Echolyn

                                                                        I heard you listening

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Nono album in studio per gli Echolyn, band americana di rock progressivo originaria della Pennsylvania nata nel 1989 per iniziativa del chitarrista Brett Kull, del batterista Paul Ramsey e del tastierista Christopher Buzby provenienti da diverse esperienze musicali anche all’interno di cover band. Il loro primo album eponimo fu rilasciato nel 1991.

Dopo alcuni cambi di formazione e alcune travagliate vicende con la casa discografica che li portano quasi alla cessazione dell’attività, si rimettono in pista ed escono con questo nuovo lavoro nel luglio del 2015. Il disco si apre con “Messenger of All's Right” che parte lenta con tastiere e pianoforte, molto piena di suono, cantata a più voci. Impianto sonoro accattivante e ben strutturato. Atmosfere oniriche e celestiali, assoli di tastiere e di chitarra in un amalgama sonoro impressionante. Molto bello il timbro della lead voice. Il brano rallenta, adesso restano solo piano e voce, per poi riesplodere in un finale sinfonico. Un’ottima traccia di apertura. Segue “Warjazz” più veloce e sincopata, con un riff di basso e cadenze jazzate, un avvolgersi continuo di suoni che si avviluppano. Melodia meno orecchiale del brano precedente all’inizio, la canzone poi sfocia comunque in un ritornello pop-rock di più facile interpretazione. Svisate degli strumenti nel jazz per poi ritornare su sentieri più convenzionali.

Frequenti cambi di linea e di stile rendono il brano spezzettato come un mosaico costituito da innumerevoli tessere. Cresce il suono in un finale convulso a più voci con tutti gli strumenti al massimo. “Empyrean View” è un brano di oltre nove minuti che parte soft con tastiere e chitarra jazz, atmosfere rarefatte, voce più dolce e in equilibrio su melodie complesse e trasversali. Di più difficile impatto, mischia sentori rock, jazz e persino di ballata country, si sentono infatti riferimenti agli Eagles nelle parti vocali a più voci, in un amalgama musicale originale e variegato. Parte centrale con tastiere in assolo in stile progressive anni settanta che dialogano con la chitarra elettrica. La canzone rallenta nel finale con cambio di ritmo per poi riprendere con un assolo di chitarra supportato dalle tastiere.

Brano eccessivamente eclettico, molto spezzettato e di non facile metabolizzazione. “Different Days” è molto più hard all’inizio, parte veloce con chitarre pesanti e tastiere prepotenti, poi si placa sintonizzandosi su impressioni funk-jazz per poi tornare nuovamente dura e piena di suono. Un ping-pong strano, forse eccessivo, che disorienta un pochino l’ascoltatore, si passa da atmosfere rarefatte alla Weather Report a passaggi rock molto pieni di suono.

Cantato spesso a doppia voce, il brano forse è eccessivamente lungo rischiando di ripetersi nelle strutture musicali e faticando quindi a trovare soluzioni e vie di uscita. “Carried Home” è una canzone molto raffinata, con atmosfere rarefatte e avvolgenti in stile anni novanta. Effetti elettronici, loop, sovrapposizioni, rendono il brano sofisticato e piacevole. Linea musicale nello stesso tempo complessa ma orecchiabile, elegante ma subito fruibile. Un ottimo amalgama compositivo che la rende una delle tracce più riuscite dell’intero disco. Parte centrale soft, morbida, glamour, cantata in falsetto. Parte vocale perfetta.

Veramente riuscita.“Once I Get Mine” inizia con tastiere in stile progressive anni settanta, la voce è più graffiata del solito, ottima la batteria che si produce in veloci rullate. Brano molto diverso da quelli ascoltati fino ad adesso con accelerazioni e cambi di ritmo. Impianto musicale interessante con struttura molto complessa e imprevedibile, belle accelerazioni e cavalcate. Uno dei pezzi più accattivanti e riusciti dell’album. Finale in crescendo con tutti gli strumenti al massimo e belle svisate progressive. “Sound of Bees” è un brano lento che inizia con pianoforte e voce, in stile pop con venature jazzate, prosegue rilassato e abbastanza orecchiabile tra effetti eco e brevi assoli di chitarra senza distorsione. La seconda parte del disco è decisamente migliore della prima.

Le canzoni sono più fresche e originali, spesso da sentire più volte per metabolizzarle. Il brano procede sulla sua melodia portante principalmente scandita dal pianoforte fino alla sua conclusione, forse tirata a una lunghezza eccessiva e non proprio necessaria, infatti la canzone perde mordente nella sua parte conclusiva. “All This Time We're Given” parte molto bene con atmosfera quasi dark, organo e chitarre. Canto sofisticato spesso in doppia voce, incalzare avvolgente, basso a dettare la linea portante e chitarre distorte al punto giusto. Cambio di sonorità, il brano si fa più duro con svisate di chitarre e aumento della presenza della batteria. Assolo di chitarra elettrica su ritmo in controtempo. Parte finale più lenta e arpeggiata con chitarre acustiche fino a riprendere la melodia iniziale e andare alla conclusione. Il disco termina con “Vanishing Sun”, un altro brano lungo di oltre sette minuti.

A volte la durata estesa dei brani ricercata a tutti i costi non paga in quanto si rischia di diventare ripetitivi se non ci sono cambi di stile e di ritmo che consentano di creare brani variegati e strutturati in modo giusto. Si parte con basso e chitarra elettrica in riff che si contrappuntano per poi salire di tono con l’arrivo delle tastiere che vanno a riempire lo spazio. La canzone si fa più hard rock con sentori progressive e a seguire arriva il canto a doppia voce spesso in falsetto. Cambio di linea musicale, breve passaggio a vuoto con tastiere e voci in background, assolo di chitarra elettrica e basso che diventa sempre più potente. Finale in crescendo con tutti gli strumenti al massimo e assolo risolutivo di tastiere che ci conduce alla conclusione del brano tra le ultime strofe e i ritornelli della parte cantata. Un disco molto fresco e pimpante con diversi alti e alcuni bassi, in cui troviamo brani molto belli e ben strutturati dal punto di vista musicale e altri meno riusciti, soprattutto quando si cerca la lunghezza a tutti i costi ripetendosi eccessivamente nei fraseggi o proponendo cambi di direzione troppo forzati. Le canzoni variano da atmosfere progressive con sconfinamenti nel pop fino a episodi sinfonici e soprattutto svisate nel jazz non sempre facili nel convivere insieme. La costruzione musicale dei brani è spesso complessa e variegata, le parti cantate sono molto ben riuscite soprattutto quelle a doppia voce. I brani migliori del disco sono “Messenger of All's Right” per la sua compattezza sonora e la sua struttura musicale,

“Carried Home” per la sua raffinatezza nell’arrangiamento e la sua parte vocale a più voci semplicemente perfetta, “Once I Get Mine” per il suo stile cangiante e imprevedibile, le sue strutture progressive e il suo ritmo potente e frenetico. Un lavoro tutto sommato ben costruito, sapientemente arrangiato con perizia e suonato molto bene da tutti i musicisti. Da ascoltare più volte con attenzione e con interesse.

Pierluigi Daglio

01.Messenger of All's Right
02.Warjazz
03.Empyrean Views
04.Different Days
05.arried Home
06.Once I Get Mine
07.Sound of Bees
08.All This Time We're Given
09.Vanishing Sun

 

Raymond Weston - lead & backing vocals
Brett Kull - guitars, lead & backing vocals
Christopher Buzby - keyboards, backing vocals
Paul Ramsey - drums, percussion, backing vocals
Thomas Hyatt - bass, backing vocals

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