Intervista a Dario Grillo per il progetto Platens

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Intervistando il polistrumentista Grillo, incontro una persona disponibilissima, che appare forte e decisa, sicura di sè, ma nello stesso tempo chiaramente legata alla musica col cuore. Ecco la nostra piacevole chiacchierata in occasione dell’uscita di ‘Of Poetry and silent Mastery’.

Siamo al terzo album dei Platens in diciotto anni. Qual è la differenza tra la prima pausa di dieci anni e la seconda di sette?

In realtà non c’è una vera e propria differenza, è stato piuttosto un evolversi degli eventi. Non essendo io un musicista di professione, mi occupo di altro nella vita, il tempo per la musica è abbastanza esiguo. Io faccio musica solamente quando sono ispirato, non è che in ogni weekend mi chiudo in studio e registro. Quindi solamente quando mi va di suonare e di scrivere qualcosa di nuovo, allora registro. E poi attenzione, dal 2004 non è che ho fatto soltanto questo, mi sono occupato anche di tante altre cose. A parte la vita privata, nella musica ho fatto composizioni per colonne sonore, musica italiana, arrangiamenti per vari studi di registrazione, quindi il tempo musicalmente parlando l’ho occupato in maniere diverse oltre al mio progetto Platens. Soprattutto nell’ultimo periodo, visto che c’è stato il lockdown, ho avuto più tempo per stare un po’ a casa e così chiudermi in studio, nella stanza che ho adibito a studio, e finire il terzo disco.

Tu sei un polistrumentista. Ma in questo album hai vari ospiti.

Mi occupo di chitarre, tastiere, suono anche il violino, mi occupo di cori, arrangiamenti orchestrali. Suono anche  il basso in questo disco. Suonicchio la batteria. Mi piace la musica a trecentosessanta gradi. Ho coinvolto degli amici musicisti ma non è stata una scelta molto ponderata; diciamo che nella mia cerchia di amicizie ci sono tanti musicisti che stimo, quindi ho scelto alcuni che secondo me erano i più adatti a dare il loro contributo di assoli. Li ho contattati e sono tutti stati ben felici di partecipare ed è stata una cosa molto spontanea, molto tranquilla; è tra l’altro tutta gente professionista perché da Mirco Turchetta a Orazio Fontes, a Katya Miceli, si tratta di persone che vivono di musica, a differenza mia. Ma oltre che dei musicisti eccelsi, sono degli amici perché mi hanno dato la disponibilità a titolo gratuito in maniera incondizionata. E hanno aggiunto anche il loro tocco personale.

Quale modalità di gestione degli ospiti hai utilizzato e quale libertà essi hanno avuto?

In realtà io parto sempre da una linea melodica ed essendo un chitarrista anche gli assoli li avevo già quasi tutti pensati; però non ho voluto dare loro delle barriere, delle catene. E’ stato un rapporto di piena fiducia, fiducia nelle loro capacità;  ho dato la linea melodica e ho detto: “Ragazzi, fatevi trasportare dal brano, fate del vostro meglio”. Ed infatti essi hanno fatto il loro bell’intervento senza alcuna restrizione, senza alcuna ingerenza. Gabriels ha fatto i suoi splendidi assoli di tastiera, Davide Perruzza e Dan Logoluso sono stati liberi di esprimersi, ovviamente in quel tot. di tempo permesso dal brano.

Gli ospiti sono presenti solo in alcuni pezzi, gli altri vedono te da solo.

Si. Essendo Platens una mia creatura, avevo intenzione come sempre di fare tutto io. E’ invece stato un esperimento. E’ la prima volta che da chitarrista ho affidato gli assoli ad altri chitarristi. E’ sempre un qualcosa che il chitarrista vive un po’ male, perché quando compongo ho già l’idea del solo che andrò a fare, però in questo caso è stato un atto di fede, e secondo me il risultato è stato ottimo, apprezzabile perché c’è quel tocco diverso dal mio, e sono contento.

E la tua esperienza di cantante come la vivi, rispetto alla strumentazione?

