Intervista agli Screamachine

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Intervista ad Alex Mele, chitarrista dei nuovi nati Screamachine
Aprile 2021

Terni chiama Roma, che risponde alle mie domande. Il romano Alex Mele, chitarrista dei Kaledon, ci racconta la sua nuova avventura con gli Screamachine, gruppo Heavy Metal all’esordio, pensato dal bassista Bucci degli Stormlord ma che trova una squadra attiva in tutti i suoi componenti. Mele è disponibile e risponde con attenzione alle domande, facendo trasparire la sua forte e allegra adesione al progetto.

Sei membro dei Kaledon, hai da poco fatto uscire un disco solista, fai anche video che vanno oltre la musica costruendo modellini o parlando di musica. Non riesci a stare fermo e a fare un lockdown tranquillo?

Sono un po’ poliedrico, faccio tante cose, ma diciamo che l’amore per la musica è la cosa principale e dura da più di trent’anni. Ho partecipato a tanti album, tanti progetti. Poi, essendo di base un nerd, un appassionato di roba tecnologica e altro, e visto che nel fare le cose che faccio, di solito spesso per divertimento mi filmavo, mi sono detto “perché non condividerle con altra gente che potrebbe avere le stesse passioni?” E quindi ho iniziato a metterle su Youtube creando questo canale che non ha niente a che fare con la musica, però sono sempre io.

Ho visto video in cui presentavi album famosi di Ac/Dc, Deep, Iron ed altri. Tutti dischi abbastanza tradizionali anni settanta /ottanta. Temporalmente anche gli Screamachine sembrano fare parte di questo spazio sonoro.

Il gruppo nasce da una idea di Francesco Bucci che io conosco da tanti anni, bassista degli Stormlord, valida realtà romana con una storia piuttosto pesante. Lui mi ha semplicemente contattato a fine 2018, chiedendomi se io conoscessi un chitarrista che volesse fare con lui un disco di Heavy Metal classico, al che ho detto “Lo faccio io”, visto che qualche base musicale di quel periodo ce l’avevo (sorride n.d.r.). Abbiamo deciso, di comune accordo, di lasciare da parte le band di origine, quindi di non andare a contaminare questo progetto con le nostre band madri, né con il Power metal per quel che riguarda me, né con il Black metal epico suo. Abbiamo tirato su questo progetto di Heavy classico che si rifà agli anni ottanta, Judas Priest, primi Metallica, gli Accept, gli Armored Saint. Tastiere vietate, doppia chitarra. Ci siamo rifatti al sound più classico.

Se l’idea nasce da Francesco Bucci, aveva già del materiale a tal fine che poi vi ha presentato?

Se lui avesse del materiale quando mi ha contattato non lo so, ma so per certo che nell’arco di un paio di mesi, entrambi abbiamo completato il songwriting dell’album. Mi ha mandato tre/quattro brani che aveva composto in quel frangente, io ne ho fatti altrettanti; in più c’è un brano che ha scritto Paolo Campitelli, l’altro chitarrista, ed un brano che è per la maggior parte del cantante Valerio Caricchio. Ma parlando fra noi del gruppo, è poi uscito fuori che uno dei brani, Francesco ce l’aveva nel cassetto sin da ragazzo. E la stessa cosa vale per il brano che ha portato l’altro chitarrista, scritto quindici/vent’anni prima. Quella del chitarrista è il singolo scelto come secondo videoclip ‘The Metal Monster’ (per il sottoscritto intervistatore uno dei pezzi migliori n.d.r.), mentre quella più vecchia di Francesco è ‘Mistress of Disaster, che fa l’occhiolino all’Hair Metal, tipo Motley Crue, Poison, quel genere lì. Però poi questa chiaramente è stata appesantita quanto sufficientemente per poterla inserire nell’album. Abbiamo tirato su un disco piuttosto omogeneo, anche se si sente la differenza tra le mani che scrivono, con canzoni fra loro uguali ma diverse allo stesso tempo. Mixandoli, lavorandoci insieme, si è creato quell’amalgama che lo unifica.

In effetti il lavoro mi appare variegato. Nell’amalgamare mi è sembrato molto importante il ruolo del cantante il quale ha avuto anche il pregio di non assomigliare a nessuno. Inoltre mi pare che egli abbia una capacità di esprimere sia divertimento che cattiveria senza diventare troppo monolitico. Da dove viene?

