Fleshgod Apocalypse

                                                                     Agony

                                                                     Nuclear Blast GmbH/Warner Music

                                                                    www.fleshgodapocalypse.com

 

 

 

“Agony” rappresenta una tappa fondamentale nella carriera degli umbri Fleshgod Apocalypse: è l’album che li vede entrare a pieno diritto e con tutti gli onori nella scuderia della Nuclear Blast e li lancia in un entusiasmante tour mondiale, che percorre gli Stati Uniti e l’Europa. 

Un contratto con la Nuclear Blast non è roba da poco, i nostri eroi sono stati selezionati da una label di grande importanza e prestigio nel mondo della musica Metal e questa prodigiosa ascesa non è il frutto di un caso fortuito e fortunato, ma il meritato riconoscimento per un gruppo qualitativamente eccellente, che si distingue e primeggia non solo nel panorama nostrano.

Sì, avete capito bene, ci schieriamo senza indugi a favore dei Fleshgod Apocalypse: i vessilli dell’italica band risplendono nell’Olimpo del Metal e noi non stiamo qui a lamentarci del loro fulgore. Questo nostro approccio non vuole certo essere acritico, ma quelli che ci sono sembrati essere i punti deboli della musica dei Fleshgod Apocalypse non solo hanno ampio margine di revisione ma a nostro avviso non pregiudicano l’eccellenza del risultato finale.

Ma veniamo al dunque. L’album è un pregevole esempio di Metal sinfonico con imponenti influssi Death (o Death con mastodontiche influenze sinfoniche, se vogliamo baloccarci con le definizioni!), elegante senza perdere l’ultraviolenza (mai citazione fu più indovinata, Alex dell’”Arancia Meccanica” ama la musica sinfonica di Ludwig Van Beethoven!), che fa un uso molto ampio di orchestrazioni, così esteso da mettere in secondo piano e semplificare le linee di alcuni strumenti tradizionali come il basso e le chitarre; a queste ultime si lascia adeguato spazio solo nei brani di più chiara matrice Death e negli splendidi assolo di stampo melodico.

Grande rilievo viene invece tributato all’impetuosa ed ipertecnica batteria, e non potrebbe essere altrimenti perché è proprio il suo portentoso lavoro a definire la struttura portante delle song. È lei, con la sua impressionante velocità e complessità di ritmi, l’unico strumento classico a “regolamentare” le colossali orchestrazioni, formando una solida ossatura capace al tempo stesso di fondersi perfettamente con gli arrangiamenti barocchi.

Il singer usa il suo growl in modo efficace, mentre molto meno convincente, anzi a tratti addirittura cacofonica, è la voce pulita di Paolo Rossi, davvero troppo acuta e forzata per non risultare disturbante.

Per quanto riguarda i brani che compongono l’album, si può osservare una certa omogeneità nel songwriting che non arriva tuttavia a provocare il tanto temuto “effetto sbadiglio”: è fuor di dubbio che vi siano brani più riusciti di altri, ma al tempo stesso è faticoso rinvenire una song davvero mal composta.

“The Deceit” ci appare come il brano più riuscito dell’album, capace di armonizzare gli elementi tradizionali del Death agli arrangiamenti orchestrali: impressionante per impatto emotivo, davvero ricco di suggestioni, con un assolo di chitarra istrionico e barocco ma mai forzoso e con un breve finale affidato agli archi di impressionante seduzione, quasi una colonna sonora di per sé di un film di Tim Burton. Di altissimo livello anche “The Violation” e “The Betrayal”, pur simili nella struttura compositiva.

In “The Egoism” la voce pulita non arriva alle usuali cacofoniche altezze ma impostandosi come una sorta di “parlato/urlato” dà la miglior prova di sé (davvero riuscito, ci teniamo a sottolinearlo in modo da indirizzare i nostri nei loro prossimi lavori); in questo brano compare anche un soprano che ben si armonizza col songwriting e con le altre voci.

“The Forsaking”, mid-tempo più cupo che violento, rappresenta l’episodio meno riuscito dell’album: l’impatto emotivo è piuttosto blando, debole nel dispiegarsi lento della musica. Sembra che i brani acquisiscano espressività con l’aumentare della velocità!

In conclusione possiamo dire che i Fleshgod Apocalypse sperimentano in questo loro secondo lavoro un linguaggio nel quale la componente sinfonica diventa più spiccata rispetto a quella Death: questo nuovo orientamento non fa perdere ai brani velocità e violenza, tratti caratteristici del Death, ma vi aggiunge un’eleganza ed una solennità che solo in rari momenti appesantisce la formula musicale. Un songwriting non ispiratissimo conferisce inoltre una certa omogeneità di fondo alle song che compongono l’album, pur non privandole, negli esempi migliori, della loro personalità. Detto questo, è probabile che i fan del Death più puro come gli appassionati di Metal sinfonico storceranno la bocca all’ascolto di questo “ibrido”: noi che consideriamo ogni variazione sul Death un arricchimento, pur riconoscendone i difetti riteniamo questo album all’altezza dell’ingaggio internazionale che ha ottenuto.

 

RosaVelata

 

 

01.Temptation
02.The Hypocrisy
03.The Imposition
04.The Deceit
05.The Violation
06.The Egoism
07.The Betrayal
08.The Forsaking
09.The Oppression
10.Agony

 

 

Tommaso Riccardi – Vocals And Guitars
Paolo "Hammer" Rossi – Vocals And Bass
Francesco Ferrini -
Piano
Cristiano Trionfera – Vocals And Guitars
Francesco "Scythe" Paoli – Drums And Vocals

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