La voce per me è uno strumento. Ho fatto anni di studio sia privatamente che al conservatorio, ho studiato anche canto lirico e sono un tenore drammatico. Col tempo ho imparato a gestire questo mio strumento, cercando di dare tutte le sfumature possibili. Tratto la voce come se fosse uno strumento perché da questo punto di vista essa non è dissimile ad una chitarra o ad un piano. La voce serve a colorare e a dare emozione a ciò che voglio trasmettere, non è semplicemente un suono che legge un testo, per cui  ogni brano ha una impostazione, un diverso mood, un proprio andamento, un suo crescendo. In Platens ho cercato di dare risalto a questa cosa, quindi rispetto all’uso della voce ho cercato, nelle parti più metal di sporcarla, nelle parti più dolci di soffiarla per enfatizzare meglio il lato pulito, oppure usare un registro più basso in alcune altre parti. Insomma giocarci, ed è quello che secondo me dà più soddisfazioni ad un cantante.

Infatti si sente: passi da momenti quasi sussurrati ad un virtuosismo acuto. Senza far sentire una grande fatica.

Questo è importante. Lo studio e la tecnica devono servire a rendere un brano, o comunque un vocalizzo,   naturale. Lo scopo è quello di non farlo apparire forzato. La tecnica, in qualsiasi ambito avvenga, non deve essere fine a se stessa. La voce è uno strumento che va modulato. Il difficile per un cantante è il non far capire la difficoltà di esecuzione di alcune note. Di far sembrare tutto semplice all’ascolto. La tecnica deve servire a colorare la struttura e l’andamento melodico di un brano e non solo a fare acuti. Io sento tanti il cui scopo è solo quello di raggiungere la nota o di dare più potenza. E’ un lavoro al contrario, bisognerebbe studiare tanto per far capire poco [sorride n.d.r.]. 

Prima dei Platens c’è stata l’esperienza coi Thy Majestie (anni 2000/2002/2003). Rispetto ad allora quale percezione hai di te?

Sono passati quasi vent’anni. I Thy Majestie sono stati una delle mie esperienze giovanili dai diciotto anni fino ai ventisei, rientrando, riuscendo. Quel periodo mi è servito a studiare e a conoscere il mio strumento. Con l’esperienza di oggi posso dire, risentendo quegli album, che era un tipo di prestazione di voce molto acerba. E’ ovvio che gli anni servono per maturare e capire gli errori; se uno cantasse a quaranta come a venti, allora sarebbe bene che chiudesse tutto e facesse un’altra cosa nella vita. Ma gli anni servono anche per capire i propri limiti, perché a vent’anni ti si apre un mondo e con quella forza, quell’energia, pensi di arrivare chissà dove. Scoprire i propri limiti è importante per ottimizzarsi e cercare di enfatizzare le skills. Per cui direi che da quel periodo sono un’altra persona. Se fossi rimasto tale e quale sarebbe un problema a livello musicale.

Allora in quest’ottica sarebbe da migliorare anche ‘Between two Horizons’, il primo album del 2004?

‘Between two Horizons’ è un album registrato da un ventenne che aveva tante belle idee ma aveva poca capacità organizzativa e poca esperienza di produttore. Tra l’altro vent’anni fa non c’erano i mezzi che abbiamo adesso. Quel disco è stato registrato con tutti i limiti del periodo. Quasi una autoproduzione, poi distribuita dalla Frontiers perché comunque le canzoni funzionavano. Però c’è tutta l’inesperienza di un ragazzo che ha idee ma tanto da migliorare.

Invece il secondo album del 2014, ‘Out of the World’, appare del tutto maturo.

Non c’è quell’aurea di immaturità essendo passati dieci anni dal precedente. Io sono molto legato ad ‘Out of the World’ perchè credo sia un disco che rappresenta appieno un periodo molto importante della mia vita. Pecca di una produzione non all’altezza, però a livello di idee, di esecuzione e di arrangiamenti, credo che sia davvero un bell’album. E’ poco capito perché è stato distribuito male. E’ stato prodotto da me, ma fondamentalmente la Melodic Rock Records, che era l’etichetta australiana che si è occupata della promozione, ha fatto zero promozione. E’ quindi un album che in pochissimi conoscono dato che ha girato pochissimo, ma che avrebbe avuto secondo me un grande potenziale. E’ un peccato, ed infatti avevo intenzione prossimamente di rimasterizzarlo e chiedere anche alla mia attuale casa discografica [Avalon Label n.d.r.] di farne una versione aggiornata con una produzione nuova. Molti di quei brani hanno tanto da dire.