Valerio è un amico di vecchissima data di Francesco quindi c’erano le basi per poter collaborare, ed è stato il primo ad essere stato contattato da Francesco per fare questo insieme. A differenza di tutti noi Valerio era l’unico che non aveva mai pubblicato un album vero e proprio, per cui poter fare un lavoro del genere lo ha esaltato. Quando hai perso le speranze e arriva il prodotto “figo” che ti fa arrivare dove volevi, ti sposi alla grande con l’esperienza. Alla fine questi brani sono stati costruiti sapendo che c’era lui alla voce, quindi abbiamo potuto farli calzare a pennello. E secondo me il risultato ottenuto è più che valido.

Possiamo dire che allora Valerio rappresenta la vera essenza degli Screamachine visto che è il punto di unione dei diversi compositori.

Si, anche se noi abbiamo scritto i brani, lui è l’unico Screamachine al 100%, l’unico che non si divide con altre realtà. Il vero True-metal.

Possiamo dire comunque che siete un supergruppo, perché i membri provengono da altre esperienze appunto, eccetto Valerio. E’ un progetto quindi che rischia di rimanere a sé, o può avere una prosecuzione?

Screamachine nasce come band vera e propria. Siamo stati sfortunati a nascere in un periodo in cui non si può promuovere se non far vedere una copertina e far girare la musica online. Però il concetto è di “band” e chiaramente si valuterà al momento opportuno come proseguire e cosa fare  e come farlo, cercando di non far accavallare impegni.

Apparite piuttosto freschi, avete consapevolezza del vostro potenziale? Che atmosfera vi ha guidati?

Il bello di questo progetto è che era nato quasi per scherzo, con l’intento di fare un disco tra virgolette tributo ai nostri idoli. Senza copiare ma con quel sound lì. Però consapevoli del fatto che lo avremmo fatto in maniera professionale, al massimo delle nostre potenzialità, anche se fosse rimasto un demo. Quando siamo partiti non ci aspettavamo di firmare con Frontiers Records. Senza sminuire il risultato, il disco è nato per gioco, perché avendo tutti noi altri impegni e lavori, ormai non si vive di metal, poi famiglie, figli, non ci siamo posti una meta specifica. Alla fine però l’abbiamo fatto talmente professionale da interessare Frontiers. A quel punto ci siamo detti “Ok, che dobbiamo fare? Come gestiamo la cosa?” Abbiamo fatto fior di riunioni perché comunque non è “il piccolo accordo”. Il nostro intento comunque è di essere professionali al 150% e rendere al massimo possibile. Ovviamente dietro alla musica c’è tutto il lavoro del musicista del 2021 con l’opera non-stop sui social, in un impegno quasi maggiore all’aspetto live. Al di là del covid, anche prima, se tu facevi il disco e ti buttavi nei locali senza essere conosciuto, facevi tre persone. Devi martellare nel punto in cui stanno le persone, mentre una volta si andava per strada a mettere le locandine, perché la gente stava sul muretto, ormai invece è sui social che la trovi. Adesso le persone stanno su facebook e su Istagram, quindi tu devi andare là bombardando mediaticamente negli orari e nei modi giusti.  Siamo riusciti a farci un minimo di seguito, di base non avendo ancora fatto nulla dato che in pratica non siamo mai usciti dallo studio.

Per molti la Frontiers è delizia per aver risuscitato un certo tipo di metal, per altri è croce perché creerebbe progetti artificiosi. Ma voi non sembrate affatto artificiosi né per sound né per modalità di aggregazione.

Fondamentalmente non ci ho visto mai nulla di male nelle attività della Frontiers. Al di là dell’etichetta grande o piccola, ormai il progetto a tavolino lo fanno praticamente tutti, ma questo non vuol dire che non ci sia la qualità, perché col cantante incredibile e col chitarrista supervirtuoso hai un disco che non avresti mai. Se il prodotto finale fosse scarso, se una cosa a tavolino facesse schifo, non avrebbe senso. In realtà nel 95% dei casi è roba superlativa. Se l’etichetta mette insieme vari musicisti che ha fra i contatti, tanto di cappello.

