INTERVISTA a GIANLUCA GALLI, chitarrista dei Secret Alliance

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INTERVISTA a GIANLUCA GALLI, chitarrista  dei Secret Alliance

Con Zoom, il senese Galli, ideatore del progetto Secret Alliance, si collega facendosi trovare in un ristorante cinese a Losanna,(hai capito N.D.R.) e in mezzo ai suoni del locale racconta con spontaneità la sua personale avventura solista che con questo secondo lavoro porta una eccellente qualità italiana nel metal internazionale.

Tu alla chitarra, Andrea Ranfagni al microfono, siete lo zoccolo duro dei ‘Secret Alliance’. Cone va considerato questo progetto nelle vostre intenzioni?

Guarda, in realtà è nato prima da un mio progetto strumentale. Il primo disco che si chiama ‘Solar Warden’ è uscito l’anno scorso [2020 n.d.r.] per Punishment 18, la stessa etichetta che pubblica adesso il secondo, ed era nato già diversi anni fa. Io ho fatto cantare ad Andrea i pezzi che erano nati come strumentali. Poi abbiamo visto che ha funzionato molto bene la versione cantata e quindi abbiamo deciso di proseguire e fare anche il secondo album.

L’aggiunta di Franklin al basso e Confessori alla batteria come è andata?

Loro avevano suonato il primo disco, già contattati per lo strumentale. Io ho suonato per diversi anni con i Time Machine di Milano [band prog-metal fondata nel 1992 n.d.r.], noi avevamo un rapporto molto forte con gli Angra, tanto è vero che abbiamo fatto un Gods Of Metal con Andre Matos, e ho avuto l’occasione di conoscerli un po’ tutti, per cui già in quegli anni avevo preso contatto con Confessori che poi ho invitato a suonare nel mio disco. Tony Franklin è un bassista che ho contattato per stima e per storia. Per il secondo disco entrambi sono stati molto contenti di suonare tutti i pezzi per cui è rimasta quella sezione ritmica.

Quanto hanno apportato della loro personalità?

Direi abbastanza, soprattutto Confessori perché ha ricevuto da me delle basi indicative di batteria, e poi Riccardo è uno molto creativo per cui gli ho detto “fai pure liberamente quello che ti senti, cambia quello che vuoi”. Ha cambiato diverse cose in effetti, e ci ha messo tanto del suo. Però è rimasto lo spirito che doveva avere, non lo ha sconvolto più di tanto. Franklin si è invece mantenuto vicino ai provini, ma ovviamente lui ha il suo stile, quindi ha quel suono particolare col basso fretless; anche lui la sua personalità, il suo tocco, il suo suono, ha cambiato parecchio i pezzi.

Il primo album quindi è stato scritto interamente da te. Anche questo secondo?

Anche questo.  Sono progetti miei un po’ totalitari. Non perché non voglia dare spazio, ma perché è nato come un progetto personale. Ho dato delle parti più o meno finite a tutti, compreso Andrea, e poi ovviamente ognuno le ha interpretate e migliorate, per cui il risultato è espressione di tutti. Però i pezzi dalla A alla Z, comprese le parti vocali e i testi, li ho fatti io. 

Due album, uno vicino all’altro, con un solo anno di differenza. Questo perché avevi già scritto tutti i pezzi da subito?

Se devo essere sincero sono stati vicini perchè c’è stato un anno di lockdown. Faccio un lavoro che mi porta abbastanza in giro, e quindi ho poco tempo. Io però sono molto profilico. Da questo punto di vista per me, a dir la verità, è stata una fortuna  restare chiuso in casa un anno. Dopo il primo mese di noia totale, mi son detto: “ora faccio un disco nuovo” e mi son messo a comporre un po’ di materiale, preso i pezzi vecchi, preso i pezzi nuovi, messo insieme tutto e in un anno dall’inizio il disco è uscito. Io ho iniziato a lavorarci ad Aprile credo, dell’anno scorso, ed ora a distanza di un anno è tutto finito ed esce. Quindi, tutto sommato, è stato un processo abbastanza veloce.

Quindi non c’è alcun pezzo su questo che era stato scritto per il primo.

No. In realtà ci sono un paio di pezzi che io avevo scritto e registrato parecchi anni fa per altri miei progetti strumentali, i quali erano stati in parte mortificati perché le produzioni erano quelle che erano, e perché poi il livello di maturità dal punto di vista strumentale era sicuramente inferiore. Quindi son stati ripresi, riarrangiati, risuonati, riconvertiti in una maniera più attuale. E sono diventati credibili.

