Intervista ad Armando de Angelis creatore del progetto Mindfar

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Intervista ad Armando de Angelis creatore del progetto Mindfar

 

Il secondo full-lenght dei Mindfar, ‘Prophet of the astral Gods’, è pieno di passaggi interessanti da ascoltare e nasce, come il primo, da una mente appassionata quanto puntigliosa, come si evince dalle risposte che il compositore Armando De Angelis dà con dovizia di particolari. Il trentasettenne campano non smetterebbe di raccontarlo e facendolo racconta anche se stesso.

Questa è il seconda Rock Opera. La prima è ‘The dark Tower’ di 4 anni fa. Qual è la differenza tra i due lavori musicalmente?

Se parliamo in termini musicali, c’è una vicinanza di generi musicali fra i due album. La differenza è che il primo è più complesso e più vicino ad un certo Prog-rock. Il secondo ha sempre questa componente progressiva, però è più fruibile e melodico, più incentrato sui ritornelli e sulle voci dei cantanti. Nel primo c’è più attenzione al lato complesso delle strutture, mentre questo è più incentrato sulla parte cantabile.

L’approccio alla gestione dei musicisti è stato lo stesso?

Assolutamente no. E’ stato molto diverso perché anche se i cantanti erano pensati alla stessa maniera, non era possibile raggiungere questo numero di musicisti e di cantanti. La storia del primo disco comprende nove personaggi [questo secondo solo cinque n.d.r.

] mentre le voci coinvolte sono soltanto due, una maschile ed una femminile; invece nel secondo album, con mezzi produttivi più adeguati, più tempo a disposizione e più appoggio da parte dell’etichetta, oltre che di quel minimo di reputazione che mi ha fatto fare quel primo album, ho potuto raggiungere quel minimo di cantanti e musicisti che mi servivano, cioè circa undici persone. Capisci che è uno sforzo maggiore. Il prino album è stato realizzato comunque in tanto tempo, nel miglior modo che ho potuto e ne sono ancora molto fiero, ma certamente non ha portato le stesse difficoltà di gestione delle “risorse umane” del secondo. I musicisti del primo erano attivi in altri ambiti, non però come quelli del secondo che hanno maggiore attività musicale e fama. Anche quelli del primo, Walter Bosello [voce e anche tastiere n.d.r.] e Marilena Diomaiuti [voce n.d.r.] sono comunque musicisti di ottimo livello. Sul secondo quindi la gestione è stata più difficile.

Suoni qualcosa nei due album?

Non vi suono alcuno strumento. E’ un equivoco che mi segue dal primo album, passando per il singolo estemporaneo del 2019, e poi nella realizzazione del secondo disco. Io suono la chitarra elettrica, ma principalmente sono compositore e arrangiatore. Non suono nemmeno nel singolo. E’ anche questione, se mi posso permettere, di una certa umiltà, perché io nella mia musica voglio il meglio, sono abbastanza grandicello e ho ascoltato abbastanza chitarristi da sapere che il meglio per la mia musica non sono io. E’ pieno di chitarristi più bravi di me e quindi io non ho nessuna paura di invitare altri. Mi metto da parte per  sentire un risultato migliore.

Quindi la cosa si configura come metodo da compositore di musica classica. E Alex Mele è sicuramente un ottimo chitarrista, molto melodico.

Compositivamente la cosa è un po’ quella. Riguardo a Mele, ha fatto un lavoro stupendo, sia nel singolo che nel disco. Ha un ché di Ritchie Blackmore, molto di Brian May, non è un superveloce. Quello che lui suona si può cantare; questo è un complimento ovviamente perchè io ammiro i chitarristi che fanno così.

Per la composizione ai pezzi qual è stato il tuo modus operandi?

Per questo secondo album, essendoci un concept fantascientifico che attraversa la storia dell’umanità, ogni canzone è ambientata e ispirata ad un periodo storico diverso. I testi non sono miei, sono di un mio collaboratore, uno scrittore che si chiama Vincenzo Mottola, il quale ha scritto la trama, ha definito i personaggi. Ogni volta che affrontavamo una nuova canzone da scrivere, per me era interessante e una sfida dal punto di vista compositivo, cercare con la musica di descrivere il periodo storico cui si parlava. Quindi la canzone sull’antica Roma, quella sull’antico Egitto, quella sul Medioevo; ed è stato divertente, diciamo una scuola, quella di provare a fare la musica giusta e adatta a quel tema.

