Heaven Denies

                                                                                                                    The Essence of  Power PT1

                                                                                                                    Infinite Records

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Gli Heaven Denies sono una band, o meglio, una one man band messa su da Iliour Griften; al secolo Giuseppe Sbriglio (che tra l’altro è stato per un periodo un nostro collaboratore). Egli ha pensato il nome della band sicuramente rifacendosi ai Labyrinth tributandoli per il loro disco del 1988. Dico questo per far capire di cosa stiamo parlando.

Giuseppe Sbriglio pubblica questo disco indirizzato verso un power metal di stampo classico. Non solo, Iliour è il cantante di una band di origini greche i Clairvoyant che devono il loro monicker ad una canzone degli Iron Maiden. Già da questa esperienza si capisce dove il nostro musicista voglia arrivare e questi “suoi” Heaven Denies sono l’indubbia risposta.Il titolo del disco non ammette incomprensioni perché infatti è da qui che le intenzioni appaiono chiare: cioe riportare il power alla sua vera essenza; da cui “The essence fo power”, appunto.Le influenze appaiono chiare esse infatti vanno sia dagli Stratovarius che dai Gamma Ray ma anche dagli Hammerfall per una direzione dallo stampo europeo. In pratica l’espressione artistica migliore per questo genere.

Iliour Griften per realizzare questo disco ha invitato diversi artisti italiani e stranieri e questo al fine di dare un maggior respiro internazionale al suo lavoro. Si registrano infatti i nomi di artisti di una certa caratura quali Matias Kupiainen degli Stratovarius, come del resto anche Zoltan Liptay (Gepmadar), Tommy Vitaly, Kakhi Kiknadze (Harmonium, Iahsari), Vangelis Keramidas (Clairvoyant), Niccolò Carpentieri (Astral Fire) e Simone Martinelli (From The Depth, Arcadia). Per la sezione ritmica troviamo una nostra vecchia conoscenza ovvero Dino Fiorenza bassista dei Metatrone e del Vivaldi metal project. Anche Stefano Filipponi degli Anvil Therapy è della partita. Per le tastiere Iliour ha invitato Gabriels e che a sua volta è stato coinvolto nella band del tastierista stesso. Dietro le pelli troviamo nomi importanti come Alex Landenburg (Kamelot, Cyrha) e Federico Gatti (Ancient Bards). Inoltre per i cantanti, abbiamo Tommaso Corvaja, Alex Mari e il growl di Stefan Zenkert. Ultima, ma non ultima (come si dice in questi casi), si registra la presenza di un soprano lirico: Claudia Corona, che arricchisce ancor di più il risultato finale della prima parte di questo disco assai ricco e variopinto. L’uscita del lavoro in questione è stata schedulata il 14 settembre non a caso, si perché infatti il 14 settembre è la data di nascita di Andrè Matos, indimenticato singer degli Angra e degli Shamaan e la scelta è caduta di proposito in questo giorno per ricordare questo grande artista recentemente scomparso. 

Il disco suona molto bene ed ha una buona produzione che valorizza tutti gli strumenti ed ognuno di essi è perfettamente udibile amalgamandosi l’un con l’altro dando al suono generale a giusta potenza sonora.Le canzoni, dieci in tutto, arrivano dritte allo scopo e scorrono via che è una bellezza, si raggiunge l’apoteosi con “Born to burn” che viene introdotto da un assolo di Gabriel alle tastiere molto incisivo. È una canzone che ti colpisce dritta in faccia, lasciandosi senza respiro. Inoltre il nostro Iliour Griften raggiunge picchi altissimi con la sua performance, ma questo succede un po’ in tutto il disco, dove bisogna dire che non tutto è oro quel che luccica perché è proprio in “Call me Whenever” che si notano alcune stecche ma che nel computo generale della canzone si possono tranquillamente trascurare considerando che la prova in generale è davvero ottima. Altro titolo curioso è senza dubbio “The sign of the cross” che sicuramente vi riporterà alla mente gli Iron Maiden quelli di Blaze Bayley (ma solo per un fatto di similanza di titoli), che sostituì Dickinson realizzando un paio di dischi per altro nemmeno troppo riusciti.Mi pare d’obbligo un cenno alla copertina un’illustrazione realizzata “Harley Velasquez” un artista freelance di Bogotà di grande effetto, dove campeggia una sorta di portale in cui svetta una enorme croce infuocata ad impedire alle forze del male di entrare in paradiso. 

In conclusione possiamo dire di trovarci di fronte non ad un capolavoro (alcune imperfezioni si denotano qua e la), ma certamente a favore di questo disco giova il fatto che abbiamo la possibilità di ascoltare qualcosa di onesto dove la passione e la voglia di dire qualcosa nella musica hanno il sopravvento. Piccolo consiglio: ascoltare il disco a palla! 

Stefano Bonelli 

 

01.  The Sky Calls To Us

02.  Call Me Whenever

03.  Flying Through The Time

04.  The Sign Of The Cross

05.  The Angel Of Death (Has Died)

06.  Arch Enemy

07.  Metal Pride

08.  Born to Burn

09.  Love Me Forevermore

10.  End of Time

 

Iliour Griften – plays all instruments

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