Quel lavoro non mi pare inferiore a questo.

Se devo essere sincero, a me quello piace di più di questo ultimo [ride n.d.r.], perché rappresenta un periodo importante della mia vita. Questo è più easy, più metallaro, più diretto, quello invece è un pochino più intimista, più emozionale ecco!

Io considero questa nuova uscita un album AoR per via delle linee melodiche, mentre per l’arrangiamento percepisco una forza più impattante. Ti ritrovi nel fatto di fare AoR oppure no?

Bravo, se parliamo di melodie posso concordare che molti dei miei brani potrebbero rifarsi all’AoR americano tipico dei Journey, di Giant o altre band. Però se parliamo di soluzioni di arrangiamento e soluzioni chitarristiche direi che non mi sento molto vicino al mondo AoR, perché la mia cultura musicale va un po’ sulla musica classica, sul rock più tradizionale, anche sul blues. In realtà l’AoR vero e proprio viene preso solamente per le linee melodiche, ma tutto il contorno e la struttura del brano secondo me non fanno dell’ultimo un disco AoR. Più forse Metal Melodico; magari l’ album un po’ più AoR è il secondo, ma anche qui mi ci vedo stretto. Non credo che i miei album possano essere catalogati come Adult Oriented Rock.

Possiamo dire che il secondo ha una ispirazione più Hard Rock, e il terzo più Metal?

Esatto. Nel secondo c’è per esempio un brano ‘Don’t leave Me alone’ che può essere quasi omologato a Tom Jones perché è un rock-blues quasi alla Led Zeppelin. Nell’ultimo il sound è molto più “cazzuto”, più metal, addirittura in alcuni frangenti quasi Power-metal. AoR solo un richiamo nelle melodie.

Le quattro ballate contenute in questo album sono di una certa qualità, non sfigurano rispetto alle parti più dure.

‘Give or let go’ è una ballata di stampo classico americano, tranquillamente radiofonica. C’è una maturità diversa rispetto a quella del 2014. Io sono molto legato alle ballate di ‘Out of the World’, penso ad un brano come ‘Save Me’ che secondo me è uno dei più belli che ho scritto [concordo n.d.r.]. La musica è così, è trasversale,  ad alcuni può dare una impressione ad altri un’altra. Per esempio molti mi hanno fatto i complimenti per ‘Winter’ che è un brano molto emozionale, molto emotivo, che a me personalmente non fa impazzire. Ma la musica è bella per questo, con ognuno che dà le proprie preferenze e i propri voti. Non sono nessuno per dire che una è meglio dell’altra. L’ascoltatore in base al backgroud, ai suoi gusti, decide quale sia il brano migliore.

Una delle mie tracce preferite è ‘The Path’ ma sembra una ballata più pop-metal alla Bon Jovi che AoR. Una natura più americaneggiante; quanto della musica americana ti colpisce?

Bè, tanta musica americana. Ma per il brano in questione non mi ritrovo con questa tua interpretazione, nel senso che per me ‘The Path’ ha un sapore un po’ scozzese, un sound irlandese. A me piace molto la musica scozzese ed irlandese. Al di là del fatto che ci siano degli elementi di cornamusa, dei pan flute irlandesi, che creano questa atmosfera nordica, a me personalmente è una canzone che non ricorda l’hard rock americano.  La ricondurrei più agli americani Dare [AoR; PopMetal n.d.r.], per esempio mi ricorda tantissimo l’album ‘The Clam before the Storm’  [1998 n.d.r.], disco bellissimo che io ho amato. Magari puoi dire che nel ritornello ci può essere una similitudine Bonjoviana. Considera che Bon Jovi ha influenzato un po’ tutti noi AoRsters.

In effetti c’è un leggero soffio Folk, ma non molto invasivo. Non c’è lo stampo folk forte di Gary Moore o degli Elvenking.

Bè, si, quello è un folk, tra virgolette, “da tarantella”. Al di là del metal, io ascolto tanti artisti irlandesi. E’ un qualcosa che volevo proporre in questo nuovo disco perché questo tipo di sonorità mi affascina tanto, anche perché avendo fatto alcune colonne sonore è diventato qualcosa che vorrei riprendere in futuro, inserendo elementi anche celtici, il che, attenzione, non vuol dire necessariamente folk. Nel folk ci sono tanti tipi di generi, quello un po’ alla tarantella che fanno anche i Rhapsody, o anche allegrotto che si sente in alcuni gruppi scandinavi, però quel tipo di folk a me non piace tanto. Io parlavo di un sound legato più alle colonne sonore, quindi più tranquillo con degli elementi acustici.