La musica ce l’hai già in mente o è nata attraverso le immagini dello scrittore?

Negli ultimi anni il mio modus operandi si è leggermente codificato, cristallizzato, nell’avere prima il testo, sia che sia io a scriverlo, sia che sia un’altra persona. Con il testo mi immergo in una atmosfera che è quella che deve comunicare la canzone, e anche se non ho ancora nessuna nota, cerco di rincorrere l’atmosfera e l’immagine che deve dare la mia musica perché si sposi bene con il testo. Anche quando mi capita di scrivere musica senza avere ancora il testo, comunque devo già sapere di che cosa parlerà la canzone, perché è importantissimo per me, ci tengo molto. Inoltre, facendo rock-opera è importante per me sapere quali personaggi andranno ad intervenire in quella canzone, perché avendo già in testa il tipo di voci a cui andrò ad affidare questi personaggi, la scrittura della musica ne viene influenzata, perché viene deciso il tipo di tonalità  , il tipo di scala da usare, e tanti altri piccoli accorgimenti tecnici.

Questa cosa del testo prima della musica rischia sempre di far sentire qualcosa di artificioso, che scorra poco. Invece la musica sembra fluire ed inoltre ogni traccia sembra valere di per se stessa, anche senza seguire la storia.

Di questo ti ringrazio, perché io sono molto fiero della mia musica, ed in particolare della musica di questo disco. Da un lato ciò è dovuto al fatto che il lavoro l’abbiamo preso come un gioco, io e il mio coautore l’abbiamo presa come una cosa divertente da fare. Quindi era bello immaginarsi di fare una canzone sul futuro, sulla seconda guerra mondiale, a quale band andiamo ad ispirarci, che atmosfera vogliamo raggiungere, che cosa voglio dare all’ascoltatore. Queste cose, e soprattutto non avere nessuna fretta, ci hanno portato magari ad ottenere il risultato che tu senti, cioè accompagnare l’ascoltatore lungo tutta un’ora e passa di disco, accompagnarlo se vuole attraverso una storia, molto articolata e ben scritta, se non vuole, comunque attraverso una serie di canzoni piacevoli da ascoltare anche da sole, anche una sola canzone. Questo è un altro aspetto del concept album e della rock opera che a me piace molto, quando si vede che c’è un tutt’uno, però ogni canzone vive da sola, sta in piedi e brilla di luce propria, per quanto possibile.

Il disco emana ampia ariosità e ricchezza di suoni. Tutto prende vita spontaneamente nella tua testa in vari momenti della giornata o nasce durante uno studio ragionato?

Mi capita in entrambi i modi, comunque tendenzialmente , per la stragrande maggioranza della mia musica, sono più un compositore da tavolino, più da libri di composizione che non da “prendo la chitarra e vado”.  Però mi è capitato anche di stare in bicicletta, di stare sotto la doccia e di avere la soluzione melodica ad un problema compositivo che non avevo ancora risolto. Però è più raro, onestamente io sono più da sessione di studio di composizione.  Funziona meglio così, sono più un organizzatore che un istintivo.

Ma come ho già detto anche in questo caso si rischia di ottenere qualcosa di freddo, invece apparentemente tutto suona naturale.

Quando riesco a comporre, quello che viene fuori affiora in maniera fluida, poi ovviamente con lo studio affino e miglioro il tutto, ma si parte sempre da qualcosa di spontaneo. Non sono in grado di prendere un pentagramma senza ascoltare, non sono mica Beethoven. Sono un organizzatore nel senso che quello che spunta fuori spontaneamente poi nel mio caso va molto lavorato ed affinato.

La storia dell’altro disco chi l’aveva scritta dal punto di vista letterario?

Il primo album ‘The dark Tower’ era ispirato alla serie di romanzi di Stephen King, e Vincenzo Mottola mi ha aiutato nella cura dei testi, ma i testi sono opera mia. E anche il singolo estemporaneo di Mindfar del 2019 ‘The Shadow out of Time’ ha testi miei ed è ispirato al racconto omonimo ‘L’Ombra venuta dal Tempo’ dello scrittore americano Howard Phillips Lovecraft. Tendenzialmente nella scrittura dei Concept e di tutto quello che riguarda Mindfar, quando la storia che vado a trattare è originale, non la scrivo io e non scrivo io i testi; quando invece mi ispiro a qualcosa di famoso, allora i testi li scrivo io perché mi sento in grado di farlo.