Alle mie orecchie ‘Revelation’ suona come i Led Zeppelin che incontrano i Van Halen. Una orecchiabilità di fondo su una base piuttosto hard. Dentro cosa ci hai messo delle tue ispirazioni?

Mi sembra azzeccato. Hai citato due dei miei riferimenti, soprattutto tutti i Led Zeppelin, ma anche i Van Halen, perché per me Eddie è stato un maestro e l’ho studiato nota per nota per tanti anni. Io ho cercato anche di fare qualche riferimento ai Black Sabbath, ma non a tavolino, ma perché proprio ce li ho dentro come gusti e piacere personale. Ci sono delle cose abbastanza tipiche, vedi i riff pesanti, anche se fatti in chiave un po’ più moderna con l’aggiunta di tastiere, e soprattutto i cambi di tempo quando meno te l’aspetti. Ci son dei pezzi che partono in un modo, ad un certo punto arriva un riff diverso. Cose alla Black Sabbath dei primi tre/quattro album. Io son cresciuto con quella roba lì, mi viene spontanea,

Quindi in questo lavoro c’è una parte della tua passione da fan.

Sì, tutto quello che è il background di ascoltatore e di amante del genere c’è. C’era forse anche la pretesa o il tentativo di metter qualcosa di più prog, e infatti rispetto al primo disco ci sono molte più tastiere. Abbiamo cercato anche con Roberto Di Peco, che è un tastierista bravissimo, di dare un taglio un pochino più ricercato in certi arrangiamenti, non in tutti i brani, però in alcuni c’è questo tipo di scelta.

Hai reso questo disco più Prog per via della sonorità quindi, ma secondo me come strutture, concettualmente, mi sembra più Prog il primo. Questo secondo mi pare molto più semplificato e diretto.

 Sì, è vero, Sicuramente sono pezzi più diretti, meno incasinati da un punto di vista ritmico; forse semplicemente vanno via meglio perché una buona parte, pur essendo tempi dispari, sono arrangiati in un modo talmente lineare che non te ne accorgi. Ti assicuro però che costruire delle parti cantate su 7/4 e su 9/8 non è proprio semplicissimo.

Trovo infatti che ‘Revelation’ sia molto più particolare rispetto a ‘Solar Warden’. Meno canonico nonostante siano state costruite melodie più orecchiabili a volte quasi AoR. Hai realizzato brani di un genere solitamente commerciale che però perdono questa essenza facile con soluzioni le quali esteticamente si dissociano dalla forma come per esempio il pianoforte dissonante di ‘The Arise’, il mio pezzo preferito.

E’ il bello dei contrasti, non son cose venute per caso. Personalmente non amo le banalità, mi piace che la musica sia anche orecchiabile, però non mi piace la musica “allegrotta”, anzi, tutto quello che è allegro  dopo un po’ mi viene a noia. Il rock allegro è noioso. Si può fare anche una musica commerciale, però secondo me qualche elemento un pò più acido, un pochino fuori posto, ci sta bene no?  Per cui in ‘The Arise’, hai colto bene l’esempio, c’è un riff di basso e chitarra all’unisono, parecchio hard rock sotto,  e sopra, questo esempio di improvvisazione alla Keith Jarret, che uno potrebbe dire “cosa c’entra?” Però alla fine dici “perché no?”

Questo atteggiamento compositivo non si riduce all’exploit di un singolo brano, ma è generalizzato in tutto l’album, anche espresso tramite la linea melodica che allontana il cantato dai rischi di essere troppo leggero, cambiandone l’umore. Da questo tipo di song ti aspetti che il ritornello sia tutto, e invece poi il cantato aggiunge toni seriosi. Come esempio ti porto la canzone ‘Ley Line’.

Sarebbe stato facile fare delle melodie un po’ più, tra virgolette, “italiane”, un po’ più a canzone melodica, perché poi la base armonica sotto è tutto sommato semplice, ma proprio per questa semplicità delle basi armoniche, per lo meno sulle melodie e sulle parti di voce cerchiamo di essere meno banali, sennò si va a finire nella canzonetta con la chitarra distorta. Ma allora non è più rock ma diventa un qualcosa di diverso, qualcosa di un po’ scontato.

