White Thunder

                                                                                                               Maximum: The Journey Of a Billion Years

                                                                                                               Not avaible

                                                                                                              www.whitethunder.net 

 

 

Ultimamente gli italiani presentano album metal di spessore nell’ambito Progressive. Lavori pregnanti, personali e tecnicamente ineccepibili. Per esempio sono usciti nel 2021 i lombardi 3 dreAms neVer Dreamt, i Mindfar del campano Armando De Angelis e i piemontesi Odd Dimension, con grande classe, e ora tocca ai romani White Thunder. Ognuno con una impostazione sua propria, navigando su canali di acque differenti. E’ sorprendente come ancora oggi si possano trovare ispirazioni così personali, nonostante i generi trattati siano già stati decodificati. I White Thunder lo fanno da un versante più moderno rispetto agli altri, intessendo trame scattose e nervose, ma senza perdere il filo conduttore della narrazione sonora, cosa anche utile dal punto di vista descrittivo visto che si tratta di un concept (inserito nello spazio interstellare come trovata però per indagare i sentimenti umani). 

Il brano che apre l’ascolto è già uno dei migliori, infatti ‘TIMELESS DESPISE’ porta con sé apertura ariosa ma anche corposità violenta perfettamente integrate. ‘MAXIMUM’ è un’altra scheggia di alto pregio che con le sue dissonanze e la sua tecnicità djent regala una tonica vibrazione, senza contare che contiene una delle migliori interpretazioni vocali comprese le modulazioni che il cantante sa emettere. La valenza Prog che va oltre la sostanza metallica è dentro la bella ballata ‘WAIT FOR THE SUN’ che contiene un leggerissimo afflato jazz, pur non così netto, e dove la voce candida dona quel piccolo pathos da brivido.

Ma l’apice ideativo sta in una ‘MAINMAST’ fluidamente accattivante che eleva elettricità e chitarra liquida ad emblema di raffinatezza esecutiva, con una maggiore affluenza di rivoli jazzati alla Yes del 1969 e che avvolgono l’ascoltatore anche grazie ad una sovrapposizione di voci delicate che poi si contrappongono al riffing epico strettamente legato all’Heavy Metal anni ottanta, quasi manowariano nel finale. Queste gemme superano le altre tracce, ma non le soffocano poichè nessuna altra song occupa una posizione di filler (nemmeno la breve ‘Kuma’); a parte ‘Dream-like surface’ che non è musica ma solo una traccia di passaggio per legarne due. Quindi nessun riempitivo, anzi l’avventura dell’album è un unicum meglio godibile se fruito senza soluzione di continuità. Il finale è dato da ‘Away from the Sun’, una suite di oltre nove minuti che trasporta in circuiti riffici ficcanti e drumming roteanti, a presa immediata ma anche elaborata, oltre ad immergere in una ambientazione che vocalmente scava verso gli anni settanta. 

Reduci da un ep del 2019, questo gruppo sembra aver imparato molto bene dalla scuola dei gruppi più originali ed eclettici degli ultimi decenni, rifacendosi a nomi che poco tempo fa godevano fama di innovatori e che ora sono diventati maestri delle nuove generazioni, cosa che questo disco testimonia con chiarezza. Importante nella concezione musicale il groove espresso (sentire fra gli altri ‘Trial’), sempre molto pieno ed accentato. In questo si percepisce una vicinanza ai norvegesi Leprous meno recenti, ma anche ai canadesi Protest The Hero, per quanto in maniera meno schizzata. Ma la band si ispira apparentemente anche agli svedesi Pain Of Salvation nel senso dell’intropezione emotiva unita a certe escrescenze strutturali condite da suoni più morbidi. Non manca l’insegnamento targato Opeth nella capacità di assemblare sofficità e indurimento con anche l’alternanza pulito/growling. Della scuola meno attuale potremmo trovarvi qualcosa degli statunitensi Fates Warning (ad esempio nella lucente ‘Orbit’ che però contiene un grande acuto alla Geoff Tate), ma anche altri esponenti non prog, in effetti la chitarra ritmica mischia andature moderne a avanzamenti ottantiani e lo fa però sempre unendo le sezioni in maniera naturale.

La cattiveria di alcuni passaggi, pur rafforzata da esplicitazioni growl, non è però limitata alla voce, in quanto anche le chitarre sanno indurire il songwriting. Ma l’ugola comunque è di grande valore e moltiplica la forza espressiva delle canzoni. E’ una abilità canora virtuosa che non vuole essere sprecata in inutili divagazioni, così le note acute escono solo quando servono e le tonalità dinamiche si inerpicano nelle difficoltà più estreme solo quando la composizione lo richiede. Ottima registrazione ed ottima finezza esecutiva che si unisce a una vivida lucidità artistica, sempre in grado di sorprendere coi suoi cambiamenti umorali. Voto alto!

 

Sky robertace Latini

 

01.  Timeless Despise

02.  Orbit

03.  Trial

04.  Mainmast (Craving Silence)

05.  Everlasting Sight

06.  Dream - like Surface

07.  Wait for the Sun

08.  Maximum

09.  Kuma

10.  Away from the Sun (HTCBH)

 

Mattia Fagiolo - vocals

Alessandro De Falco - guitar

Jacopo Fagiolo - guitar

Simone Ndiaye - bass

Davide Fabrizio - drums

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