Ma io sono curioso di sapere se tu hai dato a Mottola uno spunto oppure se sei andato da lui come ad una libreria, scegliendo la storia fra tante già scritte.

Siamo andati a cena una sera, io e lui siamo cresciuti insieme, e anche se non ha ancora pubblicato romanzi ti assicuro che è un artista di enorme valore, al di là del fatto che è un amico e al rapporto che ci lega. Già la trama ed i testi di ‘Prophet of the Astral Gods’ dimostrano solo la punta dell’Iceberg del suo valore. A cena gli spiegai che volevo iniziare la lavorazione di un nuovo disco, appena finita la lavorazione dell’ultimo brano di ‘The dark Tower’ che era la suite omonima di 15 minuti. Gasato di aver realizzato questa canzone, volevo subito iniziare un altro lavoro, dato che mi sentivo forte. Avevo già chiaro il tipo di musica che volevo scrivere, quindi sapevo che volevo essere più melodico, sapevo che volevo essere meno intricato, sapevo che volevo più canzoni, sapevo che volevo essere anche leggermente spirituale volendo, in quel periodo della mia vita,  analizzare la natura umana.  Lui aveva una serie di soggetti, e altri ne ha prodotti apposta dopo aver chiacchierato con me quella sera. Mi mandò dei file vari con delle bozze di storie, una più bella dell’altra, che stanno nel mio cassetto e che saranno prima o poi realizzate perché meritano e perché sono molto ispiranti per me ,  per come io vedo la musica. Ho scelto quella che secondo me era più adatta al mio intento musicale. Forse anche per questo la musica che abbiamo realizzato vive di luce propria e contemporaneamente si sposa così bene con la storia. E’ nata come intenzione già da sola e ho scelto la storia in base a quell’idea.

E’ stata solo una decisione legata all’atmosfera musicale che volevi scrivere o ti ha colpito qualcosa in particolare del soggetto?

Dal punto di vista musicale mi è piaciuta l’idea di attraversare la storia dell’umanità e quindi giocare anche con la storia della musica, quindi usare strumenti tipici del medio oriente e scale arabeggianti per parlare dell’antico Egitto, così come usare ottoni e tempi marziali per parlare dell’Impero Romano, e così via. Questa cosa mi stimolava molto. Dal punto di vista narrativo, mi piaceva molto l’idea di avere questi meta-personaggi, cioè che non sono soltanto personaggi ma lati dell’animo umano che si presentano ciclicamente nel corso dell’evoluzione umana; questo mi permetteva di sfruttare le voci in un modo particolare. Poi mi piaceva dal punto di vista testuale di significato, questa analisi dell’umanità, del ritornare di certi difetti; passando migliaia di anni l’umanità non impara mai, fa sempre gli stessi errori ma ha sempre anche gli stessi pregi. Sono stato colpito da questa serie di possibilità sia musicali che comunicative.

Venendo alla musica qui troviamo, per quanto meno rispetto all’album d’esordio, un album molto Prog, nell’ambito del metal. Ma rispetto all’altro vi sono inseriti anche sprazzi di spirito musical.

E’ una cosa che mi piace molto. In realtà più che musical americano classico, che comunque mi piace, sono stato un grande amante di ‘Jesus Christ Superstar’ e soprattutto del ‘Fantasma dell’Opera’, quindi sono stati influenti su di me, però molto impatto su di me hanno avuto le opere liriche, perché la musica classica europea è più nei miei ascolti, e poi anche l’opera popolare alla Riccardo Cocciante, quindi il lavoro che ha fatto con ‘Notredame De Paris’ e col ‘Piccolo Principe’ , è stato molto influente su di me nella gestione dei personaggi e delle voci. Questo lato naturalmente nel metal non emerge. Ho amato anche ‘Dracula’ della PFM che è un’opera rock con molto prog, portata a teatro. Senza contare l’influenza dei Concept album storici, per esempio sento molto musical anche in ‘The Wall’ dei Pink Floyd, anche in ‘Tommy’ degli Who. Non fermandomi al Prog, non fermandomi al metal, ma spaziando attraverso i generi, si arriva a ‘Storia di un Impiegato’ di De Andrè, ‘Sono solo Canzonette’ di Bennato. A me piace il concetto di Concept album e mi piace anche il teatro musicale, sia classico che moderno.