Forse la crisi economica nel campo della musica, e quindi la crisi delle etichette, le ha aperte piuttosto che chiuderle, non potendo ormai puntare su un unico o pochi nomi che vendano.

Il colpevole principale di tutta questa cosa qui non è il covid ma è già da diversi anni il download illegale, lo streaming illegale. Tutto quello che ha portato ad allontanarsi dall’acquisto fisico del cd. Io stesso sono un fruitore di musica online, ma per me il disco è il vinile e il cd. Posso per comodità ascoltare su Spotify o Applemusic, ma io il cd lo voglio. Per quello che riguarda me, mi sento ancora di contribuire alla causa al 100%. Io so cosa c’è dietro la realizzazione di un album. So che i 10 dollari che ti dà Spotify ogni 10000 ascolti, non copriranno mai le spese che prima avevi vendendo un cd, il quale lo vendevi bene o male a 10 euro o 10 dollari. Abbiamo una proporzione di 10000 ad uno. Quindi le case discografiche hanno dovuto necessariamente reinventarsi, sennò avrebbero chiuso tutti.

Come è avvenuto il vostro contatto con la Frontiers?

Il contatto con la Frontiers è avvenuto esattamente come con le altre, perché abbiamo fatto girare il disco già completo, lo abbiamo mixato e masterizzato da Paolo Campitelli, che è appunto l’altro chitarrista del gruppo e tastierista nei kaledon. Lui è un polistrumentista, e tra l’altro attualmente anche produttore musicale perché registra, mixa e masterizza album. Questo l’ha fatto tutto lui, per cui abbiamo fatto girare un prodotto completo tra varie realtà piccole e grandi e la risposta della Frontiers è stata quella con la proposta migliore. Quindi abbiamo accettato quella.

Per lo stile del disco vedo che avete scelto più una forma cadenzata che di velocità. Scelta o casualità?

Un insieme delle due cose. Come ti dicevo prima, avevamo deciso di non farci influenzare dalle band di provenienza, per cui era facile che io presentassi dei riff con la doppia cassa sotto e quindi dicevano : “Ah no, troppo Power”, oppure arrivava il riff da di là, allora “No, troppo estremo”. Quindi smussa di qua, togli di là, siamo arrivato a fare il compromesso per avere appunto quello che senti. Chiaramente di comune accordo. Anche perché fare un album con un nome diverso ma facendo le stesse cose che fai altrove, è inutile. Finire su una ritmicità un po’ più cadenzata è stata piuttosto una scelta iniziale.

Trovo che vi sia un feeling “Happy”, piuttosto che una cosa chiusa nella cattiveria, pur non perdendo di aggressività.

A tavolino qui c’è ben poco, tutto è stato molto casuale, a parte la scelta iniziale. Le linee di canto le ha fatte tutte Valerio. E’ la terza mano che ha fatto la maggior parte del disco, noi abbiamo fatto la musica ma lui si è occupato di tutte le melodie ed i testi. Alla fine un mix di più teste che hanno lavorato insieme.

Nel pezzo Wisdom of the Ages’ sono presenti Langhans e Di Giorgio, come sono stati messi dentro?

E’ stata una idea di Frontiers che conoscendo bene questi due musicisti storici, ci hanno chiesto se avessimo avuto piacere di avere ospiti nel disco. Steve Di giorgio è davvero una icona del metal, ha suonato il basso praticamente in tutti i dischi storici. Invece di farli partecipare su un brano serrato abbiamo scelto il brano un po’ più lento.

Mularoni dove ha suonato?

Ci sono Francesco Mattei, Simone Mularoni, Massimiliano Pagliuso e Andrea Angelini. Hanno fatto degli assoli come  guest, sparsi nel disco. Mularoni è su ‘Human God’ (l’altro pezzo preferito del sottoscritto intervistatore n.d.r.)

E quali hai scritto tu? E quanto hai pesato nell’uso della chitarra?

‘52 Hz’; ‘Wisdom of Ages’; ‘Silver Fever e ‘Scream Machine’. Per la chitarra ho pesato al 50% visto che siamo in due, con influenze fondamentalmente molto diverse. Qui io ho fatto il cattivo anche se di solito tendo ad essere melodico, molto melodico;  ho esagerato all’opposto, è stata apprezzata la mano ferma, cattiva quando serviva. Ma di base ho influenze da David Gilmour, Brian May, completamente altrove.