Oggi la modernità sono le chitarre ribassate o le sequenze eclettiche di riff velocizzati. Qualcosa di moderno entra anche nei tuoi suoni pur legati alla tradizione.

Più che chitarre ribassate si trovano dei palm mute suonati in tre/quattro corde, per cui il suono a volte è un po’ più pesante. In realtà l’accordatura è sempre la 440 e uso delle chitarre a sei corde. Non uso le sette corde, non mi piace quel tipo di cattiveria ostentata a tutti i costi. C’è stato un trend, dove i Nightwish ad un certo punto hanno deciso di usare la sette corde, un po’ tutti la usavano per essere più cattivi. In realtà non sei più cattivo,  abbassi soltanto la tonalità e lì il suono è un po’ più scuro. Sinceramente da chitarrista non mi piace il SI basso, preferisco sempre il MI come ultima corda. Io ho cercato di enfatizzare con distorsioni un po’ più pesanti, però non esagerando. Sui miei brani accordi ribassati e cose troppo violente non ce ne sono. In ‘Conspiracy’ , l’open-track, che è forse il brano un pochino più duro, ho usato una distorsione diversa dalle altre tracce per dare un impatto più potente. Una testata Soldano e una saturazione più pesante.

Ho ascoltato il disco più volte, ma tra le song toniche quella che ho ricantato in automatico, a cd fermo, è stata sempre ‘Wait for Me’, che mi è rimasta impressa per il ritornello più ficcante di tutti. Hai tratto un video quindi dalla canzone più orecchiabile. Una volta sarebbe stato il 45 giri dell’album.

Con la casa discografica abbiamo avuto qualche problemino perché loro in realtà come singolo hanno preferito ‘Easily’. Invece sono d’accordo con te che ‘Wait for Me’ rappresenta al meglio l’attitudine del disco: belle melodie, potenza, voce graffiante e malinconia. In quel brano c’è un po’ di tutto, è un biglietto da visita. E io ho deciso di farci un video, tra l’altro autoprodotto, qualcosa di casalingo perché i mezzi sono questi, cercando ovviamente di non fare porcherie. Ho cercato di dare un senso al video, rispecchiando un po’ la storia e il testo. Fare un video serio costa tanto e per un musicista che non fa questo nella vita, sarebbe stato un investimento sbagliato. Il brano è quello che a me piace di più in quanto rappresenta lo stato d’animo di tutto l’album. Melodie facili però non banali, voce graffiata e strofa soft. Non è stato un brano capito appieno, altri ne hanno preferito altri, sentendoli più diretti come ‘Easily’ o ‘Where the River flows’ .

Una volta si cercava il 45 giri di successo. Ma secondo te le etichette fanno ancora questa operazione nel 2021? Cercare la canzone che tira l’album serve ancora, pur non vendendo?

Secondo me la canzone che tira ci vuole. D’altronde se noi troviamo su You Tube un brano accattivante, poi ci andiamo a cercare il disco o comunque andiamo a vedere di chi si tratta. Ma il biglietto da visita, nella vita  funziona in tutto, ma a maggior ragione oggi nella musica, al di là che cd non se ne vendano più. Se per esempio avessi messo come singolo ‘The Path’ o un brano più soft, magari la gente avrebbe ascoltato trenta secondi però poi “ciao ciao”. Le case discografiche oggi cercano questo, quelle poche che sono rimaste vogliono il singolo che acchiappa, anzi, più che il singolo vogliono l’immagine. Mi sto rendendo conto che anche nel metal stanno emergendo un sacco di female band dove c’è la gara a chi ha la scollatura migliore, la fica di turno che può attirare “like”. Ti faccio un esempio terra terra; noi abbiamo fatto tre video promozionali per Platens, in uno dei quali abbiamo messo l’immagine di una modella, e in quest’ultimo ci sono state più visualizzazioni. Quindi questo ci fa capire, scherzando anche con la casa discografica, che le donne pure nel nostro genere acchiappano. Questo spinge le case discografiche rimaste ad investire sulle female band. Poi se abbiano originalità o meno la musica passa un po’ in secondo piano. Da artista io dico che la musica deve essere sempre la cosa più importante, ma oggi l’apparenza è quasi il 50% del biglietto da visita. Le case discografiche sponsorizzano all’inverosimile anche le ragazze al debutto. Ho visto video di ragazze che cantano cover abbastanza mediocri che nonostante ciò fanno molte visualizzazioni. Ma è un discorso legato anche ad altri generi. Quando noi esplodemmo con i Thy Majestie l’immagine pareva contare un po’ meno, e la mia idea è che invece oggi la bella presenza conti molto.