Spaziando largamente, comunque secondo me in questo disco l’atmosfera anni settanta vince. Ma allo stesso tempo questo disco mi dà l’idea che non sarebbe potuto esistere senza cinquant’anni di storia metal.

Sono abbastanza d’accordo, ma anche cinquant’anni di Prog. Il prog settantiano è il mio genere di riferimento, però ritengo che il prog, accompagnato dal metal, ma anche proprio il prog-rock, abbia continuato ad evolversi  attraversando gli anni ottanta e novanta e ancora adesso. Ci sono artisti prog-non metal molto importanti per la mia formazione come anche il metal, anche se di metal, pur ascoltando moltissime cose, non spazio quanto si possa immaginare,  io spazio attraverso l’intero scenario musicale. Preferisco certi generi di metal e approfondisco principalmente quelli, sono un onnivoro musicale, ecco, ma non un onnivoro di metal; quindi forse di 50 anni di metal io potrei tagliarne 25.

Tra le ispirazioni anni settanta io sento le sonorità di Kansas e Styx, gruppi hard che hanno anche un lato progressive. Per gli anni ottanta ci vedo invece una epicità alla Savatage e una orecchiabilità di Class-Metal alla Lynch Mob o Magnum.

Vittoria assoluta per i Savatage che sono una influenza grande per la mia musica; sia per il lato sinfonico non orchestrale, sia per quanto riguarda l’uso dei cori, delle voci e dei ritornelli melodici e l’uso del pianoforte, gli assoli di chitarra. Ci sento qualcosina dei Kansas,  ma questi altri gruppi da te citati li conosco poco. Però al di là dei singoli gruppi, l’hard rock settantiano c’è, il melodico AoR o comunque rock commerciale anni ottanta c’è.

Si sente anche un certo folk alla Jethro Tull, sebbene in modo più nascosto.

I Jetrho Tull io li sento molto di più nel primo album, più che altro per l’unione che c’è talvolta tra flauto ed acustica. Quella è una cosa che ho imparato dai Genesis e dai Jethro Tull e dagli anni settanta.  

Opera Rock. So che Lucassen è esempio per te. Come è collocato tra le tue influenze artistiche?

All’inizio della mia vita musicale io ho fatto diverse esperienze. Mindfar non è la mia prima creatura musicale. Ho fatto diversi generi musicali, membro di diverse band, dalla musica leggera, alla musica rock, al Power Metal. Per Mindfar, quella di Lucassen e del suo progetto Ayreon è stata sicuramente   un’influenza sin da subito.  Ho scoperto Lucassen col primo album ‘The Final Experiment’ anche se non nell’anno in cui è stato pubblicato [uscì nel 1995 n.d.r.], ma cinque o sei anni dopo ho conosciuto il suo lavoro e me ne sono appassionato. Mi sono molto ispirato a lui che è un grandissimo artista e un genio, così come è molto importante per la formazione di Mindfar anche l’influenza degli Avantasia di Sammett. Però da come ho già accennato, io ben prima di conoscere Ayreon  seguivo gli anni settanta dei Pink Floyd, degli Who, la musica italiana. Anche in epoca più moderna, prima di scoprire Ayreon, nel metal avevo approfondito i Dream Theater , ‘Seventh son of a seventh son’ degli Iron Maiden, quindi l’idea del concept album è sempre stata una cosa che io volevo fare. Farlo in forma di Rock Opera, e avere diversi cantanti che interpretano diversi personaggi, è sicuramente una ispirazione che mi è venuta da Lucassen. Ma musicalmente e come strutture, diciamo che io prendo da cose che vengono anche da molto prima, e da cui prende anche lui ovviamente.

Nell’album ci sono dei pezzi meno moderni e dei pezzi più moderni.

