Raven

                                                                                                                         Rock until You Drop

                                                                                                                         Neat Records

                                                                                                                              www.ravenlunatics.com

 

 

Era il 1981. L’ecletticità dei Raven che deriva da un comportamento musicale sopra le righe, nacque dentro l’alveo della New Wave Of British Heavy Metal, ma apportò al movimento una anima scanzonata che stava all’opposto di Angel Witch o Iron Maiden, i primi oscuri e i secondi violenti, entrambi ben più seriosi. Il “Corvo” di Newcastle invece prese le cose in maniera giocosa facendoli risultare musicisti divertenti quanto matti. Pesanti si, ma gaudenti, un po’ kitsch e anche imprevedibili; la loro carica disarticolata li fece divenire iconici e per essi si coniò la dicitura “Athletic rock” su loro suggerimento. Suonare per scatenarsi e scatenare.

 Seguendo il filo sonoro del disco, si entra in un mondo accentato, mai scontato, e la verve zampettante non permette la noia. ‘Hard Ride’ divenne famosa per l’ansimo affaticato di Gallagher che sottolinea l’irruenza fisica che la musica impone; è un pezzo riuscitissimo, con molti agganci all’Hard anni settanta ma con la verve sonora tutta ottantiana, che risente anche di certi fraseggi chitarrisitici alla Ted Nugent e di uno spirito Rock’n’Roll molto classico. E’ insomma un ottimo biglietto da visita per capire la rubiconda faccia sudata del metal da palestra di questi ironici metaller. Ma subito dopo ecco l’altro momento iconico che davvero qui inizia a fare vedere da dove nasce lo Speed,  una pasticciona ‘Hell Patrol’ gasata e funambolica. Anche ‘Over The Top’ fa parte delle tracce che rimasero impresse nella mente dei fan, con un riffing leggermente meno originale, ma dove gli urletti e i cambiamenti ipercreativi della struttura danno a questo brano anche una patina di epica cinematica. La base Rock’n’Roll della loro idea compositiva si nota molto bene in ‘Don’t need your Money’, ma viene gestita al solito modo casinista. Punto interessante per cercare una riflessione è ‘39/40’ (nel secondo album ‘Wiped Out’ del 1982 ci sarà la sua gemella ‘20/21’), un brevissimo strumentale acustico di nemmeno un minuto, che però testimonia la bravura tecnica e l’ispirazione classica di musicisti che nascondevano il loro virtuosismo nella baraonda.

Ma il brano che più di tutti ebbe la sua gloria fu la title-track ‘Rock until you drop’ che però non è del tutto Speed, bensì un insistente avanzamento che funzionò da inno metal a tutti gli effetti; qui ancora un piccolo momento di virtuosismo, stavolta dato dal basso, e poi tutta la parte strumentale centrale perfetta per la dimensione live. ‘Lambs to the slaughter’ è chiaramente un pezzo che si rifà ai Judas di ‘British Steel’ dell’anno prima, ma sempre col tasto enfatico che caratterizza l’album. La musica dei Raven sembra fatta per assalti medio-brevi e sortite veloci, invece l’epica ultima traccia ‘Tyrant of the Airways’ cambia le carte in tavola e inizia con un doom lento per poi decollare (lo dice anche il suono d’aereo) in velocità; posizionato in mezzo c’è anche un ponte dal soffice soffio psichedelico che crea sorpresa, e un assolo alla Iron Maiden, chiudendo con un minutaggio che supera i sette minuti; diventerà anch’esso uno dei brani più famosi del disco. Davvero un album che percuote l’ascoltatore tirandolo giù nel proprio gorgo ipercinetico.

Ascoltando dopo tanti anni questo album non si ha più la percezione di avere di fronte solo dei metallari casinari come sembrò al tempo, ora che siamo abituati al metallo di ogni genere possiamo apprezzare invece l’abilità compositiva che ha una sua coerenza stilistica piuttosto sostanziosa e che fa emergere quanto non sia caos, ma concretezza ben pensata. C’è della follia in questo tipo di metal, ma è follia consapevole, molto intelligente. Non è Speed Metal quadrato come quello dei Motorhead o degli americani Anvil, è un continuo cambio di temi e di ritmi, di riff che si accavallano, di strepiti vocali che vanno oltre la linea cantata, ma senza mai deragliare dalla qualità. La band fu già da questo primo disco capace di dimostrare il suo grande valore sia compositivo sia di tecnica, nonostante una registrazione non proprio potente. Nel disco infilarono due cover in una, che fece conoscere alle nuove generazioni mondiali gli Sweet (non certo agli inglesi che sicuramente li conoscevano bene); ma i Raven calcarono la mano su ‘Hellriser/Action’ già nata originariamente in modo eclettico, e qui resa ancora più irriverente.

Possiamo vedere la band come un trio di ragazzini iperattivi che fanno rumore per cento, con comportamenti caratteriali che nella musica immettono la loro impossibilità a stare fermi; non sono normali, sono schizzati, e questo è perfetto per lo stereotipo metallaro. Quest’anno festeggiamo il quarantennale di un tale disco di culto, dall’importanza centrale sia per l’estrema originalità del propria essenza nel panorama di quel periodo inglese già di per sé d’oro, sia per il fatto che fu un gruppo che contribuì alla nascita di un nuovo genere metal, cioè lo Speed. I Raven sono heavy metal e lo Speed in quanto sottogenere heavy deve a loro e a pochi altri la nascita di una corrente che portò successivamente al Thrash. I Raven ebbero alti e bassi artistici durante la loro carriera, ma l’ultimo lavoro ‘Metal City’ (2020) ha fatto sì che tornassero a brillare ancora una volta (ma già erano tornati alla grande nel 2015 con ‘ExtermiNation’), rispecchiando un po’ le origini di ‘Rock until you Drop’. In ‘Metal City’ i due fratelli Gallagher (è cambiato il batterista originario Hunter che lasciò nel 1988) sembrano gli stessi giovanotti di allora con una energia che compete perfettamente con le nuove generazioni.

‘Rock until you Drop’ ha un posto effettivo nella storia dell’arte metal, fu un disco appunto “originale”, non solo “con personalità”, e va considerata opera d’arte a tutti gli effetti, eliminando l’idea che la vera arte sia solo quella troppo piena di sé di Pink Floyd; Dream Theater o Led Zeppelin, ed evitando di pensare che non possa esistere arte in chi è un po’ comico. Nella musica come nel cinema, l’ironia o l’esagerato bailamme sono compatibilissimi con l’arte. Come dice il titolo: ‘Rockiamo fino allo sfinimento’!

 

Roberto sky Latini

01.  Hard Ride

02.  Hell Patrol

03.  Don't Need Your Money

04.  Over the Top

05.  39-40

06.  For the Future

07.  Rock Until You Drop

08.  Nobody's Hero

09.  Hellraiser/Action (Sweet cover)

10.  Lambs to the Slaughter

11.  Tyrant of the Airways

 

John Gallagher – vocals / bass
Mark Gallagher – guitar
Rob Hunter - drums

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