Robin Trower

                                                               Something about to change

                                                               V-12 Records

                                                              www.trowerpower.com

 

 

 

Nuova avventura discografica per il 70enne chitarrista britannico Robin Trower.Una carriera di caratura elevatissima iniziata negli anni 60 con i Paramount (band della quale si dichiararono fan nientepocodimeno che… i Rolling Stones) e proseguita, a partire dal 1972, da solista.

E’ stato considerato, per anni, il Jimi Hendrix bianco grazie alla sua spiccata capacità d’incanalare, nel suo fraseggio, elementi rock, blues, psichedelici. Il suo primo album, Removed from Yesterday, è datato 1973 e, da allora, di cose sono cambiate ma, di sicuro, non la sua vena sonora da “psichedelia soft” che ne ha costituito il biglietto da visita.

Ad accompagnarlo in Something about to change ci sono Chris Taggart alla batteria e Luke Smith all’organo. La domanda è: il basso chi lo suona? Lo stesso Trower che ha deciso di cimentarsi con lo strumento a quattro corde.

Il disco apre con la title track: uno slide sul basso catturato in presa diretta lascia intendere le intenzioni che hanno ispirato l’album, con un suono scarno, acido ma, al tempo stesso efficace. La voce di Trower è intonata, molto bluesy. In alcuni passaggi il brano sembra quasi vuoto (magari l’intervento dell’organo sarebbe stato quanto mai azzeccato) ma, in fondo, stiamo parlando di Robin Trower, un grandissimo chitarrista che, dell’essenziale, ha fatto una ragione di vita. Fate conto di stare in sala prove ad assistere ad una sessione e, vedrete, che riuscirete a passare sopra a questo senso di vuoto.

Blues anche nella bella “Fallen”: riff con chitarra clean e toni chiusi, organo finalmente presente e voce di Trower che rimanda al Mark Knopfler di “Sailing to Philadelfia”. Poche note suonate ma ricche d’intenzione come solo chi vanta un’esperienza che ha percorso quattro decenni può lasciar percepire. Effetti ridotti al minimo: probabilmente solo un overdrive e un riverbero (cercando sul web si scopre che, effettivamente, il set up è costituito da un ampli Marshall 100w Vintage Modern, la sua Strato signature, un Fulltone RTO ed un Deja Vibe). Il pezzo è gradevole e mette in evidenza anche le doti bassistiche dell’artista.

“Riff n°7” è il brano, a mio avviso, più Hendrixiano: un po’ rock, un po’ blues e un po’ funk. In questo caso, la chitarra sembra essere coadiuvata da un octaver in alcuni passaggi. Ad ogni modo, il riff principale entra in testa alla seconda ripetizione, le none eccedenti presenti in tutto il brano restituiscono un feel assolutamente incalzante, di quelli che mettono davvero di buon umore.

Ancora blues in “Good Morning Midnight” ma, ascoltandola per intero, ahimè, si rivela come la traccia meno riuscita dell’album. Quasi una “Thrill is gone” in versione rivisitata. Dinamiche a zero e poca convinzione nell’esecuzione generale. Non nego che, dopo il minuto 1:30, stavo per passare al brano successivo.

Interessante è invece “The One Saving Grace”, brano che ricorda vagamente un disco della super band costituita, tempo fa, da Robben Ford, Michael Landau, Gary Novak e Jimmy Haslip e nota come “Renegade of Creation”. Rock-blues da far battere i piedi a tempo, suoni di nuovo su standard decenti e voce di Trower perfettamente amalgamata con l’arrangiamento. Gustoso.

“Up and gone” è brano dalla struttura blues classica, quasi in stile Robben Ford ai tempi di “Talk to your daughter” ma, chiaramente, con l’arrangiamento che la formazione risicata può offrire. Per carità, non è un brutto brano ma, da un artista del calibro di Trower, ci aspetterebbe molto di più e, questa sensazione, va inevitabilmente ad influire il giudizio finale che, malgrado gli interessanti spunti presenti in alcuni brani, non può essere totalmente positivo.

Mettersi in gioco a settant’anni è già di per sé una grande sfida e, in questo, Trower ha vinto a prescindere. Considerando che ha anche deciso di farlo anche nell’inedita veste di bassista, la stima cresce ulteriormente ma, il recensore, deve soffermarsi su quello che è il lavoro finito e, da questo punto di vista, dovendo assegnare un voto su una scala da 1 a 10, non si potrebbe andare oltre il 5,5. La causa risiede nella monotonia generale profusa dai brani che, ad un orecchio preparato, potrebbero restituire, come già detto, qualche spunto ma, come si sa, i dischi sono realizzati per la collettività e, da questo punto di vista, il lavoro di Trower poteva offrire di meglio.

Stefano Pavone

 

01.  Something's About To Change   

02.  Fallen       

03.  Riff #7 (Still Alive)        

04.  Dreams That Shone Like Diamonds      

05.  Good Morning Midnight 

06.  What You Never Want To Do    

07.  Strange Love       

08.  Gold To Grey      

09.  The One Saving Grace    

10.  Snakes And Ladders       

11.  Up And Gone      

12.  Till I Reach Home

 

Robin Trower - bass vocals guitar

Chris Taggart -  drums

Luke Smith, Richard Watts keyboards  (tracks: The One Saving Grace)

 

 

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