Sì, certo. Ci sono singole sezioni dei vari brani che io sento figlie di certe epoche. ‘One Prophet’ io la sento più settantiana. In ‘Keeper of your Destiny’ ci sento qualcosa di settantiano nelle variazioni lente. Molto settantiano ‘Heroes and Wonders’ nella parte finale, quella di pianoforte ed orchestra, e nelle voci che si alternano, lì ci sento anche molto musical, però il pezzo in generale, nella sua parte più metal, lì credo di essere andato dalle parti dei Virgin Steele anni novanta, quindi non la parte “hard-rock barra epic” degli anni ottanta, ma proprio quella teatrale con un po’ di Power.

La mescolanza delle ispirazioni sembra in effetti spesso non connotare in maniera specifica le singole tracce.

Ma anche questo è  il bello di avere ospiti così diversi, non abituati a lavorare insieme, si crea un qualcosa che prima non c’era e anche se in grandissima parte gli arrangiamenti sono opera mia, ogni idea ha contribuito a fare di ogni canzone qualcosa di diverso da quello che era inizialmente.

La cura delle vocalizzazioni guida tutto il disco. E’ pieno di cori, intrecci di voci, stratificazioni. Ma come hai potuto incanalare bene i vari cantati? Come li hai guidati?

Li ho scelti dopo aver composto tutto. E’ stato difficile da gestire ma non è stato difficile incastrare ognuno nella propria parte perché la parte di ognuno era già composta, e ogni cantante è stato scelto in base a quello che mi serviva proprio come tipo di voce.  Non sapevo che avrei preso quei tali cantanti, però sapevo che avrei preso quei tipi di voce. Quella dei cinque cantanti è stata una ricerca mirata, e una volta trovati i tipi di voce che mi servivano, per quanto sia difficile la gestione a distanza degli artisti, da un capo all’altro del mondo, l’incastro andava naturalmente bene perché le parti erano già scritte. Chiaro che poi ognuno ha messo del proprio, la loro personalità; ma anche le parti più intricate con melodie diverse contemporanee, per quanto accostate in maniera complicata, c’erano, erano già composte.

I cinque cantanti. Fammi una descrizione delle loro caratteristiche rispetto al relativo personaggio che volevi far esprimere.

Il protagonista principale è il Profeta. E’ interpretato dall’argentino Ignazio Rodrigez, il cantante degli Damnation Angels e degli Azeroth. Bravissimo, una voce straordinaria. E’ stato il primo cantante che ho contattato e che ho invitato. Mi serviva un cantante Heavy Metal con quella particolare aggressività. Questo personaggio non è malvagio, nessun personaggio è malvagio, sono tutti polivalenti, però quello che doveva comunicare è il passaggio da un periodo lungo passato a schiavizzare e contemporaneamente a guidare ed insegnare all’umanità come vivere e come evolversi fino ad allearsi con l’umanità contro gli Dei astrali che l’avevano mandato a sottomettere questa popolazione.  Quindi mi serviva un cantate molto melodico e graffiante, non rabbioso. E secondo me è stato perfetto. Il secondo cantante che ho contattato, è stata l’Oracolo, interpretato da Claudia Beltrame, la cantante dei  Degrees Of Truth, una voce che mi piace definire angelica, trovo che sia meravigliosa, mi lascia senza parole ogni volta che la sento, anche nella sua band e in tutte le altre cose che fa. Un personaggio che doveva essere la consapevolezza dell’essere umano verso quello che accadrà, come ad esempio Cassandra nell’antica Grecia. Quindi sapere cosa accadrà e ciò nonostante non riuscire ad evitarlo. Questo lato che c’è in ognuno di noi doveva essere rappresentato da questa voce sognante, femminile ma non soltanto d’impostazione lirica; mi piace molto Claudia perché rende benissimo sia dal lato lirico, sia dal lato della voce piena e di petto, penso che sia stata straordinaria. Poi c’è il Navigatore che è Tom Vidar Salangli, il cantante dei norvegesi Dimension Act, gruppo strettamente Progressive-Metal. Lui ha una voce diversa da qualsiasi altra abbia mai sentito; è molto particolare ed è uno dei cantanti più presenti all’interno del concept, caratterizza molto il disco. Il personaggio del Navigatore è quel bisogno che ha l’essere umano di conoscere nuove cose, di esplorare, è contemporaneamente Ulisse e Cristoforo Colombo, ma anche il lato dei ricercatori e degli scienziati; il bisogno di scoprire e di migliorarsi che ha l’umanità. E Salangli l’ha interpretato molto bene. Poi abbiamo Guido Macaione dei Crimson Wind e dei  Driftin’ Line. E’ un cantante con una voce molto pulita e molto melodica, io lo trovo riposante, una voce accomodante anche se potente. Nel disco ha degli acuti notevoli quindi dimostra di avere una enorme padronanza vocale, però a me ha colpito molto per il fatto di essere una voce molto morbida, dolce se vogliamo. Il suo personaggio è il Messia, fondamentalmente Gesù, però non soltanto Gesù, ecco, è il sentimento religioso che attraversa tutta l’umanità da secoli prima di Gesù a secoli dopo. Quello che porta il mondo a compiere buone azioni e contemporaneamente portare avanti delle guerre che definiscono sante. Questo è rappresentato benissimo da Guido e dal suo lavoro. Abbiamo poi il cantante dei Veonity Anders Skold, svedese,  ottima band la sua e ottimo cantante lui. Mi ha colpito particolarmente perché, nel suo personaggio di Dittatore, grossolanamente potremmo dire il “cattivo”, però non è così, rappresenta sì i dittatori della storia,  quindi questo bisogno che ha l’essere umano di prevaricare gli altri, ma è anche il bisogno di migliorarsi, di prevaricare in senso positivo le difficoltà. Questo atteggiamento un po’ rabbioso, Anders, che nella sua band è di solito più clean come timbro, solo per interpretare questo personaggio l’ha sporcato e graffiato volutamente; io ho apprezzato tantissimo questo sforzo e questo impegno che gli fa onore. E’ entrato davvero nei testi, nella trama e nel suo personaggio; con lui la cosa è stata più lampante ma vale tutti, perché ognuno di loro si è vestito del proprio personaggio. Per me la Rock Opera si fa così.