Le sorprese sono varie, una di queste sono i fiati di ‘Requiem for Technology’.

Ad essere sincero questa è stata una idea di Roberto il tastierista, il quale ha detto “guarda, io i fiati li odio, però qui ci stanno bene”, anche io li odio ma gli ho detto “Fammi sentire un attimo”. Infatti ci stavano bene e allora ci siamo detti: “Sai che facciamo? Ci mettiamo due linee di fiati in contrappunto, e si mettono pure insieme”. E in effetti alla fine è venuta una roba che non avrei mai fatto preventivamente. Un’altra cosa che odio sono le chitarre pulite che fanno gli arpeggi e i fischietti, tipo ‘Wind of Change’ degli Scorpions, e invece poi abbiamo fatto ‘She is green’ che è proprio una chitarra pulita che fa l’arpeggino ed il fischio, però funziona e ci sta bene, poi Roberto ha messo il pianoforte anche lì, sembra un pezzo di Ryuichi Sakamoto, e quindi anche quella è diventata una roba un po’ strana.

Venendo appunto alla calma ‘She is Green’, anch’essa una delle mie preferite dell’album, siete riusciti ad evitare la trappola sdolcinata costruendo una tipica ballata metal con indurimento.

Era nata così, come classica ballad rock, però c’è la particolarità di quel cambio di tempo di una cattiveria incredibile nel mezzo, che proprio spacca in due il brano. Il testo parla di zombie, sai perché? Ti metterai a ridere, ma io durante il lockdown con la mia famiglia, presi dal terrore di non saper che cazzo fare, chiusi tutto il giorno in casa, non avendo mai visto ‘Walking dead’ ci siamo snocciolati dieci stagioni a suon di cinque/sei episodi al giorno. Allora alla fine è venuta l’idea di farci un pezzo sopra, che ha un po’ l’atmosfera da film horror in certi punti; tanto è vero che nella parte centrale dovevano starci delle urla tipo film di dario Argento, poi però ho detto: “Dai, non cadiamo in queste banalità”. Quindi si è lasciata la parte un po’ alla Black Sabbath, messo un cambio di tempo un po’ strano, una roba dissonante, è andata bene così.

Tra le canzoni maggiormente ancorate al prog del primo album sta ‘The sixth Event’, è vecchia o una delle ultime composte?

Questa è totalmente nuova, fatta per l’occasione. La rende molto prog il tema di tastiere, di synth. Se togli quel synth diventa un pezzo hard rock abbastanza semplice. Insomma, è dispari però con l’aggiunta di quella tastiera è divenuto quasi un pezzo dei Kansas. Roberto aveva detto che si poteva farci un arrangiamento un po’ alla Kansas appunto. Ci ha messo quel synth che esegue il riff, ci ha messo un bell’hammond che gli dà un tiro micidiale, ed è stato reso un pezzo particolare anche quello.

La più dura appare ‘Seven Sisters’, suono moderno ma dalla rocciosità molto hard rock anni settanta. Confermi, come già avevi accennato, che sei molto legato a quelle sonorità?

Ah, per Dio! Assolutamente! Certe volte ho pensato che fosse un limite, poi mi sono detto che la vita era troppo corta per far tutto. Non si può fare tutto nella vita, ed io mi sono fermato a Jimmy Page anche se so suonare altro. Negli anni tecnicamente sono un po’ peggiorato, il taping lo uso molto meno, la leva non la uso più. Se mi sentivi quando avevo venticinque anni, facevo roba tipo Van Halen, Vito Bratta, Jackie Lee, tutte le cose super shred anni ottanta,che poi prima mica si chiamava “shred”. Quando venne fuori Satriani avevo vent’anni. Poi ho lasciato tutta quella roba là e ho recuperato un po’ il feeling vero degli anni settanta in tutto: dalla costruzione dei pezzi, agli arrangiamenti, anche alle sonorità, allo spirito. Poi è chiaro che sono molto amante degli anni ottanta perché ci son cresciuto, con gli Iron Maiden, i Dokken, tutta la scena Glam, questa finchè non erano troppo allegrotti. Però io son piuttosto metodico, a me piace fare cose che abbiano una struttura con un inizio, un centro, una fine. Non mi piace partire per la tangente e fare pezzi di un quarto d’ora come fanno alcuni proprio nello stile anni settanta. Perciò ho un po’ lo spirito degli anni settanta cercando di inscatolarlo in una forma meno anni settanta . Il rock anni settanta lo suono con i Silver Horses [band in cui cantava Tony Martin n.d.r.] e un po’ più con i Mantra [cantante: Iacopo Meille n.d.r.]. Ora si sta facendo il disco nuovo dei Silver Horses col cantante dei Mantra, e quello è veramente molto anni settanta, anche come suoni. Questo disco l’ho pensato più moderno, ma si vede proprio che non mi riesce [ride n.d.r.]; ce l’ho proprio talmente dentro quel periodo, che sì l’influenza degli anni settanta c’è sempre.