Ma se tu fossi uno dei chitarristi dei Judas. Tra KK, e Tipton, quale saresti dei due?

Oddio, forse Tipton.

Leader nei Kaledon, poi disco solista quindi autoreferenziale. Qui negli Screamachine hai dovuto limare il tuo istinto da leader.

Francesco negli Stormlord è quello che compone più di tutti, io sono quello che compone più nei Kaledon, e quindi abbiamo abbassato le penne tutti e due. Lui è l’ideatore della band, quindi se dobbiamo usare il termine leader, chi guida è lui in questo caso.  Però è tutto piuttosto equo, si parla sempre, abbiamo anche delle chat dove discutiamo dalla cretinata fino alle cose serie, per creare la band, dato che non si può fare in altro modo in questo momento. Leader non lo sono stato mai troppo nemmeno nei Kaledon, ho trainato più che guidato, nel senso che ci ho messo tutta la passione.

L’anno scorso (2020) hai fatto uscire ‘Alien Doppelganger’ il tuo disco solista. Rispetto ai Kaledon,  ma anche a questo degli Screamachine, suona più moderno.

Si, è diverso, anzi è stato volutamente studiato per esserlo. Ci sono contaminazioni anche elettroniche, ed essendo un lavoro a nome mio non potevo farlo troppo simile ai Kaledon. Ho fatto di tutto per allontanarmene  il più possibile, con sonorità diverse, voce femminile, eccetera.

Otto anni per riuscire a pubblicarlo, ma  quando si sono formate le canzoni? Otto anni fa o lungo il corso di tutto questo periodo? Avrà una dimensione live?

Disco nato come progetto in studio, non è una band. Non avrà un seguito live. Sono quasi tutte canzoni vecchie, nate più o meno di getto nel primo periodo; poi progetto quasi abbandonato per un bel po’ di tempo, infine quando l’ho rispolverato ho semplicemente fatto un’addizione. Quanti brani ho? Quanti ne servono in un album? Quindi ho completato quello che mancava. Un paio di brani sono più recenti. Gli arrangiamenti più o meno li ho lasciati come erano; sin da subito, per esempio, ‘One in a Million’ era così. Magari è cambiato il suono utilizzato, però l’idea principale si era già formata.

E l’idea di scegliere la cantante Alessia Scolletti?  

Lei quasi alla fine perché è stata una casualità. Ci siamo conosciuti essendo lei  la compagna del cantante dei Kaledon, e quando ho sentito le sue doti molto super-valide, le ho chiesto se avrebbe voluto cantare nell’album.

Alessia mi sembra abbia una ugola più rock e metal che sinfonica. Era quello che cercavi? Tra l’altro ci sono dei momenti dove esce fuori un certo modo accentato di esprimersi.

Assolutamente. Le linee melodiche le avevo composte io, ma ovviamente le ho lasciato libertà, perché io ho composto per una timbrica ed una estensione da uomo, per cui lei qualche modifica l’ha fatta qua e là.  Certe cose non sono mie ma sono del suo stile, non ho messo troppa bocca sul modo di eseguire le cose, le ho dato semplicemente le linee guida, poi ha fatto quello che senti.

Nei Temperance lei ha osato di meno e ha osato di più nel tuo disco. Ha mostrato un carattere quasi eclettico.

Credo che sia normale. Premesso che nei Temperance ci è arrivata dopo, perché il mio disco l’ha registrato prima anche se è uscito dopo; qui è la cantante solista quindi può fare quello che vuole mentre lì si divide con altre due voci, dove per forza di cose è un po’ più condizionata.

Visto che prima ti sei descritto come un nerd, e si dice che i metallari siano dei nerd, quanto ti riconosci nel termine metallaro?

Metallaro inteso come quello che esce vestito di nero, per quanto mi vesto di nero, e beve ettolitri di birra, quello zero. Come mentalità di ascolto, come giudizio, quando con lo zapping capiti sul talent-show dove ormai ci sta solo trap , allora lì esce fuori il 100% del metallaro. Non inteso come criticone, ma come quello che avendo un background musicale di un certo  spessore, esce sempre col dire : “Che è sta robba? (con due B n.d.r.)

