Orden Ogan

                                                                                                                                      Final Days

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Ormai questi tedeschi non sono più un gruppo minore condensando sempre in maniera più pregnante la loro espressività artistica.  La semplice base Power Metal degli inizi, non molto originale, è andata progressivamente evolvendo verso una forma più progressiva pur non esagerando in tale direzione. Bell’album non c’è che dire, ma parte  della loro significatività  si è persa rispetto all’apice che raggiunsero con ‘Ravenhead del 2015, in alcune melodie un po' troppo  commerciali e leggere  che sviliscono leggermente un songwriting altre volte interessante. La loro ricercatezza non è diventata freddezza nè complessità astrusa,  anzi c'è una certa linearità è facile fruibilità  senza che venga diminuita la potenza diretta che arriva all'ascoltatore. Naturalmente la maturità e la bravura sono tali da non farli cadere  da loro buon livello qualitativo sebbene in alcune piccole cose appaiano passaggi già sentiti.

Tra i pezzi più duri ed incisivi sta la vigorosa ‘BLACK HOLE’ che contiene anche un bella dinamica parte solista. Stessa cosa per incisività e assolo può dirsi per la tonicissima ‘HOLLOW’ dove però si ottiene un brano più classicamente Power, e la cosa viene sviluppata rendendo la canzone una delle migliori dell’album. Nella frizzante epicità di  ‘Interstellar’ troviamo l’ospite  chitarrista greco Gus G. (dei Firewind) che però non sembra donare alcun elemento particolare. ‘Inferno’ è una di quelle song che decide di farsi melodia catchy senza banalizzarsi ma anche senza farsi davvero valoriale e in questo c’è un punto in comune con i Sonata Arctica che fanno spesso, in uno stile simile, questo errore. ‘Alone in the Dark’ è una buona ballata ma poteva osare di più con gli strumenti e basare di meno il pezzo sul ritornello, in ogni caso cantare col l’ospite Ylva Eriksson degli svedesi Brother Of Metal è scelta azzeccata. Vena atmosferica di livello nella conclusiva ‘IT IS OVER’ che in qualche modo ricalca l’estetica di gruppi power-sinfonici; qui c’è forse uno dei momenti meno freddi dell’essenza compositiva del disco, insieme alla ballata, perché altrimenti un certo tasso di freddezza s’insinua alla percezione dell’ascoltatore. ‘IT IS OVER’ è appunto un brano sentito che fa emergere anche una dose leggera di malinconia, pur dentro una cadenza non molle.  

La luminosa copertina fumettistica è positivamente accattivante e rappresenta la tematica sci-fi delle liriche. C’è un leggero afflato elettronico inserito in alcune zone del songwriting che non incide negativamente. La voce è sempre in grado di tenere banco accompagnata dai soliti cori in cui il gruppo si è specializzato da tempo. Le linee vocali vengono gestite con fluidità ma dopo i vari dischi prodotti, sappiamo che il cantante non è uno di quelli che tenta accentazioni e di spingersi oltre, preferendo rimanere nella sua comfort–zone (ci prova giusto nella nona traccia). Dove hanno guadagnato in intellettualismo hanno perso in spontaneità senza però diventare troppo cerebrali e mantenendo tutte le caratteristiche tecniche di un gruppo power. Rispetto ai due precedenti album del 2015 (‘Ravenhead’) e del 2017 (‘Gunmen’) questo disco elabora meno bene ed in maniera più scontata certe progressioni che sembrano a volte ripetere un po’ troppo gli schemi del loro stesso passato. In ogni caso la band è se stessa e non scimmiotta nessun altro e comunque la maggior parte degli episodi sono validamente forti, in grado di mantenersi penetranti. Confermo: ormai non fanno più parte della categoria dei gruppi minori e da qualche disco ormai. 

Roberto Sky Latini

 

01. Heart of the Android
02. In the Dawn of the AI
03. Inferno
04. Let the Fire Rain
05. Interstellar
06. Alone In the Dark
07. Black Hole
08. Absolution For Our Final Days
09. Hollow
10. It is Over


Sebastian “Seeb” Levermann – vocals / keyboards
Patrick Sperling  –  guitar
Niels Löffler – guitar
Steven Wussow – bass
Dirk Meyer Berhorn – drums

 

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