Dentro il lavoro c’è ‘Fragile’ non cantata in inglese. Che senso dai al cantato in italiano?

In realtà non è la prima canzone che scrivo in italiano. Considera che quando ho iniziato la mia carriera avevo diciassette anni e avevo una band coi miei fratelli, col nome di Dragon’s Breath, e facemmo due demo completamente in italiano, quindi una ventina di canzoni. Quindi per me non è una cosa nuova. ‘Fragile’ l’ho scritta diversi anni fa, solo che per un motivo o per l’altro non l’avevo mai registrata. Era qualcosa che ogni tanto mi canticchiavo con la chitarra, e quando l’ho registrata, casualmente l’ho fatta sentire alla casa discografica e loro hanno avuto questa idea di metterla a chiusura del disco. Al di là di Platens io avrei voluto fare un disco completamente in italiano e probabilmente lo realizzerò perché ho tante canzoni da pubblicare. Nella versione giapponese di questo disco ci sono altre due bonus-track  che non sono incluse nella versione europea, che sono ‘Inferno’ e ‘Christmas Day’, parecchio diverse dal genere del disco, composte anch’esse anni fa. L’italiano è una lingua bellissima, probabilmente anche migliore dell’inglese se uno sa scrivere bene metricamente i testi. Nell’hard rock è difficile fare un brano che abbia presa perché il rischio di scrivere banalità e stupidaggini è molto alto, però quella dell’italiano è una stradada che mi piacerebbe continuare dato che potrebbe avere degli sbocchi. 

Per quanto corposa, la musica dei Platens è il lato leggero del metal. Ma questa tipologia corre sempre il rischio di cadere nel Pop. Ti senti di essere riuscito a rimanere nell’alveo Rock? Ti senti un po’ rockettaro?

Bè certo. Nascendo da chitarrista l’indole della distorsione è proprio nel sangue. Però io non mi faccio questi problemi di Pop, non Pop. Nel periodo dal 2009 al 2011 ho lavorato come arrangiatore nello studio di Catania di Gianni Bella; ho fatto anche produzioni Pop. Non mi faccio influenzare tanto dai generi, non sono un purista, se una cosa è bella funziona  sia che sia metal, sia che sia pop o blues, che sia folk, cioè parto dal presupposto che una canzone può essere bella al di là di quanta distorsione tu gli aggiungi. Diciamo che la musica è difficile saperla arrangiare bene, su questo io mi reputo maniacale. Per me è molto importante il tipo di sonorità che devi trasmettere. Cosa vuoi esprimere attraverso la musica? Quale dinamica vuoi dare? Fare un disco di solo metal può essere limitativo per una persona come me.

A questo punto mi viene spontaneo chiederti cosa vuoi esprimere suonando il metal melodico.

Esprimo le mie sensazioni, i miei sentimenti. Il metal melodico è il genere in cui mi rispecchio di più essendone stato parecchio influenzato. Io non ho troppe barriere mentali, non parto quindi con l’idea che il disco deve essere di metal melodico, viene da sé e basta, perché io sono fondamentalmente un metallaro! Però ho fatto anche altra roba perché il metal non è l’unica prerogativa della mia musica.

Di cosa parlano i testi?

