Spock’s Beard

                                                                         The Oblivion Particle

                                                                         InsideOut Music           

                                                                         www.spocksbeard.com

 

 

 

 

Nuovo album in studio per gli Spock’s Beard, una band statunitense di musica symphonic progressive, attiva dagli inizi degli anni novanta. Hanno pubblicato, fino a oggi, dodici full length album in studio e anche parecchi dischi live, ottenendo spesso un buon successo sia di pubblico che di critica. Per questo motivo sono considerati da molti come uno dei complessi più interessanti sulla scena neo-progressive mondiale. La loro musica si ispira notevolmente allo scenario progressive degli anni settanta, a volte rivisitata in chiave più moderna con qualche spunto sempre più frequente verso il progressive-metal perciò i loro brani risultano spesso musicalmente complessi e intricati, con cambi di ritmo, di sonorità, di volume, di atmosfera, tutte caratteristiche tipiche della musica progressive. Questo nuovo lavoro intitolato “The Oblivion Particle” uscito nell’agosto del 2015 si apre con “Tides of Time”, un brano di quasi otto minuti che inizia molto bene con chitarra elettrica distorta, organo in sottofondo e basso potente che si amalgamano in una introduzione efficace e originale.

Parte cantata sorretta principalmente dal basso che detta la linea ritmica in sincrono con le tastiere che riempiono il background. Assolo di chitarra elettrica, sempre ottimamente supportata dal basso che si rivela l’elemento principale e portante di questo brano. Musica gioiosa in classico stile neo-progressive. Ma troviamo subito un drastico cambio di ritmo e di linea melodica. Arrivano le chitarre acustiche, la canzone rallenta e l’atmosfera diventa bucolica, dolce, struggente con coretti in sottofondo e slide guitar a creare il climax. Ancora drastico cambio, le chitarre diventano più blues, più aggressive, dialogando tra loro in un bellissimo scambio di note. Porzione di brano veramente azzeccata, molto intrigante. Arriva l’organo che si incastra tra le chitarre e dopo pochi secondi ancora un drastico cambio, si torna verso un metal-progressive con chitarre elettriche scatenate e assolo veloce di tastiera. Un brano eclettico, molto ben costruito e ben suonato. Tutti gli strumenti danno il loro contributo, le varie fasi della canzone sono sapientemente incastrate tra loro senza risultare frammentate. Un bellissimo pezzo. Bravi Spock’s Beard, speriamo che tutto il disco sia di questo livello.

Segue “Minion” che parte con un coretto a più voci per poi dare spazio al riff iniziale molto duro e distorto. Il tutto si placa con l’arrivo delle tastiere che produco un suono avvolgente, trasportante, come in un volo virtuale. Il brano assume caratteristiche pop-rock e diventa molto orecchiabile nel ritornello, ancora una volta cantato a più voci in falsetto. Si torna poi alle chitarre in stile metal su toni bassi e poi di nuovo la parte cantata più leggera e orecchiabile. Bello il controtempo della batteria. Una canzone più facile della precedente ma niente male, molto orecchiabile di primo acchito con parte cantata pop-rock e svisate nel progressive quando arrivano le tastiere. Cambio di ritmo, la canzone rallenta e rimane solo il pianoforte che si produce in un breve assolo lento e malinconico, arriva anche la voce. Il brano diventa più inquieto e trasognante, la chitarra disegna una linea melodica in sottofondo creando un ottimo effetto di riempimento.

Ancora un cambio di tono e si va verso il finale della traccia con un lungo assolo di chitarra elettrica e tastiere in sottofondo. Anche in questo caso un brano niente male, forse da evitare i troppi coretti in falsetto. “Hell's Not Enough” parte come ballata acustica con un bell’arpeggio di chitarra e le tastiere a emulare un flauto, contrappunti di basso acustico. Atmosfera bucolica, linea musicale complessa e accordi non consueti, fino a velocizzarsi e sfociare in un ritornello ancora una volta in toni marcatamente pop-rock. Risulta probabilmente più difficile al gruppo cantare anche su giri armonici progressive.

Si torna alla melodia iniziale per la seconda strofa. Interessante il crescendo sempre col basso in controtempo. Dopo il secondo ritornello, il brano cambia registro e diventa più sincopato con assolo veloce di chitarra elettrica e interventi di tutti gli altri strumenti ognuno sulle sue linee compositive che vanno a mischiarsi generando un effetto complesso ma piacevole. Canzone di costruzione interessante e multiforme. “Bennett Built a Time Machine” è un brano piuttosto scherzoso e gioioso con strumenti acustici in primo piano in stile folk americano e con un riff ossessivo e ripetitivo di banjo che genera un inusuale ritmo agreste e country-rock. Una canzone per così dire anomala in un disco di rock progressivo, molto coraggiosa. Parte cantata spesso a doppia voce con coretti in falsetto. Ma a questo punto il brano cambia completamente registro e melodia, si entra in un viaggio nel tempo. La musica si fa psichedelica, stiamo proprio viaggiando nel tempo. Seconda parte del brano stupenda con assolo di sintetizzatore e basso in crescendo, batteria sempre più presente e potente. Tastiere in primo piano a creare l’idea e l’impressione sonora di un vero e proprio viaggio nel tempo.

