Redemption

                                                                                                                   The Art of Loss

                                                                                                                   Metal Blade Records

                                                                                                                   www.redemptionweb.com

 

 

 

Devo confessare che ad un primo distratto ascolto e saltando velocemente da un brano ad un altro, questo dischetto mi aveva fatto una bruttissima impressione, pieno di shredding sfrenato e tecnica fredda e sterile, nella “peggior” tradizione dei cloni dei Dream Theater, poi è sempre questione di gusti personali. E invece ad un ascolto metodico ed attento devo dire che mi sono dovuto ricredere, non c'è solo shredding (e questo forse farà la felicità di molti, non di me personalmente), ma tanto tanto sentimento e melodia. I nostri prendono a piene mani dalla scuola dei Symphony-X per fortuna e riescono a ben amalgamare tecnica e melodia già dal primo brano che dà il titolo al disco, “The art of loss”, con ritmo serrato a doppia cassa dove serve, melodia accattivante e memorizzabile dopo qualche ascolto.La seguente “Slouching towards Bethlehem”, è caratterizzata da atmosfere più rarefatte, con maggiore enfasi al pathos per poi diventare tecnicamente intricata verso il quinto minuto ove fa capolino un solo di chitarra che prende a piene mani dalla scala araba poi doppiato dalle keys.

 Segue “Damaged” ottimo connubio di melodia e hard rock sinfonico, un mid tempo senza infamia e senza lode che si fa ascoltare con piacere caratterizzato dai tappeti ora di pianoforte ora di archi sintetici. Verso il finale prestate attenzione al basso che si produce in un tapping che ad un ascolto distratto potrebbe sfuggire e invece merita parecchio.“Hope dies last” di apre con un pianoforte particolarmente ispirato da un tema azzeccatissimo che poi passa la palla ad un arpeggio di chitarra che introduce il canto. Un meraviglioso mid tempo per nulla banale caratterizzato da bellissimi soli di chitarra e tastiere in un brano perfettamente equilibrato che non risulta per niente pesante nonostante gli oltre dieci minuti. Verso i 6:00 i nostri sfoderano una manciata di secondi che porta il brano al climax raggiunto al 7:00.

“The golden light” si apre con synth e un bel intro di chitarra elettrica che poi con un arpeggiato accompagna il canto caratterizzato da una melodia particolarmente romantica e sognante, specie nel chorus. Un brano che a mio modesto parere , nonostante i quasi 5 minuti, farebbe la felicità delle radio. 

La seguente “Thirty silver” si apre con un ritmo serratissimo caratterizzato da doppia cassa, chitarra solista e ritmica a mille, il brano assume ritmi più rilassati solo nel chorus, ove però le keys diventano particolarmente intriganti per i fraseggi di sottofondo che nel finale sono doppiati dalle sei corde.“The Center of the fire”è un brano che a primo acchitto può sembrare banale , ma se si presta attenzione, si nota che nell'arrangiamento è particolarmente complesso per come si incastrano alla perfezione i vari strumenti. Verso il 4:00 diventa particolarmente complesso per via dei numerosi cambi di tempo che si susseguono in una manciata di secondi.La seguente “Love o'er me” è un classico di Pete Townsend introdotto da un ispiratissimo piano con  un effetto pioggia di sottofondo che poi cede il passo al brano vero e proprio ben interpretato con grande grinta ed energia.Un arpeggiato di chitarra classica introduce “At day's end”, brano più lungo dell'intero lavoro (22:33). I nostri addirittura scomodano un famoso brano di classica, poi si cimentano in incursioni elettroniche con un basso in primo piano che apre il brano una volta e per tutte, caratterizzato da cambi di tempo repentini e di suggestive atmosfere con una melodia sempre ben presente. Un brano che da solo vale tutto il dischetto.   

Giovanni Turco

 

Sesto album in studio per i Redemption, una band americana di progressive metal che si ispira nelle proprie composizioni alle sonorità dei Fates Warning, Ark, Andromeda e Dream Theater mantenendo comunque una propria spiccata originalità. Il disco uscito nel 2016 si apre con la title track “The Art Of Loss”, una canzone di media lunghezza, che parte subito forte con una batteria ossessionante e un velocissimo assolo di chitarra elettrica. Basso a dettare un ritmo rapidissimo e voce ben amalgamata con il resto del gruppo. Chitarre ritmiche a scandire le cadenze insieme al basso e veloci rullate di batteria. Un brano rock-metal molto piacevole e orecchiabile. Spuntano qua e là delle tastiere che rimangono comunque nascoste a creare un tappeto di sottofondo per le chitarre che si esprimono in assoli continui. Finale cadenzato con chitarre ritmiche, batteria potente e voce ben impostata. Un discreto inizio per questo nuovo album dei Redemption. “Slouching Towards Bethlehem” inizia lenta con sottofondo di tastiere e una chitarra in arpeggio.

Si profila quindi come una dolce ballata pop-rock, ma invece subito dopo partono le chitarre ritmiche a innalzare il livello del volume. L’atmosfera che si crea è a metà tra Bon Jovi e Dream Theater, alla parte cantata molto orecchiabile e in stile pop-rock si alternano infatti passaggi musicali più complessi che guardano al metal progressive. Un brano eclettico quindi di oltre otto minuti. La parte centrale rallenta, diventa quasi un passaggio rarefatto, come spaziale, per poi cedere il passo a un lungo e veloce assolo di chitarra elettrica pieno di scale e di virtuosismi. Aumentano gli assoli di chitarra mano a mano che si procede verso il finale con basso e batteria che spingono.