Gli argomenti sono tanti. ‘Conspiracy’ parla della situazione che stiamo vivendo; parla del controllo globale, di tutto quello che c’impongono in maniera incondizionata. Noi italiani siamo un popolo che subiamo passivamente tutto. Stiamo arrivando ad un punto in cui le libertà vengono soppresse regolarmente e non solo per la pandemia. Io viaggio spesso all’estero, sono stato via una settimana fa, negli altri paesi come Polonia, Repubblica Ceca, sono stato in Bosnia, tutto questo accanimento mediatico e di controllo delle libertà individuali non esiste. Qualche domanda me la faccio. ‘Conspiracy’ parla del subire senza fare nulla. Poi ci sono canzoni che parlano di tematiche sentimentali come ‘Wait for Me’ che parla della storia d’amore di due persone che alla fine non riescono a racimolare il bandolo della matassa e quindi a ricostruire la loro storia; brano dal sapore dolce/amaro. ‘End of the World’ parla del significato spirituale che una persona dà alla vita, a ciò che si nasconde dietro la vita, al post-mortem.  Ogni canzone rappresenta un po’ i miei dubbi, quello che sento in quel momento più vicino. Generalmente spazio su temi differenti, andando oltre ‘Cuore, Sole,Amore’ [ride n.d.r.].

I musicisti che ti hanno ispirato da giovane? E i musicisti che ti hanno ispirato per questo disco?

Di questo disco non lo so. Negli ultimi anni non ho ascoltato moltissima musica. Più che altro mi faccio influenzare dalla natura.  Ma nella mia vita musicale di musicisti che mi hanno influenzato ce ne sono stati tantissimi. Penso a Dan Huff dei Giant [hard-rock dagli USA n.d.r.] , ma lui mi ha influenzato non solo come chitarrista, anche come produttore e arrangiatore. Poi seguo tanto Corrado Rustici, chitarrista di Zucchero, genio assoluto della sei-corde ma che ha fatto tanto per la musica italiana anche come produttore. Diciamo che mi ispirano sempre i musicisti che lavorano anche dietro la consolle, non solo strumentisti.  Al giorno d’oggi strumentisti bravi ce ne sono tantissimi. Basta andare su You Tube e vedi ragazzini di dieci anni che suonano la chitarra in modo impressionante. Ma per suonare uno strumento partirei dalle basi, da Segovia, dalla musica classica. Partirei anche dalla musica spagnola, dalla chitarra spagnola. Dal blues, tutto quello che c’è stato nel Mississipi negli anni sessanta, tutta la scena che si è sviluppata. Veramente tante influenze, e nell’Hard Rock ci sono i Van Halen, gli Skid Row. Adesso non mi tengo tanto aggiornato,  gli ultimi due cd che ho comprato sono una band che si chiama One Desire [finlandesi n.d.r.] e il loro cd mi piace tanto, una delle poche band AoR che trovo originali nella scena attuale, e poi un gruppo che si chiama Cry, anch’essi nordici, che suonano un rock-pop fatto bene con personalità. Diciamo che indirizzo i miei ascolti in modo mirato, visto che non ascolto tanto, anche perché esce troppa roba, non si può andare dietro a tutto.

Domanda secca: preferisci i Toto o i Journey?

Tecnicamente preferisco i Toto. I Toto sono “La Musica” nel senso che se parlo di Lukather, credo che sia proprio un genio di tutto, di composizione, di arrangiamento, di gusto. Secondo me i Toto hanno fatto la scuola del rock e dell’hard rock. I Journey invece hanno inventato il genere AoR. Se dovessi scegliere dal lato sentimentale e di cuore direi i Journey. Ma attenzione, stiamo parlando di due band entrambe titaniche.

Il mercato discografico è diventato informe. Non c’è una direzione univoca per raggiungere e mantenere il successo. Ma, per esempio, una band come i Maneskin come farà a sopravvivere quando non c’è più la vendita dei dischi a sorreggerti?

