Evanescence

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La goticità di Amy lee è tornata dopo anni di assenza. Un sound metal che solo raramente si lega al Metalcore, prediligendo sempre le linee metal gotiche appunto, quelle che descrivono sensazioni interiori dello spirito. La sua primitiva unicità è diventata ormai comune a molti artisti ma lei fu tra le prime e non abbandona la nave per altri lidi, proseguendo coerentemente il suo viaggio espressivo, anche se stavolta con meno ispirazione, per quanto, mai, avrebbe potuto cadere giù dal livello in cui gli Evanscence si sono posti con la loro pregnanza.

Subito la prima traccia ‘Artifact/The Turn’, evanescente come il moniker racconta, molto rarefatta, va a far capire all’ascoltatore che non si impatterà solo nella durezza Heavy, ma si imbastirà un lungo monologo che sarà suadente ed introspettivo come tante volte è stata la band. Collegata alla prima traccia sta la seconda ‘Broken Pieces shine’ in verità non molto originale, legata a passaggi che ricordano loro cose passate, ma che ha comunque il suo pathos specifico. ‘THE GAME IS OVER’, con le sue chitarre ribassate, è uno degli episodi più creativi e sentiti; possente negli strumenti come virtuosa e raffinata nella voce. Lo scivolamento nel pop meno artistico non li vede chiudersi nella banalità, anche se un pezzo come ‘Yeah Right’ non è la fine del mondo.

Pure ‘Wasting on You’ sembra fuori contesto dato il soffio pop-soul che ha, ma siccome la classe non è acqua, l’arrangiamento e l’interpretazione la elevano a pezzo emozionale sebbene non eccezionale come songwriting. Meglio soprassedere e rivolgerci ai momenti più importanti musicalmente che non mancano. Per esempio una avvolgente ‘FEEDING THE DARK’, dal ritmo incombente, la quale punta a entrare dentro la pelle con la voce che si allunga ad infilare la lama in profondità. ‘USE MY VOICE’ apre ad un’aria meno scura ma vive di una fragranza che rende pimpante l’essenza canora, circondandola sia di emissioni rarefatte, sia di brezze dolci. Se si sta attenti si trovano mimetizzate cose grunge che alterano la dolcezza vocale in sessioni da performance non proprio hard ma comunque più dure come avviene nella affascinante ‘TAKE COVER’. La soffice ‘FAR FROM HEAVEN’, pianoforte e voce, con galleggianti altri delicati suoni, si lega a tanta musica soft soave esistente, compresa Keith Bush e gruppi sinfonici, ma resta ancorata al goticismo con accanita personalissima magia. Più metallica la tonica ‘BLIND BELIEF’ alternando la brezza vocale di Amy ad accordi pesanti strutturati in modo interessante e piuttosto ficcanti.

La singer costruisce ancora una volta linee melodiche difficili da ripetere dal vivo; spesso le si è visto fallire in concerto certi passaggi. Ma non importa, perché ciò che conta è la bellezza artistica della composizione da studio, assolutamente evocativa. C’è dell’elettronica, a volte un po’ troppo fine a se stessa, ma alla fine non se ne è abusato. Assoli poco ben ficcanti, se ci sono, determinano un calo di feeling, ma la vocalità resta il nodo centrale di tutto il songwriting e bilancia l’assenza di altri personalismi. A volte, se ci fosse un cantante maschile ad accompagnarla, sembrerebbe di ascoltare gli italiani Lacuna Coil, segno reale di quanto la band italica abbia preso dagli Evanescence. Non si è nella grandezza iconica del loro più valoriale passato che con ‘Synthesis’ aveva mantenuto le promesse.

Però l’album non è una delusione, grazie al sentimento evocativo che possiede, ma soprattutto grazie alla cantante, perché i musicisti si pongono in un modo poco visibile, dedicandosi più alla cura dei suoni che alla struttura del songwriting. Nonostante delle piccole punte di alternative o nu metal, che da sempre ne hanno contraddistinto il confine, la band rimane accentata soprattutto in ambito gotico, e oggi, in generale, non vanno a cercare altre ispirazioni che non siano quelle uscite da se stessi. Il gruppo è lei, la cantante lo possiede interamente (rimasta unica della formazione originaria) e lei si propone sempre in modo serio, e in modo serio non si scompone mai. Di certo non è prolifica, ma non dovendo inseguire un successo già ottenuto preferisce scrivere dando un senso alle cose, come in effetti le liriche dimostrano. Però su tutto è la musica che vince.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Artifact/The Turn

02.  Broken Pieces Shine

03.  The Game is Over

04.  Yeah Right

05.  Feeding the Dark

06.  Wasted on You

07.  Better without You

08.  Use my Voice

09.  Take cover

10.  Far from Heaven

11.  Part of Me

12.  Blind Belief

 

Amy Lee – vocals / piano /keyboards
Jen Majura – guitar
Troy McLawhorn – guitar
Tim McCord – bass
Will Hunt - drums

 

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