Metallica

                                                                                                                       Metallica (Black Album)

                                                                                                                       Elektra / Vertigo

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Il 12 agosto 1991 i Metallica fecero uscire il loro quinto album, il secondo senza il compianto bassista Cliff Burton, e fu il lavoro che li lanciò all’apice del successo mondiale. Nell’arte si può cercare di oggettivare il valore degli artisti e delle opere, ma chi non è interessato a questo tipo di disquisizioni può benissimo fregarsene, perché alla fine l’arte diventa una faccenda di gusti. E il gusto dilaniò i fan tra chi continuò ad amarli amando anche il disco in questione, e chi accusò la band di non aver più nulla da dire. Questa è una diatriba che continua ancor oggi, ma spesso pare non aver vincitori né vinti, a vincere è sempre e solo l’album che continua a essere considerato importante e a piacere. Il titolo dell’album è ‘Metallica’, ma siccome sulla cover non ci sono immagini bensì solo una tinta unita nera, con il solo moniker ed i contorni di un serpente ad apparire, viene anche chiamato il ‘Black album’ (sarebbe potuto anche chiamarsi ‘Snake’ o ‘Black Snake’ ma non avvenne).

La prima cosa da dire è che l’album è perfettamente metal, possiede tutto lo spirito rockeggiante che il metal ha sempre esplicitato, e l’estetica non offre alcun rivolo che lo ponga al di fuori dei canoni metallici, i quali qui rimangono tesi, duri, dark in vari casi, e belli distorti (anche se esistono distorsioni più corrosive nella storia del genere). Più delicata l’analisi che invece possa decidere se il lavoro è più Heavy o più Thrash, cioè a quale sottogenere metal questo “Black Album” appartenga. Tra gli episodi più veloci ma non velocissimi sta ‘Holier than thou’ che è anche la traccia più canonica del genere, lineare ma dalla fruibilità più diretta. Forse ‘Wherever I may roam’ ha un tasso thrash depotenziato, andando verso una caratteristica più Heavy Metal. ‘Don’t tread on Me’ è cadenzata e oscura, e sarebbe potuta stare benissimo in uno dei primi tre full-lenght della loro discografia, tipica song in linea con la tradizione di tutto il thrash classico. E velocità ad attacco alternato per ‘Through the Never’ che ossessivamente si dipana variando le sue parti ritmiche. Molto intrigante la crudezza di ‘Of Wolf and Man’ a metà strada tra Savatage e Megadeth, forse uno dei punti più gustosi dell’album. L’unica minima concessione al Grunge potremmo trovarla in ‘My Friend of Misery’ ma essa permane una traccia ben fondata nel metal.  Tipica durezza alla Metallica in ‘The Struggle within’ da considerare il pezzo meno caratteristico del disco anche se è uno dei più irruenti.

I tre momenti più famosi tra il pubblico sono l’apripista ‘Enter Sadman’; ‘Sad but True’ e le ballate. A rimanere nei cuori dei fruitori fu soprattutto ‘Enter Sadman’ che ancora oggi è tra i pezzi più coverizzati dalle band di adolescenti. Il thrash accattivante di ‘Sad but True’, dalla linea melodica ossessiva afferra nella sua ritmicità. Il brano maggiormente criticato è il brano che ebbe maggior successo fra tutti quelli presenti, e cioè ‘Nothing else matters’ una ballata che possiede una grande personalità ed originalità, un colpo di genio vero e proprio dal punto di vista artistico, che pur rimanendo relegata dentro l’alveo della ballata metallica al 100%, venne apprezzata trasversalmente da un pubblico più vasto di allora, in fondo preparato a questo dal Grunge nato da poco ma già imperante; sulla stessa scia sta l’atmosferica ‘Unforgiven’, forse questa legata a canoni meno heavy di ‘Nothing’…, con invece note quasi prog. Entrambe le soft-song contengono però i suoni che l’Heavy Metal aveva già utilizzato da tempo, ma la sua declinazione evitò una forma melensa che si trovava in gruppi che suonavano ballate di tipo Glam o Hair. Titoli  come ‘Sanctuary’ dei Queensryche o quelle dei Savatage avevano molti più agganci con questo tipo di canzoni calme, ma anche aggancio i passaggi soffici dei brani thrash di vari altri gruppi hanno la stessa sonorità (suoni parzialmente similari presenti nei Flotsam & Jetsam; nei Death Angel; nei Testament prima del 1991). Ciò che va sottolineato è che manca il lato più violento del thrash, quel muro sonoro che troviamo con ‘Fight fire with fire ‘ di ‘Ride the Lightning’ o ‘Battery’ di ‘Master of Puppets’, ma già il quarto ‘…and Justice for all’ appariva meno violento di certi standard creati dagli stessi Metallica. La ritmica chitarrista è quella inventata da Hetfield e che una buona maggior parte della corrente thrash (quella che non si rifà agli Slayer) ha utilizzato per la propria forma sonora.

Nessun filler in un disco dal potenziale enorme che il successo ha testimoniato avere. Un disco che ha vinto nel mercato senza farsi Pop e senza diventare semplice Rock. Una dimostrazione di forza che è rimasta rarità della storia della musica. Un disco del tutto Metal che si propagò come un fuoco anche tra il pubblico non strettamente metallaro. Fu un colpo di genio artistico assoluto, a cui si aggiunse una intelligenza di marketing che sfruttò bene il contesto storico del momento. Va ribadita l’utilità del Grunge per aver iniettato un gusto meno superficiale tra le nuove generazioni degli anni novanta che ampliarono le possibilità della musica dura, non quella più allegra da party, ma almeno quella più dark o gotica, di riuscire a farsi ascoltare ed apprezzare. Alla fine l’analisi non può che annoverare questa pubblicazione che fra quelle Thrash, anche se un thrash meno estremo dal punto di vista della violenza, ma pur sempre tutto dentro quella stilistica. Il Pop nemmeno lo sfiora. La produzione è curata in senso meno ruvido, ma la bellezza del suono è massimale donando una colorazione scura molto evocativa.

Oggi questo disco non è più nei favori del pubblico non metallaro; molti conoscono solo la ballata ‘Nothing…’, perché essendo un disco tipicamente metal ha di nuovo riacquistato il range di inascoltabilità che ha sempre avuto questo tipo di suono tra i non appassionati. Nei giorni nostri forse solo la gioventù inglese e americana, culturalmente più dedita al rock, riuscirà ad ascoltare l’intero album pur non essendo un metal kid. E’ uno di quei capitoli che unisce il mondo nerd a quello mainstream, ma con un prodotto di pura arte che sarebbe stato tale anche senza essere un successo planetario, rimanendo nel mondo ridotto della scena “metallica”, così come avvenne prima per AC/DC con ‘Black in Black’ e Guns and Roses con ‘Appetite for Destruction’ i quali vendettero quanto i dischi mainstream rimanendo di alto livello compositivo. Nulla a che vedere con lo strizzare l’occhiolino al pop come fecero i Def Leppard per cui vale il termine “Pop Metal”. Festeggiamo quindi con emozione di metaller il trentennale di un disco fondamentale per la storia della musica e del metallo. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Enter Sadman

02.  Sad but True

03.  Holier than Thou

04.  The Unforgiven

05.  Wherever I may roam

06.  Don’t tread on Me

07.  Through the never

08.  Nothing else Matters

09.  Of Wolf and Man

10.  The God that failed

11.  My Friend of Misery

12.  The Struggle within 

James Hetfield – vocals / guitar
Kirk Hammett - guitar
Jason Newsted – bass
Lars Ulrich - drums

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