John McLaughlin

                                                                  Black Light

                                                                  Abstract Logix

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Diciottesimo album in studio per il virtuoso chitarrista britannico classe ’42: un album sviluppato sul concetto del “avere 73 anni e non sentirli”.A distanza di soli tre anni dall’ultimo “Now Here This”, ed uno solo dal live “The Boston Record”, McLaughlin torna a farsi sentire più in forma che mai malgrado il lutto per la morte dell’amico Paco De Lucia.

Otto tracce dense d’influenze tra le più disparate ma tenute insieme dal quel comune denominatore chiamato “fusion”. I patiti del genere troveranno pane per i loro denti grazie alle sonorità tipiche del genere sapientemente rispolverate ma, al tempo stesso, rinfrescate grazie ad un efficace lavoro di modernizzazione del fraseggio. Sia chiaro, McLaughlin è considerabile come uno dei padri della fusion ma, inesorabilmente, i tempi cambiano e con esso, ahimè, anche il modo di suonare.

La Paul Reed Smith del chitarrista britannico restituisce a volte suoni paragonabili al miglior Mike Stern, con toni leggermente chiusi ed un chorus presente ma mai eccessivo. Altre volte, invece, il suono più simile, è quello di Allan Holdsworth.

Here Comes the Jiis apre il disco in perfetto stile Chick Corea e con il basso in bella mostra. Il tema del brano è piuttosto complesso e suonato tutto d’un fiato con la plettrata alternata e con un’ispirazione compositiva tipica dei primi anni ’90. Un brano che avrebbe tranquillamente potuto far parte dell’album “Truth in Shredding” di Frank Gambale ed Allan Holdsworth in quanto ad intensità e sonorità. Bellissima apertura!

Con Clap Your Hands ci si sposta verso territori cari a Scott Henderson in versione Tribal Tech: suono più compresso e controtempi fanno da padroni in un brano sviluppato sul modo dorico e con una sesta maggiore sempre in evidenza. Un breve drum-solo introduce il piccolo feel costituito da, pensate, un drum-solo simulato dalla voce (un po’ alla Steve Vai in “Firewall”, 2005).

Calano le dinamiche e i suoni si fanno “ambient”. Siamo entrati in un lounge bar? Ma no! Stiamo ascoltando lo stesso disco e siamo alla traccia numero 3 intitolata Being You Being Me. Un bellissimo arpeggio di chitarra clean ci porta per mano all’ascolto del tema in perfetto stile Jeff Beck. A conferire maggiore profondità, il fatto che il tema sia suonato in call & response con la tastiera. Affascinante l’intermezzo a 3:40 sfociante nel solo dolce e soffuso tendente al Pat Metheny di Offramp.

Di particolare bellezza è la spericolata Kiki, brano che ci porta indietro di 30 anni e, in particolare, alla fusion di Gambale e Rios. Tema articolato (molto) e solo con suono effettato con fuzz e chorus a metà strada tra il Mike Stern di Jigsaw e il Gambale di Credit Reference Blues. Le dinamiche salgono grazie all’intervento della quanto mai azzeccata elettronica ed un sapiente uso dei pad.

Sul piano personale l’ascolto del disco ha pienamente soddisfatto le mie aspettative da appassionato del genere e, del resto, quando si ha a che fare con un mostro sacro quale McLaughlin, c’è davvero poco da fare. Il disco è stato ben suonato, risulta piacevole da ascoltare e soprattutto testimonia una certa attualità di quella che è considerata un po’ come la vecchia scuola: musicisti ma, prima ancora, uomini di musica che, anche in età avanzata, sono capaci di mettere in campo tutte le proprie idee e sfornare livelli di tale caratura.

 

Stefano Pavone

 

01.  Here Come the Jiis

02.  Clap Your Hand

03.  Being You Being Me

04.  Panditji

05.  360 Flip

06.  El Hombre Que Sabia

07.  Gaza City

08.  Kiki

 

John McLaughlin -guitar

Gary Husband - keys and drums

Etienne Mbappe - bass

Ranjit Barot - drums

 

 

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