Gli anni settanta si percepiscono spesso, ma ti conforto confermandoti che l’intenzione di fare un disco attuale è riuscita. Per le melodie da cosa attingi?

Un riferimento proprio preciso non saprei dirtelo. Io trovo che le melodie che faceva Ozzy Osbourne nei Black Sabbath erano bellissime, poi lui canta come canta, tanti non lo ritengono nemmeno un cantante: “è uno showman ma non c’entra niente col canto”. Per carità, io ho sentito Glenn Hughes, Robert Plant, ce ne sono milioni di cantanti superbravi, però lui aveva delle melodie che erano fuori dagli schemi, a volte seguendo il riff di chitarra a volte seguendo non si sa che. Qui nel disco forse qualcosa alla Ozzy c’è, anche se Andrea ha un altro tipo di timbro, fa un effetto completamente diverso. Poi se dici a Ranfa di cantare Ozzy ti ammazza, che lui lo odia (ridiamo n.d.r.). In studio gli e lo detto: “guarda, falla alla Ozzy”, “No, ma che sei matto?” “No, no, dammi retta, falla alla Ozzy”. Effettivamente col timbro suo bello grintoso, certe volte aggressivo, fare una melodia di quel genere dà un contrasto notevole, è venuto bene. Andrea ha un timbro molto bello, a me piace tantissimo, a distanza di tempo più l’ascolto e più mi piace; certe cose mentre li registra, lì per lì dico: “strano, non mi suona”, poi invece lo riascolto con calma e funziona veramente bene. Va un po’ torchiato perché a studio Andrea va messo sotto, bisogna stargli un po’ addosso. Credo che abbiamo fatto anche un bel lavoro sui cori, anche lì ci abbiamo lavorato insieme ad Alessandro Guasconi che è il nostro studio-engineer, co-produttore nonché amico. Anche i controcanti sono stati curati piuttosto attentamente.

Tra l’uscita del primo fino ad oggi, che visibilità ha avuto questo progetto in poco più di un anno?

Sai, è stato un anno un po’ particolare. Il disco è uscito alla fine di gennaio, da lì a due mesi ci hanno chiusi tutti in casa. La visibilità è stata penalizzata dal covid. Forse la cartina al tornasole sarà questo disco, perché oggi si sta ripartendo tutti con la voglia di tornare ai concerti, di tornare a suonare, di ritornare alla normalità. Spero che quest’ultimo lavoro dia respiro anche al precedente perché meritava un po’ di visibilità. L’etichetta ha fatto quello che poteva, ma con i mezzi limitati del lockdown non era facilissimo fare promozione. Poi al di là del fatto che uno è in Brasile, e un altro negli Stati Uniti, eravamo pronti anche a fare concerti dal vivo e promuoverlo live, ma non è stato possibile.

E cosa stai pensando allora adesso da questo punto di vista per i prossimi mesi?

Se ci fosse la possibilità di suonare dal vivo in qualche occasione un pochino più importante in termini di visibilità, sia Confessori che Franklin sarebbero ben felici di venire a suonare in Europa. E’ chiaro che ci vogliono le condizioni, non solo economiche ma anche di produzione, in uno scenario ben visibile. Francamente nel fare piccoli club hai le stesse spese e stessi problemi, ma porti a casa solo 1500 spettatori. Ti fai un festival e invece ti fai quindicimila. Non è facile; dopo un anno e mezzo di lockdown penso ci siano delle liste di attesa. Tutti i tour erano stati cancellati. Non lo so. Si vive un po’ alla giornata da quel punto di vista, per cui vediamo quello che viene.

Questo ultimo album è fatto di pezzi diretti, efficaci per la dimensione live. Uno spreco non poterli suonare.