Che tipo di visibilità in Italia e all’estero credi che abbiano avuto i Kaledon e il tuo disco solista, e quale avrà questo degli Screamachine?

Una cosa traina l’altra perché chiaramente i fan dei Kaledon si interesseranno agli Screamachine, e i futuri fan degli Screamachine, sapendo che ci sono dei componenti di altre band, andranno a cercarsele. E il progetto solista sta nel mezzo, come è anche per il batterista Alfonso Corace che ha realizzato un suo album solista; anche lui porterà visibilità al suo proprio lavoro tramite Screamachine. Kaledon ha molta più visibilità all’estero che in Italia, sempre per i soliti preconcetti molto italiani che hanno sempre un po’ snobbato il prodotto di casa. Comunque in Italia ci sono tante realtà molto valide. Questi generi musicali vanno molto di più all’estero, in Italia si è prossimi allo zero, in una nicchia veramente limitata, perché purtroppo non c’è cultura musicale qui. L’Italia da sempre è un paese limitato alla canzonetta o alla canzone estiva che serve in quel momento e poi sparisce. Ci sono quei dieci/quindici nomi del pop e rock  italiano che all’estero sono qualcuno come Ramazzotti, Vasco Rossi, superbig anche all’estero. Se invece vai a prendere il gruppo metal più famoso in Italia, sono solo i Rhapsody e i Lacuna Coil. Dopo vent’anni i Kaledon un minimo di riconoscimento ce l’hanno, ci siamo ritagliati un certo spazio all’estero. Screamachine  ne avrà di più perché punto primo esce con una casa discografica superiore a quella che abbiamo avuto tutti noi con gli altri progetti, per cui già questo ti espone in maniera più alta, mentre gli altri hanno avuto distribuzioni e promozioni inferiori. Ti basti pensare che questo album degli Screamachine è uscito il 9 aprile, già in una settimana ci sono stati migliaia di ascolti su Spotify, video con decine di migliaia di visualizzazioni, cosa a cui gli altri progetti arrivavano dopo mesi e mesi. La visibilità è dovuta ad un insieme di fattori, non esclusa la fortuna.

Questo degli Screamachine è un disco con molta personalità. Voi musicisti guadagnate sempre meno e fate però dischi sempre più belli.

In questo decennio, spendendo veramente poco, chiunque è in grado di mettersi dentro casa la strumentazione per registrare in autonomia, quindi senza più spendere decine di migliaia di euro per uno studio, e avendo la possibilità di registrare sette su sette, h24, come hai una mezza idea ti siedi e la registri. Questo ha portato ad essere molto più produttivi, io pure mi ritrovo a registrare e scrivere di continuo, e magari fai sette /otto brani che vanno in una direzione poi stanno fermi, poi li riprendi anni dopo. Vai a registrare talmente tanta roba che hai un Cassetto talmente ricco che alla fine puoi fare veramente un disco all’anno.  Quando il progetto diventa importante tendi a non farlo, perché mettere tutto il materiale insieme sul mercato non funziona, cosa che invece con i Kaledon all’inizio abbiamo fatto: il secondo album uscì nove mesi dopo il primo, due album in un anno come negli anni settanta. Tutti quindi fanno tanta roba; certo questo ha lati negativi e positivi, perché si rischia di fare una sfilza infinita di cose che fanno schifo.

-          Allora dovremo aspettarci di vedervi dal vivo e questi saranno i membri dei futuri concerti.

Si, certo.

Gli Screamachine ti hanno appassionato sembra.

Questo disco lo sento spesso con piacere. Mi ha appassionato perché è stato fatto con zero pressioni, zero pretese e zero aspettative. Dopo è diventata una cosa importante, ma averlo realizzato nei ritagli di tempo ha creato un prodotto veramente creato per passione. Abbiamo fatto quello che ci piaceva in quel momento.

Alex Mele, con le sue risposte è apparso come uno con lo spirito da metal-kid, e la musica che suona lo conferma. L’intervista poteva chiedere altro, e in futuro lo farà, perché Tempi Duri si augura che la band prosegua con successo la strada intrapresa.

Intervista a cura di Roberto Sky Latini

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