Ho capito che lo spazio di libertà individuale è stato stretto. Tra voci e strumenti, quant’è il livello di personalizzazione che gli artisti presenti hanno avuto?

Le voci, gioco-forza, ne hanno avuta un pò di meno, però non ho impedito a nessuno di propormi modifiche ed interpretazioni proprie, anzi, questa cosa l’ho incoraggiata ed è servita perché le canzoni sono migliorate. Ogni cantante aveva il proprio spazio già definito, come abbiamo detto, però tante piccole note diverse hanno cambiato la melodia con sonorità che sono venute da loro. Guarda, difficile da definire, ma è stato davvero determinante l’apporto. Agli strumentisti invece ho dato piena libertà, la musica era sì completamente scritta ed arrangiata, io produco dei demo per i quali sono stato preso in giro nel video in You Tube che hai visto [Armando De Angelis ha fatto un video dove parla del disco insieme a 5 dei musicisti presenti in esso n.d.r.],  con tutti gli strumenti

 programmati e suonati da me e , peggio ancora, cantati. Se prendo un chitarrista come Mele, o come Carlini, o un tastierista arrangiatore orchestrale come Alessandro Battini, un batterista come Di Ascenzo, sarebbe stupido limitarli. Quindi la mia è una guida molto ben definita, ma la maggioranza delle modifiche che mi sono state proposte le ho tenute, soprattutto per quanto riguarda gli strumenti. Conoscendo anche i loro dischi sento la personalità di ognuno in tutte le canzoni, e questo mi fa felice perché è quello che volevo.

Hai detto che questo album è semplificato rispetto al primo. Ma esistono comunque molti ceselli, come per esempio in “Sent from the Stars’ che mi ha colpito per il giochetto raffinato con la batteria sui piatti, che secondo me diventa l’elemento distintivo e caratterizzante della song, vale cioè mezza canzone.

L’idea è stata del batterista, molto bravo. Io avevo composto la canzone, avevo anche batteria e tastiere, avevo tutto. Il riff lo suonavo io e le tastiere, sempre fatte da me, facevano tutta un’altra cosa. Il tastierista nella song è Andrea De Paoli che non ha certo bisogno della mia guida. Allo stesso modo la batteria che io avevo fatto, era molto diversa da quella che ha fatto poi Manuele Di Ascenzo che è batterista dei Kaledon e dei Draconicon. L’idea di quel tipo di accompagnamento durante il riff che separa le strofe è tutta sua ed è 10 e lode anche secondo me [alza il pollice verso l’alto n.d.r.] e spinge tantissimo la canzone, ne sono molto contento.

