Darkthrone

                                                                                                                         Arctic Thunder

                                                                                                                         Peaceville Records

                                                                                                                         www.darkthrone.no

 

 

Diciassettesimo album in studio dal 1991. Il sentimento si mantiene oscuroin questo nuovo full-lenght, in una band che ha approfondito nella sua carriera tutte le sfaccettature del metal estremo (dal Punk al Death). Stavolta però la rotondità strutturale ha limato di molto le estremizzazioni, regalandoci un album più tradizionalmente legato ad un periodo classico dell’Heavy Metal (ma anche Hard Rock), ispirazioni da sempre presenti, però qui preponderanti. Lo stesso Fenriz nelle ultime interviste nomina i Candlemass  e i Black Sabbath di Ronnie James come punti di riferimento centrali per tali composizioni, ma anche Iron Maiden ed Exodus come sfumature. In effetti i riff si rifanno potentemente al Doom e all’Heavy Dark di quei periodi di inizio anni ’80. Non c’è traccia di venature Death, e il Thrash è solo accennato, mantenendosi comunque lontano da qualsiasi esacerbazione Crust. Resta di fondo la base Black Metal, costituita soprattutto dalla voce stridente e da certi torvi passaggi sonori.

All’apice delle tracce stanno la cupa “BOREAL FIENDS” e la title track, le loro uniche pecche sono l’aver voluto spegnere le song sfumandole, il che rovina l’effetto ottimo creato dagli assoli (gli assoli sono inseriti appunto nel finale). Il primo è un doom lineare ma efficacissimo, che s’insinua nel cervello, con una limpidità creata dal basso che fa venire in mente i Black Sabbath di Ozzy e non quelli di Dio. E’ divisa in due da un vocalizzo pulito algico dopo il quale il giro riffico cambia. Pur cambiando la riffica, in un primo momento rimane il ritmo lento e greve e successivamente diventa cadenzato, per finire in un assolo affascinante dall’alta tonalità. “ARCTIC THUNDER” invece esce dalla linea prettamente Doom ed esprime un Heavy vicino alla NWOBHM, lineare, dal ritmo non veloce ma che fa muovere la testa, ed è qui che possiamo anche vederci gli Iron; purtroppo l’assolo si limita ad un accenno finale. L’ossessiva “TUNDRA LEACH” rende il proprio marchio piuttosto Black senza eccedere. “THE WYOMING DISTANCE” la pongo tra le migliori, ma sono particolarmente buono, poiché la sua bella forma riffica non trova evoluzioni né sottolineature che la completino, né vocali né chitarristiche; il brano finisce subito senza che nulla l’abbia arricchito (la linea vocale è poco incisiva e non è la brevità il difetto).

Tra i brani minori “Burial Bliss” è il lato più punkcore, anche se la successione della chitarra ritmica sembra fare il verso alla musica spagnoleggiante (Olè!). In “Inbred Vermin” invece ascoltiamo una vicinanza con i Motorhead, soprattutto nella velocizzazione; la buona spinta sferragliante si perde nella povertà generale che avrebbe ospitato benissimo un cantato più espressivo ed un assolo fulminante di cui si percepisce chiaramente l’assenza, scegliendo invece di terminare con un rallentamento Doom piuttosto canonico e scontato. Il pezzo più moderno, che si stacca parzialmente dal quadro d’insieme, è “Deep Lake Tresspass” per il giro chitarristico quasi da America commerciale stile punk giovanile, anche se il cantante mantiene l’episodio nell’atmosfera sulfurea.

Il blast-beat del passato qui è assente, il drumming infatti si rifà ottimamente allo stile a cavallo dei settanta/ottanta. Spesso la struttura riffica è cugina della verve di Tony Iommi come principale ispiratore (sentire quale migliore esempio “Throw Me to the Marshes” sebbene sia il pezzo peggiore del lavoro). Per la voce invece segnalo il quasi mai raggiungimento di un livello sufficiente, e anche se sta bene in alcuni punti, essa non arricchisce i brani a causa del suo risultare troppo monocorde; è positivamente aspra e un certo fascino ce l’ha, ricordando il vocalismo dei Cirith Ungol (anche se il timbro è differente), ma non riesce a valorizzarsi.

Un’opera con luci ed ombre. Ricco da un lato, troppo scarno dall’altro. La luce sta tutta nella realizzazione di riff corposi e pregni, belli anche da soli, incastonati in una struttura costruttiva superfunzionante. Ma in tutto l’album vi è un solo assolo (quello di “Arctic Thunder” non è che un accenno), mentre questo tipo di concetto sonoro necessita di solismi come l’acqua al viaggiatore nel deserto. Inoltre la voce, se non fosse per il fascino stile Cirith Ungol, resta molte volte solo una presenza asettica (i riff starebbero bene anche senza di essa) un peccato dato che la raschiosità dell’ugola di N.C. sarebbe avvincente. Diciamo che i singoli pezzi sono troppo spogli, uno scheletro scintillante senza muscoli o un panino croccante senza prosciutto (scusate i termini poco professionalmente musicali). Il valore della struttura quindi c’è tutto, tanto è vero che l’ascolto, ripetuto nel tempo, basato sui riff proposti, non annoia, regalando un piacere anche intenso, ma ciò non è sufficiente a farne un lavoro di alto livello. Il duo norvegese sa il fatto suo (veterani di spessore), ma l’ispirazione a volte non può fermarsi alla mera istintiva spontaneità.

Roberto Sky Latini

 

01.  Tundra Leach

02.  Burial Bliss

03.  Boreal Fiends

04.  Inbred Vermin

05.  Arctic Thunder

06.  Throw Me through the Marshes

07.  Deep Lake Tresspass

08.  The Wyoming Distance

Nocturno Culto – vocals guitars bass 

Fenriz – drums bass

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