Treatment

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Questi rocker inglesi, perfettamente calati nelle vesti del vecchio soffio rock’n’roll, danno all’antica forma Hard Rock una bella lucidata e album dopo album mantengono netti i riff e acuta l’energia. Nel loro modo di intendere l’orecchiabilità rock, usano tutti gli ingredienti del tempo senza fissarsi su una unica ispirazione, e lo fanno in maniera molto sciolta e spontanea.

Il ritornello suadente del primo brano ‘RAT RACE’ fa, con non-chalance, il verso ai Def leppard meno laccati, e sul riff secco utilizzano un ritornello  suadente. ‘TAKE IT OR LEAVE IT’ possiede quel lato glam che non manca nelle corde del gruppo, ma anche qui sempre mantenendo l’accento duro della struttura. ‘VAMPRESS’ è una delle tre song tirate, ma di esse è la migliore, senza fronzoli e senza nulla che la depotenzi, adatta a ballare sotto il palco con tutta l’anima in corpo; le altre sono ‘Hold Fire’ che usa tipici riff rock’n’roll ed è un po’ troppo poco personale, e ‘Let’s make Money’, questo il più Ac/Dc style dei pezzi presenti, anche se non tutto il cantato sta dentro quella scia. Forte la tensione blues in più pezzi come in ‘EYES ON YOU’; cosa che avviene anche nella rolleggiante ‘No Way Home’ alla Status Quo e ancor di più nella mollemente molleggiata ‘Barman’, cullata col pianoforte onky-tonky. Due sono le canzoni che una volta avrebbero fatto felici le case discografiche per 45 giri da classifica, una è ‘Devil in the Detail’ e l’altra è ‘Wrong Way’, entrambe però quale ottimo esempio di come si debba costruire una song orecchiabile e commerciale senza perdere feeling roccioso.

L’album gioca su un ritmo cadenzato mettendo in pratica tutti i migliori clichè del genere, ma ogni rifframa bello tonico si accompagna a ritornelli ben pensati cercando di evitare trappole abusate. Stanno nello stesso calderone dei compaesani Darkness ma senza utilizzare le elaborazioni più enfatiche dei Queen, anzi prediligendo come negli album passati, molte più sterzate alla Ac/Dc. Gli assoli fanno il verso all’acidità di Angus, ma senza volerlo copiare davvero. In realtà la chitarra solista, piuttosto curata, dà un sacco di input variegati qua e là disseminando le canzoni di una ariosità maggiore. Come nei grandi album del passato rock, vengono poste anche tracce cadenzate alla maniera blues, come ad essere fieri di poterlo riuscire a fare; è un ottimo riconoscimento ad un sound che ricorda da dove arriva il rock, e visto che la band sa come ottenere l’atmosfera giusta in questo suo lato, allora è assolutamente un gran piacere.

Si sente comunque anche il passato di nomi come i Bad Company e i Foghat, anche se qui si vive maggior tonicità, ma sempre stando legati a quelle loro accentazioni melodiche. Nel passaggio dal primo album del 2011 (‘This Might Hurt’) a questo quinto c’è una perdita del lato caratteriale più heavy, andando sempre più a porsi dentro l’alveo tradizionale, il quale c’era anche prima, però arrembando con una mentalità più moderna e forse anche più energetica. Oggi sembrano meno giovanili vestendo i panni dei padri piuttosto che produrre scariche elettriche di figli quali sono. Alla fine si tratta di quel genere che si può associare allo Street Metal al quale certa storia settantiana portò, passando per tutti i gruppi di questo tipo, primo fra tutti gli Aerosmith. Il risultato è però efficace ed efficiente, in grado di rendere al meglio uno stile che il vero rocker cerca per ogni dove. Magari gli Ac/Dc oggi suonassero come i Treatment. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Rat Race

02.  Take or leave it

03.  Lightining in a Bottle

04.  Vampress

05.  Eyes on You

06.  No way Home

07.  Devil in the Detail

08.  Tough Kid

09.  Hold Fire

10.  Barman

11.  Let’s make Money

12.  Wrong way 

Tom Rampton - vocals
Tagore Grey - guitars
Tao Grey - bass
Dhani Mansworth - drums

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