La traccia ‘Rapsodia’ può essere descritta come “Musica da Camera Rock”?

I due momenti strumentali che sono in ‘Prophet of the Astral Gods’, l’introduzione e ‘Rapsodia’, sono funzionali alla trama. ‘Rapsodia’ in particolare, anche se strumentale, fa parte della storia perché rappresenta, con questo suo sapore neoclassico, il classicismo quindi l’800, dove la forma della rapsodia è nata. ‘Rapsodia’ è uno degli esempi dove la musica non è stata studiata a tavolino ma viene da un sogno, sognai quell’incastro melodico e la buttai giù per un mio progetto che non faceva parte di Mindfar ed era fatto tutto di musica strumentale classica che non ho mai portato a termine. Il brano si intitolava ‘Rapsodia dello Spirito’. Alla fine è venuto fuori che in ‘Prophet of the Astral Gods’ ci entrava benissimo come narrazione e l’ho ampliata inserendoci gli strumenti rock ed elaborando i temi melodici  con le chitarre, e poi inserendoci le citazioni con le riprese dei momenti di altri brani del disco stesso.  E’ rimasta così, non avrebbe avuto senso ampliarla ancora. Altri momenti simili ci saranno ancora nei prossimi dischi e avranno sempre una funzione. Quello che faccio musicalmente non è mai fine  a se stesso, non è mai messo lì per far vedere quanto è bravo colui che suona. Non ne hanno bisogno loro e non ne ho bisogno io.  L’introduzione ‘Civilization Gift’ rappresenta l’umanità che scopre il fuoco, quindi l’inizio della civilizzazione.    

Secondo te le sinfonie della musica classica non sono il genere più vicino al metal per atmosfere?

Non saprei dirlo, Per certo è che sono due generi che un ascoltatore di musica attento tende ad amare entrambi. Io mi sono avvicinato alla musica classica dopo essermi avvicinato al metal e ho trovato che l’attenzione, la competenza tecnica dei musicisti, la profondità dei significati che mettono i compositori e l’attenzione del pubblico del metal, sono gli stessi della musica classica. Chiaramente i generi sono completamente diversi, così come il metal non è un genere solo ma è una pletora di generi, allo stesso modo la musica classica non è un genere solo. Però ecco, come grandi macroaree in comune sicuramente hanno l’atteggiamento, l’attitudine, sia dei musicisti che del pubblico.

Tornando ai brani, l’inizio di ‘Spirits of War’ sembra una citazione degli Iron Maiden. Dura poco ma fa venire subito in mente loro.

Lo è, lo è. E per questo dura poco, perché voleva riportare a quella atmosfera. Siccome la canzone è ambientata nella seconda guerra mondiale, quale gruppo nella storia della musica rock ha affrontato il tema della seconda guerra mondiale di più e meglio degli Iron Maiden? Credo nessuno. E quell’introduzione voleva essere solo una introduzione, infatti non torna più. Sono contento che si capisca, che si colga, perché è una cosa messa lì proprio  per omaggiare di dovere.

Il tuo sound non è mai troppo scuro, un respiro pieno di luce  con melodie ariose senza immettere troppa durezza.

Musicalmente sono contento di aver affrontato temi leggermente più scuri, magari non in questo album. In questo album ci sono i lati più oscuri ma sempre descritti con melodie ariose come hai detto tu, però ritengo che ‘The Shadow out of Time’ siccome è ispirato a Lovecraft, proprio perché ispirato a lui, non diventa mai un metal estremo perché semplicemente non mi piace, però gli organi, la voce di Federica De Boni dei White Skull, le dissonanze, credo che abbiano reso l’atmosfera horror di Lovecraft. Poi, comunque, fra i miei ascolti ci sono gruppi leggermente più tosti, come gli Iced Earth, i Metallica di una volta. Certi punti in altre storie, che avranno senso essere raccontati in maniera più scura o più metal, saranno l’occasione  per tirare fuori anche questo lato. Un’occasione per tirarlo fuori sono i Ghost City: io sono entrato nella nuova formazione dei Ghost City come chitarrista e compositore, e abbiamo già pubblicato un singolo ‘The Prestige’, uscito nel 2020, che è una mia composizione. Lì c’è più metal, è un dark Symphonic Metal. Sentirai quando uscirà il disco, anche quello già interamente composto, che contiene il mio lato un po’ più fatto di riff tosti; sempre melodico perché comunque a me piace la melodia, però un po’ più incattivito .