Con tempi ora rilassati ora frenetici il brano si avvolge su se stesso fino a ritornare nel finale ai riff iniziali di banjo come per chiudere un cerchio. Il viaggio è finito. “Get Out While You Can” ha caratteristiche di brano più introspettivo, con tastiere subito in bella evidenza e canto molto dolce con voce ricca di effetti. Linea musicale in atmosfere pop-rock. Una canzone più breve e più semplice che consente di respirare e che ha il compito di collegare le due parti del disco contenenti i brani più lunghi e più articolati.

La canzone corre via veloce e simpatica preparandoci al brano successivo, di circa nove minuti, una delle tracce più lunghe del disco. “A Better Way to Fly” parte rarefatta con vento, pianoforte ed effetti speciali per poi subito incrementare il ritmo in un rincorrersi convulso di diversi strumenti, chitarre elettriche, basso, tastiere. Atmosfera decisamente neo-progressive con gradevoli interventi e svisate di tastiere. Struttura del brano molto originale e inconsueta tra passaggi a vuoto, frammenti psichedelici e cavalcate rapide nel metal con chitarre potenti e distorte.

Lunga parte strumentale dominata dalle tastiere che ci traghetta verso la parte finale della canzone con struttura vocale a tre voci piuttosto complessa e ben costruita. Un ottimo brano davvero. Segue “The Center Line” che ci porta a fare un piccolo viaggio in atmosfere jazz, che mancavano fino a questo punto del disco, con l’assolo di piano iniziale. Cambio di registro e ci si muove su accordi e giri musicali progressive con passaggi di tastiere decisi e marcati fino ad arrivare alla parte cantata sempre in stile pop-rock come negli altri brani. Batteria in evidenza e chitarre ritmiche a scandire la linea della canzone. Parte centrale con tastiere e chitarra che dialogano insieme in una melodia avvolgente che cresce e che aumenta di ritmo, fino a riprendere le cadenze iniziali. Un brano di transizione, senza particolari spunti originali, che ci porta diretti alla traccia più lunga del disco di oltre dieci minuti intitolata “To Be Free Again” che parte lenta e sinfonica con pianoforte e chitarre in un docile crescendo che svolta, in seguito, su chitarre acustiche arpeggiate e tastiere in background.

Linea melodica abbastanza orecchiabile con un groove in stile rock-blues e il cantato a più voci spesso in falsetto. Melodia ondeggiante ben supportata dalla base musicale che torna ancora una volta sinfonica nella parte centrale per poi sfociare in un passaggio più lento, dolce e struggente sorretto dal basso che diventa lo strumento principale a dettare la linea del brano. Assolo di pianoforte contrappuntato dal basso con la musica che cresce di intensità a lanciare l’immancabile assolo di chitarra elettrica e l’ultima parte cantata che ci conduce alla fine della canzone. Un brano con alcune parti, soprattutto quelle strumentali, abbastanza riuscito.

Il disco si conclude con “Disappear” che si rivela un’ottima traccia di chiusura, molto lenta e meditativa, inizia con un lieve assolo di chitarra malinconico e delicato. Ancora una volta basso in evidenza con linee essenziali e interessanti su cui la voce si sbizzarrisce in variazioni. Struttura pop-rock con diversificazioni più complesse nelle parti strumentali in cui le tastiere e la chitarra si addentrano in linee musicali progressive che conferiscono al brano una certa vivacità. Finale cantato a più voci che si intersecano in intrecci vocali gradevoli e un ultimo assolo di chitarra elettrica che ci conduce alla conclusione di questo lungo lavoro degli Spock’s Beard molto elaborato e ricco di spunti per un ascolto ragionato e attento. Si tratta di un album eclettico, di un certo interesse compositivo, con nove brani molto variegati e interessanti, che spaziano tra diversi generi musicali come progressive, pop, rock, metal e qualche raro sconfinamento nel jazz. Tutti gli strumenti diventano di volta in volta preponderanti assumendo la leadership della band, ora il pianoforte, ora le tastiere, ora la chitarra elettrica o quella acustica, ora il basso. Ottime le scelte melodiche e strutturali che si rivelano variegate e adeguate.

Anche il canto è quasi sempre all’altezza della situazione, anche se alcune parti a più voci in falsetto a volte sarebbero da limitare. La durata delle canzoni è adeguata alle idee musicali in esse contenute e quindi non risultano mai noiose o fuori posto. I brani migliori del disco sono “Tides of Time” per il suo ecclettismo e la sua struttura fatta di tante piccole tessere che si incastrano perfettamente come in un mosaico, “Bennett Built a Time Machine” per la sua splendida e inaspettata parte centrale che descrive uno psichedelico viaggio nel tempo e infine “A Better Way to Fly” per la sua originalità e la sua varietà di temi musicali. Disco molto valido, con spunti spesso interessanti e con pochissime cadute di livello, sicuramente da ascoltare con partecipazione e da possedere nella propria collezione.


Pierluigi Daglio

 

01. Tides of Time
02. Minion
03. Hell's Not Enough
04. Bennett Built a Time Machine
05. Get Out While You Can
06. A Better Way to Fly
07. The Center Line
08. To Be Free Again
09. Disappear

 

Alan Morse - guitar, vocals, autoharp, banjolele, electric sitar, mandolin
Dave Meros - bass, vocals
Ryo Okumoto -  keyboard, vocals
Ted Leonard - lead vocal
Jimmy Keegan -  drums, lead vocal (4)

with:
David Ragsdale (Kansas) - violin (9)

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