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Come recita una delle più famose varianti della Legge di Murphy: “Se non ci fosse l’ultimo momento, non si riuscirebbe a  fare niente!”. Ed anche questo nostro Live Report rispetta questa legge sacrosanta!

All’ultimo momento siamo venuti  sapere di questo live e all’ultimo momento siamo riusciti a catapultarci a Stazione Birra (che vogliamo assolutamente ringraziare!). Come anche all’ultimo momento (anzi un po’ dopo l’inizio del concerto del gruppo di apertura) siamo riusciti a prendere posto non all’ultimo tavolo (come stava per succedere) ma addirittura al tavolo centrale in prima fila, proprio davanti alla postazione di Rudy Rotta. OH beh, se questo non va contro la principale legge di Murphy (“Se qualcosa può andar male, lo farà”), allora cosa?
Entusiasti dell’aver trovato posto in prima fila, ci godiamo l’ormai iniziata performance dei bravi e capaci Blue Trouble. Ammetto il mio stupore e piacere nel vederli in una posizione di privilegio come quella di aprire ad un grande come Rudy Rotta: “stupore” perché erano anni che non incontravo Doriano Gallozzi, cantante e chitarrista della band, vecchio amico che non m’aspettavo di incontrare Sul palco ma Sotto il palco (conoscendo il suo amore per il buon Blues di qualità) e “piacere” perché il sapere che ancora qualche comune mortale riesce ad avere buone occasioni di suonare in belle situazioni mi fa, appunto, molto piacere!

I Blue Trouble sono una band di 5 elementi (chitarra/voce, chitarra, tastiera, basso e batteria) che ben tributano onore al periodo più grintoso ed energetico della carriera del grande Eric Clapton. Niente a che fare con la parte patinata e fin troppo colta che in questi ultimi anni egli sta vivendo. Qui ancora si racconta di  chitarre distorte, ritmi sostenuti e voci graffiate! E proprio questo rende forte e coinvolgente i Blue Trouble: una forte personalità vocale e comportamentale del front man, con una band che però non sfigura assolutamente!
In scaletta (almeno quella che sono riuscito a godermi) grandi classici come Badge, Sunshine of your Love ed, in chiusura, il più classico dei classici: Crossroads. Naturalmente la sorpresa sull’ultimo pezzo c’è stata! Ecco dai camerini uscire Rudy Rotta pronto a jammare coi Blue Trouble su questo pezzo sempreverde.
Ed eccomi qui costretto ad ammettere una sana ed amichevole invidia per Doriano & co. per questa meritatissima fortuna! Continuate così!
Dopo aver onorato il suo gruppo di apertura con una favolosa e simpatica jam (sono addirittura scesi dal palco, per suonare davanti ed in mezzo al pubblico), Rudy Rotta dice al pubblico: “Vabbè, ormai sono sul palco e ci resto!” invitando così i suoi musicisti a raggiungerlo per cominciare il concerto. Costoro sono: Fabio Russo (Hammond e tastiere), Enrico Cecconi (batteria) e Renato Marcianò (basso), una band di prima scelta che fa onore a noi umili spettatori.
Sin da subito la musica prende il sopravvento su tutti noi. I primi pezzi sono tutti in medley tra loro, legati con lunghissimi assoli assolutamente coinvolgenti! 
Nel giro di pochi minuti, chiunque (anche chi vede quest’artista per la prima volta) si rende conto che Rudy Rotta non è solo un valido chitarrista e cantante, ma un forte manipolatore di energia. Sono sicuro che la cosa parta in primis da dentro di lui, perché chi è più trascinato via dalla musica è proprio egli stesso, il quale talvolta sembra completamente dimentico di avere un pubblico davanti e si lascia trascinare in un vortice emotivo di gesti, espressioni facciali e movimenti, che di riflesso coinvolgono chi gli sta intorno (la mia compagna ha commentato sul mio blocco di appunti con questa emblematica frase “Sembra che sia la chitarra a suonare lui!”).
Proprio questa sua verve e grinta evidenziano (ma solo a degli occhi estremamente avvezzi alla vita da palco) una forte componente improvvisativa ed un coinvolgimento tale nel vivere la musica “qui ed ora” tanto da mettere alla prova i suoi stessi compagni di band, creando la sequenza delle canzoni del concerto lì sul momento, senza scriverla e deciderla prima (infatti non ho potuto strappare dal palco il classico foglio della scaletta e portarmela a casa come souvenir). Dopo il concerto, parlando con Fabio Russo, il tastierista, (un’altra conoscenza fatta in ambito musicale: durante un concerto degli Uriah Heep vicino Ravenna) mi ha confermato proprio che le canzoni non erano state concordate prima, ma lo stesso R.R. gli comunicava la seguente durante il finale della canzone in atto! Roba da tipi tosti! In quanto musicista vi posso dire che è una vera prova di concentrazione e conoscenza tecnico-musicale!
Senza stendere una completa track list, alcuni stralci di scaletta sono (non in ordine cronologico):

- Touch (un suo vecchio cavallo di battaglia, che da quando conosco R.R. non manca mai nei concerti);
- I’m in the Groove (bella valorizzazione del “Fender Rhodes” di Fabio e divertissement di R.R. che si cimenta, per la seconda volta nel concerto, con la sua postazione di percussioni);

- You’re Gone (un lentone strappalacrime che egli ha simpaticamente presentato, raccontandoci di quando un giornalista tedesco gli si è avvicinato cercando di consolarlo perché “Lei se ne era andata”!);
- conclude la parte principale del concerto con un bel set acustico nel quale sono presenti un pezzo tratto dal suo disco “Beatles in Blues” ed uno dedicato al suo nipotino (eh si, R.R. è nonno!), metà cantato in italiano e metà in inglese;

- come bis esegue So di blues (uno dei suoi più vecchi capolavori, dal sottoscritto richiesto a gran voce e da loro eseguito con grande stupore per la richiesta!), in versione elettrica e non acustica, e la mitica Crossroads, che ha commentato dicendo “Con questa sono entrato e con questa ce ne andiamo!”. In questa, ancor più che in tutti gli altri pezzi, si lascia prendere dalla musica e si scatena in improvvisazioni che solo musicisti estrosi e matti (nel migliore e più ammirevole dei sensi) come lui, Ritchie Blackmore e Stevie Ray Vaughan riescono (e riuscivano) a rendere interessanti e coinvolgenti, trasformando una chitarra in un’orchestra dai suoni più disparati e in un set di percussioni (o addirittura una tavola da surf come fece SRV nel Live at Mocambo).
Il paragone con Stevie Ray Vaughan non è assolutamente casuale e credo che R.R. non se ne dispiacerà leggendo questo report. Infatti molto di questo immenso (non grande) suo predecessore si può ammirare nella sua musica, e ancor di più nel suo modo suonare e tenere il palco. Credetemi se dico che Rudy Rotta è un musicista e front man come pochi ce ne sono ancora in giro! La frase “Matto come un cavallo” vi fa risuonare qualcosa in testa? Ecco, a me riaccende il giradischi interiore e fa apparire le immagini di Rudy Rotta!

 

Marco Jl Palazzi