Siamo tutti convinti che i pezzi dal vivo renderebbero molto bene perché hanno le caratteristiche per funzionare bene anche con meno arrangiamenti. In alcuni brani o vai con delle basi o sennò devi rinunciare a certe cose. Però suonando anche chitarra, basso e batteria e tastiere, secondo me tutta una serie di pezzi funzionerebbero senza problemi. Si tratta di capire ora se c’è qualche occasione seria che noi faremmo molto volentieri; lo speriamo.

Pensi che ‘Revelation’ sia un disco per giovani o per attempati come noi due (entrambi nati negli anni sessanta)?

Eh, bella domanda. Sinceramente non te lo so dire. Penso che chi ha la nostra età ci riconosce vari spunti; per i più giovani dipende da cosa ascoltano, io ho due figli, una di quindici ed uno di vent’anni che ascoltano tutt’altra roba, eppure in casa la musica non manca. I ragazzi di quell’età credo non sappiano di cosa si stia parlando. Magari chi ha trenta/quarant’anni ci si ritrova.  Francamente non me la sono mai posta come domanda, non l’ho scritto pensando di farlo perchè piaccia a tizio piuttosto che a Caio. Spero che piaccia a più persone possibili ma dubito.

 Io penso che il disco abbia due anime, quella fresca e diretta della musica più accattivante e nello stesso tempo colpi ad effetto più elaborati che lo rendono interessante. Questo potrebbe soddisfare una maggiore varietà di fruitori.

Spero che questo aspetto, che io credo vero, sia un vantaggio. A chi si aspetta un disco melodico AoR e basta, magari questi interventi dissonanti o un po’ più duri potrebbero dare fastidio, così come a chi si aspetta il disco duro dall’inizio alla fine, le parti melodiche potrebbero dare noia. Non lo so. L’idea era di fare qualcosa di gradevole ma non banale. Ci sono degli aspetti che non tutti magari coglieranno.

Se il progetto continuerà pensi agli stessi musicisti?

Proseguirlo sicuramente. Si va avanti e spero ci saranno stesso batterista e stesso bassista, ma se non fossero loro troverò qualcuno di simile livello. E’ una mia chicca personale per cui c’investo tempo volentieri e perché poi suonare con musicisti di questo livello fa rendere dieci volte di più le mie idee iniziali. Se anche una mia idea iniziale fosse banalotta e semplice, fatta interpretare bene da musicisti di grande spessore acquista centomila punti. E’ una formula che funziona. Uno dei miei sogni di qualche anno fa era fare un disco col musicista superquotato Terry Bozzio [batterista statunitense che ha suonato anche con Frank Zappa n.d.r.], e siccome comincia ad avere una certa età sarebbe il caso di cogliere l’occasione .

Fate i dischi sempre più belli , perché ce ne sono tanti di qualitativi benché si dica che c’è la crisi artistica, e anche in Italia, ma che lo fate a fare visto che non si guadagna più niente?

Aah, è la passione! Non solo non  si guadagna, ma si spende, perché costa fare dischi. E’ solo per passione. Se vuoi è l’ego, se vuoi è la voglia di lasciare un segno. Di dischi ne ho fatti tanti, fra tutti una dozzina, forse più, con i vari gruppi e progetti, ma lo fai per passione. L’unico disco che ha venduto veramente qualcosa di importante è stato il primo dei Silver Horses con Tony Martin però ci ho guadagnato zero. Tutto l’investimento l’aveva fatta l’etichetta discografica, quindi prima che potessi prendere i soldi…… Questo si fa per passione, punto! Se vuoi guadagnare vai a fare altra roba. Però va bene così, insomma! Io ho deciso scientemente e con grande fatica e dolore alla fine degli anni novanta, di non fare il chitarrista professionista ma di fare altro come lavoro della vita, proprio per non mortificare la mia voglia di libertà musicale. La musica la faccio per passione, costi quel che costi; il professionista l’ho fatto per diversi anni, ma è una vita grama. Preferisco fare altro e la musica la faccio da uomo libero.

Con questa frase ad effetto, dove emerge la voglia di essere un artista al 100%, ci siamo salutati e mi rimane la sensazione, ormai molto spesso dopo certe interviste, di aver parlato con un altro uomo che ama il rock vero e che ha qualcosa da dire tramite la propria espressione artistica.

 INTERVISTYA A CURA DI SKY ROBERTACE LATINI

Secret Alliance
‘Solar Warden’ (2020)
‘Revelation’ (2021)

 

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