Con le sponsorizzazioni, con la pubblicità continua dei magazine fatta dalle etichette, fatta con i passaggi radio. Nelle major ci ho bazzicato, funziona in maniera del tutto diversa rispetto al mercato underground dell’Heavy Metal dove conta la musica, contano i concerti e gli show, contano i fan. Là invece funziona tutto ad immagine. I Maneskin hanno avuto la fortuna di avere un ottimo lancio ad “X Factor”, hanno trovato una manager che è stata bravissima a dare una immagine alla band, la quale erano quattro “scappati di casa” che sapevano suonare o suonicchiare, ma che non avevano un indirizzo preciso musicale, né un’identità chiara a livello di immagine. Con loro è stato fatto un lavoro perfetto da parte dei discografici per renderli accattivanti, per renderli fluidi, cioè sessualmente ambigui, e questo è un tema che li ha lanciati, perché in un tempo in cui si discute di DDL Zan, dove il tema dell’omosessualità è diventato quasi centrale, l’immagine è stata costruita ad hoc per questo tempo. Più che la musica, che nei Maneskin è stato un sottofondo, è l’immagine di bei ragazzini che li ha lanciati su un sacco di giornali e di media. Finito il fenomeno “wow”, dovranno dimostrare di saper rimanere, e lo puoi dimostrare con la musica. Il singolo che hanno realizzato con Iggy Pop fa schifo, però questo li sta tenendo in vita facendogli ulteriore pubblicità; che poi si entra in un circuito di Spotify, di gente che investe tantissimi soldi in immagine. Il fenomeno quanto durerà?   Secondo me non tanto, ma non perché sono dei mediocri musicisti, ma perché tanti altri gruppi prima hanno suonato ciò che fanno loro. I Maneskin si ispirano al Glam Rock, ma è un genere che ha le radici negli anni settanta. Naturalmente se reggeranno dipenderà dalle canzoni. Un merito ce l’hanno ed è quello di aver sdoganato nel mondo la lingua italiana nel rock, e questo è un grande merito. Però la vedo dura per loro.

Che visibilità hai tu all’estero ed in Italia?

E’ la visibilità che fa la casa discografica, e purtroppo non è tantissima. Sono contento del lavoro che stanno facendo, sono dei ragazzi che ci mettono impegno e passione. Però hanno dei mezzi limitati. Sai, alla fine, per spingere un disco ci vogliono i soldi, è inutile girargli attorno. Anche con il disco più bello del mondo, se ti mancano i soldi per sponsorizzarlo, dopo due mesi non ti ricorda più nessuno. Io la vivo con molta serenità anche perchè faccio altro nella vita. Non ho esigenze particolari, non devo diventare una Rock Star [ride n.d.r.]. Faccio musica solo per puro piacere ma è ovvio che tutto quello che verrà in più sarà ben accetto. Sono con i piedi per terra, non ho illusioni.

Progetti a breve termine?

Vorrei preparare un disco con una vera e propria band. Sono dei musicisti di Roma, due chitarristi straordinari, ho trovato anche il batterista ed il bassista e stiamo lavorando per la realizzazione di un lavoro diverso da quello che ho fatto finora. Sarà qualcosa di un po’ più commerciale, e poi non sarà un disco solista, fare tutto da solo è bello fino ad un certo punto. Inoltre spero vivamente di suonare dal vivo perché è uno dei fattori che più mi è mancato; alla fine vuoi tornare a sentire il pubblico, a sentire quelle emozioni. Che poi in fondo la musica è quello, condividere la musica. A fare solo dischi siamo tutti bravi. C’è ancora il discorso covid, quindi non si sa quando potremo tornare a suonare live, però intanto lavorerò sicuramente su questo progetto.

Per i Platens non sono rimaste canzoni da parte?

Ho composto altro materiale però non so se ho intenzione di registrarlo nel breve termine. Dipenderà molto dai riscontri e dalle vendite. Platens non è andato male, in Giappone,da quello che ho capito, mille copie sono già state fatte fuori, però in Giappone funziona tutto in maniera diversa. Il popolo giapponese è rimasto ancorato alla copia fisica, e pensa che loro mi hanno vincolato i prossimi dischi, hanno voluto una licenza particolare, hanno fatto una versione in giapponese del disco; è un mercato a sè stante. Dall’Europa ho ricevuto tante belle parole ma a livello di vendite non so quanto stia vendendo, forse più no che si. Il problema è che la gente scarica. Così fanno morire la musica perchè la casa discografica se non vende le poche copie fisiche che ha stampato non investe più.

Attraverso i vari dischi in uscita, l’Italia dimostra di possedere artisti che nel metal e nel rock hanno competenze da vendere. Grillo è uno di questi personaggi, autore e musicista, che sembra volersi cimentare con l’ambiente a trecentossessanta gradi ma che dimostra con le sue parole che la passione conta più di tutto in questo ambiente povero di denari.

Platens discografia:

01.   Between two Horizons (2004)

02.   Out of the World (2014)

03.   Of Poetry and silent Mastery (2021)

A cura di Roberto Sky Latini - 9 agosto 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

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