Hatebreed

                                                                                   The Divinity Of Purpose

                                                                                   Nuclear Blast Records

                                                                                   www.hatebreed.com

  

 

  

Metal e Hardcore. Queste sono le due uniche parole necessarie per descrivere nel modo più preciso possibile la musica che Jamey Jasta e soci continuano a diffondere con perseveranza da ormai sedici anni, anno di pubblicazione del primo “Satisfaction Is The Death Of Desire”.

Non commettete però l’errore madornale di accostare il nome degli Hatebreed a quella schiera di musicisti-fantocci con la frangetta ed i tatuaggi sulla gola appartenenti allo stantio mondo del metal-core: per il gruppo del Connecticut, le radici fondanti della loro proposta rimangono sempre distinte e ben chiare, coese allo stesso tempo in album aggressivi e stradaioli al punto giusto, richiamanti in diversi momenti l’attitudine “in your face” cara alla scuola hardcore, quello vero, americana.

Con una semplicità davvero disarmante, gli Hatebreed mettono in musica senza tanti fronzoli la loro viscerale devozione per le colonne portanti della vecchia scuola metal d’Oltreoceano, Slayer su tutti, unita all’immancabile richiamo a tutta la scena “do it yourself” del loro continente, omaggiando apertamente Terror, Madball e gentaglia di questo tipo. Potrebbe sembrare una fusione azzardata, forzata, probabilmente proficua per un paio di pubblicazioni, ma assolutamente incapace di dare vita ad una discografia feconda ed interessante sulla lunga distanza: ecco che invece i cinque ragazzoni americani smentiscono clamorosamente questa ipotesi, avendo creando, certo con alcuni alti e bassi, una serie di album davvero coinvolgenti e divertenti, incluso il recente “The Divinity Of Purpose”, edito per la prima volta dal colosso discografico Nuclear Blast.

Qualche cambiamento di troppo in line-up aveva in parte inficiato il risultato finale di “Hatebreed”, perso nella ricerca di atmosfere che mal si addicevano al gruppo americano, e probabilmente anche l’iper-attivismo del frontman Jasta aveva mandato un po’ fuori fase la rodata macchina da guerra Hatebreed, che fortunatamente torna in carreggiata nel migliore dei modi con l’ultima release, vicina nello stile ai primi lavori del gruppo, specialmente “Perseverance” e l’ottimo “The Rise Of Brutality”. È davvero incredibile come riffs semplici e concisi, uniti a tempi di batteria dritti e quadrati possano dar vita a canzoni tanto devastanti nel risultato finale, tamarre fino al midollo ma proprio per questo divertenti e piacevoli all’ascolto.

Notiamo con dispiacere che la voce “scartavetrata” di Jamey, un tempo leggendaria nel circuito hardcore metallizzato americano, non sia più quella di una volta per impeto e rabbia, risultando un po’ più fioca in numerosi passaggi, mentre proliferano nel corso della tracklist quelle “gang vocals” che fanno tanto vicolo malfamato puntualmente evocato dai video promozionali della band.

Rispetto al passato, si possono sentire più spesso dei poco velati richiami anche a sonorità e generi un po’ più “sommersi” rispetto a quelli prediletti dagli Hatebreed, come gli accenni allo sludge crowbariano di “Nothing Scars Me” o il crust di “Indivisible”, dove si mette particolarmente in evidenza un basso profondo e ciottoloso, a cui vengono lasciate numerose parti soliste lungo tutta la durata delle canzoni. Il minutaggio medio dei pezzi è come sempre contenuto e privo di canzoni eccessivamente lunghe, facilitando così la fruizione di “The Divinity Of Purpose” tutto d’un fiato, intento sicuramente voluto anche dai membri del gruppo. Menzione speciale merita infine la fantastica copertina dell’album, forse un po’ troppo epica e sui generis per gli Hatebreed ma comunque davvero bella ed evocativa.

In conclusione, non ci troveremo davanti ad un lavoro epocale, ma si tratta comunque di un platter scorrevole e ben realizzato, baciato da una produzione assolutamente azzeccata e brani che nel loro semplice scorrimento, riescono ad entrare con facilità nella testa dell’ascoltatore che si troverà in più occasioni a cantare con il gruppo i cori ed i ritornelli delle songs: questo, del resto, deve essere l’obbiettivo di musica diretta e senza pretese come quella degli Hatebreed, che siglano con “The Divinity Of Purpose” l’ennesimo cazzotto sui denti ai numerosi fans sparsi in tutto il mondo.

 

Edoardo De Nardi

 

01.   Put It To The Torch

02.   Honor Never Dies

03.   Own Your World

04.   The Language

05.   Before The Fight Ends You

06.   Indivisible

07.   Dead Man Breathing

08.   The Divinity Of Purpose

09.   Nothing Scars Me

10.   Bitter Truth

11.   Boundless (Time To Murder It)

12.   Idolized And Vilified

 

Jamey Jasta- vocals

Chris Beattie- bass

Matt Byrne- drums

Wayne Lozinak- guitars

 

Frank Novinec- guitars      

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