gustosa, soprattutto nella seconda metà, quando lascia la classica divertente posa Heavy, per acquistare valore in una ricerca di suoni meno tradizionali, compreso il sound-folk finale.
Il songwriting è assolutamente nella scia anni ’80, sembrano aver imparato la lezione come si deve: sanno concettualmente cosa sia l’Heavy Metal. C’è energia e voglia di andare oltre strofa-ritornello, c’è una certa ricercatezza, c’è forza. C’è anche una canonicità che andrebbe diminuita personalizzandosi di più. Vi sono anche alcune ingenuità. Ma intanto è già una realtà da ascoltare e godere, segno che sono tutti pezzi espressivi, anche i due minori che lo penalizzano. Estetico anche il packaging cartonato che si apre su tre facce: bella copertina disegnata da Elisabetta Giulivi (notare il boccale di birra rotto). Promuovo i Deed.

 

Roberto Sky Latini

 

  1. Beer’n’Electric Guitars
  2. Don’t forget my name
  3. Without Glory
  4. Escape! (instrumental)
  5. Good Razor
  6. Necropolis (Manilla Road cover)

 

Edoardo Rohl – vocals
Fabio Gambini – guitars
Dario Strinati – guitars/keyboards
Luca Quadraccia – bass
Mattia Dottori – drums
Riccardo “Porta Lu Vinu” Pucci – drums