Cobra Cult

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Ecco giungere il secondo album dei Cobra Cult. La ruvidezza di questi svedesi semplici ma possenti non elimina un senso accattivante di orecchiabilità sbarazzina. Un minimo di attitudine punk e una capacità di produrre momenti da cantare col pubblico finiscono per rendere l’ascolto frizzante pur corposo nei suoni e compatto nell’energia. Non siamo dentro suoni impattanti, ma le vibrazioni sono inserite nella radice del sano vecchio modo di intendere la rockitudine. Si parte da visioni lontane nel tempo per correre e tuffarsi in quella chitarra polverosa che stuzzica l’orecchio degli ascoltatori meno cerebrali.

L’album parte con la bomba a doppia cassa di ‘SELL YOUR SOUL’ che scatena l’anima rockettara del gruppo, pelli e riffing motorheadiani sommati a spirito invadente. Anche ‘DEVIL’S END’, meno duro, ma pur sempre tonico, è un brano che elargisce adrenalina rolleggiante. Più HardRock americaneggianti la tracce ‘RUN FOR YOUR LIFE’ e ‘Dust on my boots’ che vengono servite su un piatto divertente; la prima più incalzante e la seconda meno personale, ma pur sempre riuscita. Tempo medio con variazione maggiore tra strofe e ritornello per la più doom ‘MEAN MACHINE, contornata da inserti chitarristici solisti e dall’assolo più ricercato dell’intero lavoro, con i passaggi di un basso interlocutorio. La velocità da scorribanda autostradale mezza punkeggiante si vive con ‘Hey!’ che fa affiorare una voglia di fuggire via. ‘Beat the Demon’ va segnalata per una maggior respiro compositivo pur non essendo più lunga delle altre (e  comunque è una delle uniche tre che arriva al terzo minuto), e anche qui l’assolo si sviluppa con più profondità.

Sole e pietre sono le immagini che vengono in mente mentre si fruisce questa musica saltellante. La voce della singer canta come la tradizione del genere vuole, sempre tirata, e senza diventare una virtuosa, sfoderando un appeal rock’n’roll in mezzo al rifframa e alle dinamiche del drumming. Una vocalità che non si scompone mai più di tanto, ma sempre mantenendo gagliardo il carattere; alcune sue inflessioni somigliano a quelle di Chrissie Hynde, cantante dei anglo-statunitensi Pretenders. Lei imbraccia anche la chitarra ritmica e non fa alcuna smorfietta ma ti arringa con la sua verve da rocker incallito (vedere il video). C’è dello Stoner in questo HeavyRock istintivo che suda e non si fa mai intellettuale. Full-lenght breve (neanche 25 minuti) come da tradizione anni settanta per questo tipo di sound, ma non serviva che si allungasse dato che la forza concentrata riesce a dare comunque il suo effetto positivo.

Non è una opera che li fa entrare tra i grandi, però si ascolta tutto con molta rilassata piacevolezza, e a ciò si aggiunge però una netta aria di personalità che rende l’opera degna di non passare inosservata. Non sono un combo che prova carte elaborate, non di meno non gioca in modo piatto anche se evita di cimentarsi con qualcosa di superiore. Sembrano dei bravi ragazzi che riescono a discettare con lo spirito primitivo del rock anche usando i suoni puliti che usano. Ma dal vivo questa modalità espressiva è quella che catturerebbe l’attenzione dei più scalmanati per un dimenarsi sotto il palco che può far diventare ancor più elettrizzante una musica già viva di per sé. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Sell your Soul

02.  The Devil’s End

03.  Run for your Life

04.  Mean Machine

05.  Hey!

06.  Dust on my Boots

07.  Beat the Demon

08.  Hit the Stage

Johanna Lindhult – vocals / guitar
Anders Martinsgård– guitar
Thomas Jonsson – bass
Carl Johan “Sillen” Sillén – drums

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