Davvero un brano interessante. “Damaged” è una cavalcata hard rock con chitarre elettriche scatenate fin dall’inizio, canto robusto e coinvolgente, basso e batteria al massimo della potenza. Vista la lunghezza, potrebbe essere un singolo estratto dall’album magari anche da ballare scatenandosi sulla pista rock. Rallentamento nella parte centrale, interlocutoria, che ci porta diritti verso l’immancabile assolo di chitarra elettrica. Brano facile, di impatto immediato, con finale convulso e coinvolgente in cui fanno capolino anche le tastiere a creare un tappeto sonoro di amalgama tra i vari strumenti. Segue “Hope Dies Last” che con i suoi dieci minuti abbondanti è il secondo brano più lungo dell’album. Inizio lento con tastiere in modalità classica, quasi a suonare una overture. Arpeggio di chitarra e voce struggente, sono questi i brani rock appassionati che lasciano il segno. Una ballata a tratti lenta a tratti potente. Il ritmo aumenta con basso e batteria in sincrono che sostengono le chitarre elettriche. Molto bello. Si possono trovare attinenze con “A change of season” dei Dream Theater nella struttura musicale della traccia.

Fino a questo momento, senza dubbio, la canzone migliore dell’album. Al minuto otto, bella apertura musicale ampia e coinvolgente, cambiamenti di ritmo e di tono, insomma una gradevole suite progressive metal. Dieci minuti sono passati quasi senza accorgersene. Finale classico con batteria, basso e chitarre in crescendo su un tappeto di tastiere sinfonico a riempire il tutto. “That Golden Light” prosegue idealmente il brano precedente, stesso stile, una ballata rock densa e struggente, con chitarre distorte a supportare la voce sempre all’altezza della situazione. Ottimo l’assolo di chitarra nel finale della canzone. “Thirty Silver” è il brano più scatenato dell’album, veloce e ritmato con una potente linea di basso. Inizia con un veloce assolo di chitarra elettrica e a seguire un riff potente di chitarra ritmica. La voce sempre all’altezza della situazione. La linea melodica è molto gradevole con cambiamenti di ritmo e di stile. Ancora lunghi assoli di chitarra che si susseguono lungo il corso del brano. Se non fosse per la lunghezza, forse eccessiva, potrebbe essere un bel singolo estratto dall’album. “The Center Of The Fire” è un brano di circa otto minuti che parte abbastanza lento per poi seguire una linea pop-rock classica con coretti a più voci e melodia orecchiabile.

Lievemente malinconico ci fa volare lungo la strada dei ricordi. Non male la linea di tastiere a riempire il background sotto gli strumenti più in evidenza. Cambiamenti di ritmo e di linea nel finale che sfocia in un notevole assolo di chitarra elettrica molto coinvolgente. Un ottimo pezzo. Segue la cover di un famoso brano degli Who dall’album Quadrophenia del 1973 già proposto in passato come cover dai Pearl Jam. Si tratta di “Love, Reign O'er Me” che concludeva la seconda facciata e quindi l’intera opera rock degli Who che narra la storia di un ragazzo che perde le certezze della vita. Il disco si chiude con una lunga suite di oltre ventidue minuti intitolata “At Day's End” che inizia con arpeggi di chitarra acustica e con le tastiere. Musica molto dolce e bucolica che immediatamente, forse troppo presto, si trasforma in un crescendo sinfonico di chitarre elettriche molto dark con basso e batteria in sottofondo a ritmo frenetico. Cambio di cadenza e inizia la parte vocale supportata da assoli continui di due chitarre elettriche in sincrono. Fino a questo momento il brano non entusiasma, sembrano tanti frammenti legati insieme senza una specifica continuità. Si alternano infatti vari movimenti dallo stile diverso, ma manca un amalgama ben definito. Nella seconda parte il brano migliora un pochino. Si tratta comunque di una prova coraggiosa anche se non pienamente riuscita.

I brani migliori del disco sono “Slouching Towards Bethlehem” per la sua struttura musicale sia lenta e struggente che prorompente e dinamica, “Hope Dies Last” per il suo incipit classico, il suo svolgimento musicale infarcito di alternanza tra ritmo e passionalità, il canto molto struggente e preciso, “Thirty Silver” per la sua struttura musicale pop-rock e la sua linea melodica e, infine, “The Center Of The Fire” per il suo richiamo vintage che ci riporta verso i ricordi. Un ottimo disco da parte dei Redemption sia per l’impianto musicale che per l’amalgama sonoro dei vari strumenti, il tutto ben supportato da una grande voce. Si alternano brani più propriamente rock ad altri che strizzano l’occhio al pop-rock e a fughe nel progressive metal. Molti pezzi sono orecchiabili, piacevoli, di forte impatto sonoro. Alcuni più malinconici e struggenti che portano a riflettere, altri più veloci e ritmati che fanno scatenare. La lunga suite molto ambiziosa alla fine del disco rimane un pochino acerba e non pienamente riuscita. Probabilmente la band può ancora maturare e migliorare su questo tipo di brani molto dilatati e difficili dal punto di vista di una composizione musicale organica e non eccessivamente frammentata. Disco molto interessante e piacevole da ascoltare con attenzione.

 

Pierluigi Daglio

 

01.  The Art of Loss

02.  Slouching towards Bethlem

03.  Damaged

04.  Hope dies last

05.  That golden light

06.  Thirty silver

07.  The center of fire

08.  Love reign o'er me

09.  At day's end

 

Sean Andrews - bass

Chris Quirarte  - drum

 

Special guest: 

Chris Broderick:

John Bush

Marty Friedman

Chris Poland

Simone Mularoni

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