L.O.V. (Loudness Of Violence)

                                                   Code 301

                                                   Autoproduzione

                                                         www.lovband.com

 

 

 

 

La tradizione estrema  in Italia continua a fare seguaci, in particolare la città umbra di Terni pare sia sensibile in tal senso, forse perché città industriale in forte crisi. Tradizione già cavalcata con abile capacità dai  vari membri della band che provengono anche da esperienze di album e che portano qui la voglia di continuare a rombare duro, e se si può, ancor di più. 

Per tali provenienze cito i Light Silent Death che nel 2011 appunto pubblicarono con l’Andromeda l’ottimo “Under the Sign of Cancer”. Ma anche la provenienza dai fortissimi Subliminal Crusher, tra gli altri, all’attivo con più di un album.  E così ecco l’esordio dei LOV, con un album offerto downloud in rete (http://www.lovband.com/), mettendo insieme ferocia e raffinatezza. 

In effetti il full-lenght coltiva una rabbia continua, che passa da velocità furenti a rallentamenti dalla morbosità fumosa. Rispetto ai Light si portano appresso una certa melodicità che mentre lì passava attraverso le tastiere, qui è affidata in parte alle chitarre e in parte al cantato. Ma attenzione, qua dentro le linee melodiche non significano mai vera morbidezza, né sdolcinature troppo Metalcore, per quanto il combo si identifichi nel genere DeathMetalcore.

Invece spesso le atmosfere lasciano filtrare anche il Black Metal, complici l’uso mortifero del basso e la cavernosità bene usata del growl. Il cantato Growl si alterna con quello in Screaming per invettive da cattivi. Ed è una duplicità efficacissima, arricchente; particolare in tal senso è il cantato di “A Good Man’s Death”. 

La validità del songwriting c’è, ma inizialmente si presagisce un livello medio (non basso) che non sorprende. La prima traccia è un intro strumentale di poco conto, serve davvero solo da intro, e le due seguenti sembrano fatte più per offrire scatenamento violento da live, che per trovare una espressività personale.

 

 

Sono due pezzi molto canonici, seppur confezionati bene, che ricordano la tradizione standard di quel passato glorioso, il quale ormai però regala ben poca freschezza. Ma questo inizio di album viene contraddetto da quanto segue poi; si alza il livello e fino alla fine dell’ascolto si rimane su qualità superiori. Il quarto episodio, “NIHIL APPROCHE”, fa partire questa scorribanda genuina, e riesce a vendersi come uno dei momenti migliori dell’album; in esso c’è un’alternanza di avanzamento cadenzato, velocità parossistica e andamenti più grevi (appunto il basso oscuro).

 

Altro bel numero è “WISH”, forse il migliore di tutto il lavoro; mezza orientaleggiante, con un basso metallicamente orrorifico e un riff ossessivo che ha molto del Black-senso. “HIDDEN HEARTS”, che pare la song più vicina ai LSDeath per via dell’approccio melodico (magari, esagerando, anche vicina al prog-metal; ed esagerando ancora possiamo vedervi una spruzzata riffica e solistica dei Metallica?), è con le due precedenti il trittico perfetto, sono i pezzi più cerebrali della band senza perdere in carica, e sono quelli che danno l’idea della capacità compositiva più ispirata.

 

La produzione tecnica avvolge i suoni affogandoli leggermente, dando l’impressione di essere non totalmente contemporanei, ma piuttosto indietro nel tempo; e comunque aggiunge spirito sulfureo al viaggio dannato. “Lunar Rainbow”, la meno corrosiva del lotto, fa notare positivamente che qualche assolo chitarristico di più nell’arco dell’ascolto avrebbe offerto un surplus di afflato lancinante, ma in fondo la verve è sempre, in tutto il disco, sufficientemente brutale.

La scuola italiana dei Necrodeath si percepisce piuttosto chiaramente, e naturalmente possono venire altri nomi Black/Death su cui asserire la loro provenienza d’ispirazione, ma qua e là si rasenta anche il riffing Heavy Metal classico, sebbene vada colto con attenzione, e in questo senso anche gli assoli stanno su quel ramo di discendenza (“Starless Sky” testimonia tale discorso).

Ciò che è più melodico può essere messo direttamente nel calderone Metalcore, a patto che se ne noti la relatività con cui il termine descrive i LOV. Certo “Shinra Tensei” vi si infila diretta. Anche per “Perversion” si può parlare di Metalcore (è però la parte più lenta, thrasheggiante, che preferisco). Pure in “Absolute Terror” risiede una parte meno dura che però serve il brano per una efficace enfasi disturbante. Ma in ogni caso le arie attenuate non riescono mai a sovrastare l’espressività violenta, così come proclamato dal loro moniker.

Tante le influenze, quando più nette, quando più nascoste (parzialmente si intravedono gli “In Flames” come era per gli LSD), ma si sente il tentativo, riuscito, di non farsi incastrare in schemi precostituiti. Le menti dietro questo progetto sono dinamiche e si sente da come hanno risolto una materia che rischia, più di altre, di farsi noiosa. In effetti la noia non c’è stata, e ,anzi, le buone emozioni sono sgorgate quale flusso continuo.

Roberto Sky Latini

 

  1. Code 301

  2. Lonely Shooting

  3. No Regrets

  4. Nihil Approche

  5. Shinra Tensei

  6. Wish

  7. Hidden Hearts

  8. Perversion

  9. Absolute Terror

  10. Starless Sky

  11. A Good Man’s Death

  12. Lunar Rainbow

 

Aster - vocals 

Francesco Bronzini - guitars 

Marco "Panduk" Delle Fate – guitars/bass 

Giacomini Francesco - drums

 

 

 

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