Tra i due album Mindfar, hai scartato della musica che è rimasta nel cassetto?

Ho molta musica nel cassetto ma non ho scartato niente. Ho riscritto un brano del secondo album che è ‘Sent from the Stars’ perché dopo avere finito tutti i dodici brani, io e il mio coautore, ci siamo resi conto che era un brano debole, e ci siamo mesi in testa di scriverlo da capo. Però le canzoni sia del primo che del secondo album sono state scritte nell’ordine in cui le senti, compresa l’introduzione, a parte questo episodio di riscrittura, perché avevo la storia a guidarmi. Quel singolo del 2019 l’ho fatto pescandolo dal mio cassetto. Quello era il venticinquesimo anniversario dell’etichetta discografica “Underground Symphony”  che aveva chiesto a diversi artisti del roster di proporre un brano inedito, ed io ho fatto quel brano inedito. Ne ho diversi perché ho sempre scritto tanto, e quella canzone lì ha avuto la partecipazione di Federica De Boni e di Antonio Pecere dei Crimson Dawn oltre che dello staff musicale che poi ha partecipato anche a ‘Prophet the astral Gods’.  Ma io soprattutto scrivo con largo anticipo: come composizione di Rock Opera per Mindfar sono al quinto album, ma non perché io sia velocissimo, ma principalmente perché ho iniziato molto tempo fa scrivendo costantemente. Di positivo c’è che il disco che sto scrivendo non è mai influenzato dal risultato del disco precedente anche perché il disco precedente non è ancora uscito [ride n.d.r.].

Sembri totalmente immerso nella musica. Vivi di musica?

No, purtroppo no; sono un impiegato. La musica è parte di quello che sono, non ci sarebbe la mia vita come è se  non fosse per la musica. La musica è un mio pensiero costante e di tutti gli aspetti della vita musicale quello che più mi appaga è essere più compositore che chitarrista, più compositore che mastemind, più compositore che qualsiasi altra cosa. So fare molto poco di tutto il resto, ecco!

Portare dal vivo i Mindfar?

Se una cosa di questo genere deve essere fatta, merita di essere fatta al meglio. Quindi così come ho pensato in grande ogni canzone, così come ho pensato in grande il disco, penserei in grande anche il live. Questo significa avere un’adatta scenografia, avere un cast nutrito, avere un live incentrato su un disco in particolare,  quindi avere attori, voci narranti; non è facile.  In questo momento preciso non è nelle mie possibilità però è un sogno. Rimane lì e sarà realizzato, non dubito che sarà realizzato. Quello che ho realizzato finora è poco ma erano comunque dei sogni per me. 

I musicisti fanno sempre dischi più belli, ma non guadagnano. Che li fate a fare? Solo la passione riesce a spiegarlo.

Io ho iniziato questo progetto quando non avevo ancora le possibilità economiche per portarlo avanti, non avevo ancora un lavoro. La mia spinta è la stessa di prima, sarebbe la stessa se vivessi in un’epoca storica in cui i dischi vendono, sarebbe la stessa se domani vincessi alla lotteria e potessi fare illimitatamente musica, semplicemente avrei più tempo libero per farlo. Se potessi mollare il lavoro e fare solo musica, farei esattamente la stessa musica. Lo faccio per sconfiggere la morte, che mia figlia abbia qualcosa di me dopo di me, voglio provare a lasciare un segno nella musica. Non credo di essere migliore di tanti altri, però ho questa spinta. Io inseguo questo sogno, non pretendo niente, lo inseguo soltanto.

Salutando il compositore dopo questa piacevole chiacchierata sento comunque che l’autore di Mindfar lascia al mondo un pezzo di bellezza, perché i due dischi un piccolo segno l’hanno lasciato, almeno in me.

Intervista a cura di Roberto Sky Latini

Mindfar:
The dark Tower (full-lenght 2017)
The Shadow out of Time (singolo 2019)
Prophet of the astral Gods (full-length 2021)

 

 

 

 

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