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                                                                       Random Abstract

                                                                       Moonjune Records

                                                                       www.dusanjevtovic.com

                                                                       www.xavireija.es

 

Abbiamo già avuto modo di parlare di Dusan Jevtovic, chitarrista serbo autore del bellissimo album “Am I Wrong” da noi già recensito qualche mese fa. Sonorità sperimentali nonostante il suo set-up faccia pensare a qualcosa di più “crudo” ed una vena compositiva assolutamente di prim’ordine.

Ci ritroviamo a parlare di nuovo del guitar hero trapiantato a Barcellona grazie all’album inciso assieme al batterista Xavi Reija ed intitolato Random Abstract.Intanto è bene spendere due parole su Reija: classe 1972, diplomato Berklee, vanta collaborazioni con Steve Hogarth (Marillon), David Bustamante, Victor Mendoza e tanti altri.

Il disco è stato registrato interamente dai due musicisti presso i “La Casa Murada Studios”, in Catalogna, Spagna e si apre con la bella “Secrets”. Il brano, articolato su un arpeggio suonato dalla fedele Telecaster di Jevtovic, è caratterizzato dalla successione degli interventi di batteria da parte di Reija che, con grande maestria, riesce quasi a far parlare il suo drum-set. A circa metà corsa le dinamiche si alzano e, con esse, anche il potenziometro del gain regalando una sensazione di tensione che sfocia quasi nella semi-coscienza data l’intensità dell’andatura e l’azzeccata scelta dei suoni. Se l’apertura è questa, direi che il disco promette bene.

Modernità e ricerca sono le peculiarità della title-track “Random Abstract”. Introduzione a metà strada tra i Dream Theater di “The Great Debate” e i primi Flying Colors ma, a differenza di queste due band composte da cinque membri, qui sono solo in due a mandare avanti la baracca e, malgrado momenti un po’ ripetitivi, confermano le impressioni iniziali, e questo vale in particolare a partire dal minuto 3:12 nel corso del quale Jevtovic lickeggia regalando un momento a metà strada tra l’arpeggio e il solo senza rischiare, nemmeno una volta, di rendere il brano povero in termini sonori.

Decaying Sky è strutturata su un loop di chitarra sul quale i due sembrano quasi giocare: Jevtovic improvvisa mentre Reija sposta gli accenti in ogni battuta in perfetto stile Vinnie Colaiuta. Ma il meglio arriva poco dopo: suono crunch e lungo solo nel quale, tutta l’essenza stilistica del chitarrista viene fuori dimostrando al mondo come la tecnica, effettivamente, non sia nulla se non accompagnata da del sempreverde buon gusto. No frasi veloci, no sweep, no string skipping… solo musica.

Più tradizionale è “New Pop”: chitarra dal suono Holdsworthiano, ritmo incalzante, batteria che scandisce il tempo arricchendolo con piacevoli varianti. Alle orecchie più preparate, in alcune occasioni, sembrerà di ascoltare “No Such Thing” di John Mayer ma, appunto, si tratta di vaghe somiglianze dovute all’utilizzo di progressioni armoniche ormai consolidate in ambito rock-pop. Il brano cambia faccia e, poco dopo, lascia spazio a Jevtovic che lascia sfogare il suo fraseggio caratterizzato da spunti rimandanti allo Scofield di “Still Warm” e ad Allan Holdsworth in “Atavachron”. Il tutto insaporito da un quanto mai azzeccato e sapiente uso del fuzz.

Sonorità totalmente diverse sono quelle offerte da “Workman” brano sul quale, a mio avviso, si sarebbe potuta tranquillamente vedere la firma di band ben più blasonate tra le quali cito Tribal Tech e Living Colors (non so per quale motivo ma, in alcuni passaggi del viaggio offerto dal brano, ho visto Vernon Reid duettare con Jevtovic). Cluster a gogò a creare tensione fino a somigliare al suono di una radio FM che non riesce a sintonizzarsi e riffoni tanto acidi quanto taglienti introducono a “No hope”, ultima traccia del disco.
Due accordi di numero fusi con la batteria di Reija (che in quest’occasione si limita all’ordinaria amministrazione) che creano un qualcosa di molto simile ad una backing track sulla quale Jevtovic, è il caso di dirlo, si diverte con la musica. Lick in slow attack a mo di violino, fraseggi funk con lo switch posizionato in posizione centrale e, infine, un arpeggiatore automatico al quale viene affidato il finale del disco, tanto netto quanto predisposto a qualcos’altro: ad esempio un secondo disco.

Random Abstract rappresenta sicuramente una chiave di volta per la musica di nicchia: pochi, al momento, sono stati gli esempi ben riusciti di formazioni in duo. Dai contemporanei Cyborgs ai nostri Bud Spencer Blues Explosion passando per gli White Stripes che furono. Parliamo però di formazioni che possono/potevano contare anche sull’apporto della voce. In questo caso, invece, l’opera si fa molto più complessa ma, al tempo stesso, intrigante. Jevtovic, nel suo album, ha dimostrato di saper mettere tutte le sue conoscenze al servizio della musica e, alle volte, lo fa anche sacrificando e risparmiando momenti di esaltazione solistica per i quali non è secondo a nessuno. Il punto è che quando si suona in duo bisogna trovare degli stratagemmi efficaci che consentano ai musicisti di esprimersi al meglio cercando, al contempo, di mantenere una certa ricchezza sonora. E’ qui che entrano in ballo, ad esempio, gli effetti: dai delay lunghi ai riverberi passando, inevitabilmente, per le loop station che, credo, Jevtovic abbia usato in alcuni passaggi del disco.
Il lavoro finale è valido, è ricco, è piacevole e, probabilmente offrirà momenti di puro piacere musicale a soggetti meno vicini a generi come la fusion, l’ambient o simili e questo è grazie all’incredibile versatilità e variabilità sonora offerta dal songwriting e alle consolidate capacità degli addetti ai lavori.

 

Stefano Pavone

  

01.  Secrets 

02.  Random Abstract 

03.  Decaying Sky 

04.  New Pop 

05.  Something In Between 

06.  Deep Ocean 

07.  Place With A View 

08.  Workplace 

09.  No Hope

 

Xavi Reija - drums

 Dusan Jevtović - guitar

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