Orphaned Land & Amaseffer

                                                                                                           Kna’An

                                                                                                          Century Media Records

                                                                                                           www.orphanedland.com

 

 

La storia musicale degli israeliani Orphaned Land in qualche modo è legata alla sofferenza di un popolo. Il messaggio e i suoni della band si legano più o meno volontariamente alla situazione geografica di stati in lotta fra loro. A differenza di altri gruppi metal locali, votati al “divertiamoci e beviam beviamo”, gli Orphaned Land non riescono ad essere meno che seri ed impegnati. E così ora sfornano questo particolarissimo album, in collaborazione con i conterranei Amaseffer. In realtà l’unico membro degli Amaseffer coinvolto è il batterista, mentre gli Orphaned Land partecipano tutti (compreso il loro drummer). Anche per questi ultimi possiamo dire la stessa cosa, sebbene essi siano al palo dal 2008 con un solo full-lenght, e riappaiono oggi con questa opera (gli O.Land sono invece più maturi, 5 album dal ’94). Opera musicale che è legata all’opera teatrale dell’europeo Walter Wayers, direttore del Landestheater di Meminngem, che racconta la storia di Abramo. Ma anche se non è un lavoro che nasce da una esigenza delle due band, è comunque un qualcosa che è in linea con la loro attitudine di ricerca, sempre legata a temi forti di inquietudine fra le culture. La musica che ne scaturisce possiede alta capacità di coinvolgimento. Non è metal durissimo; è naturalmente prog, genere di cui essi sono padroni, e contiene un alto tasso di sonorità orientaleggianti, molto più che negli album degli Orphaned Land, mentre gli Amaseffer nascevano già parecchio spinti da questo punto di vista (e anche leggermente più sinfonici). Le voci, in particolare, si dilungano sulle vocali allungate tipiche dei canti tradizionali, ma con un continuo rimando al rock di matrice occidentale, che non viene mai abbandonato. Alcuni brani sono brevi, ma comunque esaustivi, considerando che vanno legati alla descrittività per i quali sono stati composti. L’espressività è forte, la raffinatezza è netta e le atmosfere, per quanto meno grevi del solito, conservano una oscurità di base che perfettamente si lega alle tematiche trattate, piene di pathos e sentimento. Album breve per lo standard attuale, poco più di 38 minuti (ma alcuni album degli anni ’70, pur molto famosi, durano poco più di mezz’ora).

Nessun estremismo sonoro, ma comunque è dato un certo spazio al metal, per quanto tenuto sotto controllo. Già l’intro è comunque cupo ed evanescente. Il fascino è immediato, e permane lungo tutto l’ascolto, distribuendosi su ogni tipo di suono, anche quando si percepisce una certa semplicità. La durezza, stranamente, visto che il pubblico teatrale dell’opera sarà prevedibilmente generalista, è già presente alla seconda traccia “THE ANGEL OF LOVE” anche se non eccessiva; ottimo riffing, e coralità soffusa ma densa in una song che sciorina anche un ottimo assolo, l’unico vero e proprio del disco. La traccia più pesante è “The burning Garden”, per via del doom alla Black Sabbath, e della susseguente darkeggiante evanescenza sonora in cui s’insinua una voce femminile fluttuante che s’increspa nella fine-frase, con una incisività che crea una mordente angustia, in realtà poi il pezzo passa al gothic di stampo soave. Altra durezza porta “There is no God for Ishma’el” con la distorsione certo non aggressiva, per un brano che però non è assolutamente rassicurante. Un riffing hard stile Rainbow sta nella epica “Akeda” che ruba un giro orientaleggiante di Gates of Babylon” di Blackmore (sempre che quegli non lo avesse a sua volta fatto suo nel 1978 da qualcun altro). E ancora, la parte finale di “Fruits from different Trees” si fa più dura, con però una accezione solo relativamente hard. Le partiture soft sono percentualmente alte, ma nessuna deficitaria in attrattiva, come “A Tree without no Fruit” che termina con suadenza. Se il soft è molto rarefatto, ci pensano gli effetti speciali a colpire l’ascoltatore, come i tuoni deflagranti di “The Vision”. Il folk orientale è spinto in brani come “NAKED-ABRAHAM” dove la caratteristica voce maschile di Kobi Farhi, virile e fluida, scalda l’anima; brano ben ritmato anche nella sua parte acustica, e quindi incisivo anche per dinamismo, facendone uno dei momenti migliori dell’album. Teatrale davvero la finale e fascinosa “PRISONERS OF THE PAST” che si snoda tra voce maschile e femminile sopra l’accompagnamento acustico della chitarra ritmica.

La lingua cantata è sia l’inglese che l’ebraico. Gli intrecci delle vocalizzazioni, fortemente curati, regalano una forma che è centrale ai fini della composizione; stavolta niente growling. La bellezza che scorre in questo ascolto è ammaliante, perché ogni elemento è posto con sentito trasporto. Un album da promuovere a pieni voti perché di arte ispirata, anche se è stato commissionato. Un progetto che esalta le capacità dei musicisti coinvolti.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  The holy Land of Kna'an

02.  The Angel of the Lord

03.  Naked - Sarah and Abraham

04.  The burning Garden - Sarah and Hagar

05.  Naked - Abraham

06.  A Tree without no Fruit - Sarah

07.  There is no God for Ishma'el

08.  The Vision

09.  A Dove without her Wings - Hagar

10.  The Loneliness of Itzhak

11.  Akeda

12.  Fruits from different Trees - Ishma'el and Itzhak

13.  Prisoners of the Past 

 

Kobi Farhi (Orphaned Land) – vocals

Erez Yohanan (Amaseffer) - drums

Chen Balbus (Orphaned Land) – guitars

Uri Zelcha (Orphaned Land) – bass

Matan Shmuely (Orphaned Land) – drums

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