Billy Cobham

                                                             Tales From The Skeleton Coast

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Un mostro sacro. Questo è l’unico appellativo che si rivela idoneo per un personaggio del calibro di Billy Cobham, batterista panamaene insignito del “World Class Master”, premio alla carriera che viene consegnato a quei musicisti che con passione hanno portato un contributo all'arte della musica. 

L’artista, nel corso dello scorso anno, ha realizzato la sua ultima fatica discografica: “Tales from the Skeleton Coast”. L’album, perfettamente inquadrabile con la tanto amata definizione “a Km 0” in quanto realizzato quasi per intero in casa, vede la presenza della band che affiancherà Cobham nel corso del tour che, molto presto, girerà l’Europa (Marzo-Aprile) e gli USA: Jean – Marie Ecoy (chitarra), Michael Mondesir (basso), Cristophe Gravero (tastiere/violino), Camelia Ben Naceur (tastiere).

A questa line-up, già di tutto rispetto, si sono aggiunti ospiti del calibro di Gary Husband (piano), Carl Orr (chitarra acustica), Kevin Reverand (basso elettrico), Wilbert Jr. Gill (steel-pan) e molti altri.

Il disco, stando a quanto dichiarato dallo stesso autore, è un checkpoint lungo un viaggio alla ricerca dell’illuminazione totale. Costituisce, inoltre, il terzo capitolo di una serie di quattro volumi (i primi due "Fruit dal telaio" e "Palindrome") che Cobham sta realizzando per celebrare la vita dei suoi genitori.

La traccia d’apertura, Pomegranates,lascia intendere quelle che sono le influenze sonore che hanno costituito fonte d’ispirazione per l’incisione: Panama, America centrale, Comunità Afro-caraibica. Il tutto scandito da una chitarra dal tocco preciso e pulito con richiami al miglior Scott Henderson in epoca Tribal Tech.

Sal si puedes, secondo il sottoscritto, è la traccia meglio riuscita del disco. A questa conclusione non si è giunti esclusivamente per la presenza di un solo di chitarra (02:51) che, preso singolarmente, vale il prezzo del disco ma, bensì, per tutto quello che c’è sia prima che dopo. Un giro di basso non elaborato ma che suggerisce variazioni e temi di qualsivoglia genere. Un minuto prima si ha l’impressione di ascoltare un brano di Chick Corea, 30s più avanti, invece, un lavoro di Victor Lafuente. Insomma, un brano che, dopo il primo ascolto, resta impresso per molto, molto tempo.

Passiamo a Locusts Incoming e Reunion 9. Il primo funge da intro per la seconda grazie al tema suonato dalle tastiere. In questi brani è possibile ascoltare la migliore performance del drummer che, tra stacchi, controtempi e molto altro, si fa portavoce della teoria del “avere 70 anni e non sentirli”. Il solo di Ecoy con un chorus regolato come solo Mike Stern potrebbe e l’intervento di Husband condiscono efficacemente il brano. 

Una menzione particolare va riservata a Konakol Conversation, cantata da Joel Almeida in perfetto stile Konnakol, arte percussiva vocale tipica dell’India del sud e scandendo il ritmo mantenuto da Cobham.

A chiudere il disco, c’è la bella e lunga Na Pasashok, introdotta da un riff di basso non amplificato.
Tema suonato da tastiera e chitarra armonizzate , un bellissimo solo di synth ed atmosfere che tornano subito fedeli al contesto d’ispirazione.

The March of the Pomegranates, Insel Inside, The Skeleton Coast, Behold e Cap Breton completano la track-list di un disco di sicuro piacevole ascolto. Ben registrato e magistralmente suonato nonostante le inevitabili difficoltà presentate dalla rivisitazione di sonorità affascinanti, ma di non facile elaborazione. Sonorità che Cobham ha avuto il coraggio di far riemergere a costo di sacrificare il suo stesso contributo in qualità di batterista (pochi sono infatti i suoi interventi  di particolare rilievo) facendo di questo lavoro una testimonianza di amore pure verso un certo tipo di musica che, forse, potrà non piacere troppo agli amanti del suo repertorio più “friendly user” ma che fanno parte di un’opera ben più ampia: un omaggio ai suoi genitori.  

Un lavoro di ricerca che, nel nostro paese, non si effettua dai tempi in cui, il M°Roberto De Simone, assieme ai componenti della Nuova Compagnia di Canto Popolare, perlustrò i comuni dell’entroterra campano per registrare, rielaborare e, infine, salvaguardare i canti e le musiche tipiche delle processioni e delle feste popolari attraverso un’analisi della cultura orale e scritta. Parliamo di un periodo compreso tra il 1967 e il 1974 (nel 1976 il M° De Simone interruppe i rapporti con alcuni membri della NCCP) nel quale forme musicali quali la villanella, le laudi e gli strambotti godettero di nuova linfa.

Il parallelo è inevitabile, specialmente in un momento nel quale la nostra musica risulta essere, per molti versi, schiava dei crismi da hit-parade e nel quale, dall’altra parte del mondo, un batterista esperto, riesce ad incidere un album facendo esattamente ciò che, un tempo, sapevamo fare anche noi.

 

Stefano  Pavone

 

01. Pomegranates

02. Sal Si Puedes (Get Out If You Can!)

03. March Of The Pomegranates

04. Ingel Inside

05. Tales Of The Skeleton Coast (Intro)

06. Behold! The Coast Of Lost Ships

07. Locusts Incoming

08. Reunion "9"

09. Tales From The Skeleton Coast (Outro)

10. Cap Breton

11. Konakol Conversation

12. Na Pasashok

 

Billy  Cobham – drums

Jean-Marie Ecay - guitar

Christophe Cravero  - keyboards

 

 

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