Coronary

                                                                                                                          Sinbad

                                                                                                                          Cruz Del Sur

                                                                                                                         www.facebook.com/coronaryfin

 

 

Quando il vintage è così ben fatto da non poter fare a meno di divertirsi nell’ascolto, ben lontano dall’infastidire, non si può che sorridere di piacere. Siamo a cavallo degli anni settanta/ottanta nell’ambito di quel rock duro che stava passando dall’Hard all’Heavy, e questa  band finlandese suona tradizionale heavy metal al modo con cui lo facevano in quegli anni gli Accept prima di ‘Restless and Wild’ e i Krokus tra ‘Headhunter’ e ‘Heart Attack’; quindi un’àncora nei ’70 ma un bel navigare negli ’80 più all’antica. Riff ben pensati e linee melodiche accattivanti, con la giusta dose di durezza.

Si parte con una compatta titletrack ‘SINBAD’ che è forse il miglior pezzo del full-lenght anche per merito del rifframa che supporta a dovere la ritmica cadenzata e qui gli Accept anni settanta sono ben chiari. Poi ecco i Krokus con la Power-song ‘FIREWINGS’ con dei riff che sono davvero fatti alla vecchia maniera, ma proprio per questo adrenalinici, e l’assolo fischiante esplode proprio come uno se lo aspetta, ma che volete farci, è azzeccatissimo; e non gli mancano nemmeno i canonici “woo ooh” finali. Altra bella figura fa il middle-time di ‘THE HAMMER’ anche se il riff iniziale ricorda  ‘Deuce’ dei Kiss, ma poi prende un altro passo e migliora nettamente. E il poker più alto si conclude con la quarta traccia ‘BULLET TRAIN’ che più Krokus non si può, con un filino di Street Metal, e ancora la chitarra solista che fischia.

Si segnala anche la gustosa ‘Mestengo’ che però sta ad un livello meno elevato dato che talvolta sfiora troppo delle note già sentite. Con ‘I can feel this Love’ non manca il brano da singolo che nei nostri tempi da rete non hanno quel senso, ma negli anni ottanta sarebbe stato uno di quelli che provava a scalare la classifica dei 45 giri; canzone venuta bene, anche attenta alla strumentazione che la plasma, ma non è così pregnante, sebbene non sia un filler, e per sua buona sorte non cede alla tentazione di eliminare l’assolo, anzi mettendone uno tra i migliori, anche se dell’ “ooh ooh” introspettivo si poteva fare a meno. Pur piacevole, ‘Burnout’ forse è davvero troppo derivativa, suonando alla Ac/Dc però come avesse subito un trattamento estetico dai Krokus nel periodo dei loro primissimi tempi. La conclusione è data dal più rallentato tempo darkeggiante di ‘Wonders of the World’ che vuole giocare il ruolo del pezzo meno sbarazzino con i suoi cambi di ritmo e di atmosfere, senza voler esagerare in tal senso, ma occupando però la posizione di episodio fra i minori.

Tutti i comparti rendono perfettamente ogni sezione in un equilibrio perfetto per la riuscita dei brani. L’ugola quasi roca, ma non prettamente rude, non vive di virtuosismo, ed è l’attitudine blues-rock a renderla poliedrica e ficcante, per brani che potrebbero funzionare anche con la voce halfordiana, ma che alla fine non hanno bisogno di più di quello che il cantante qui sa donargli, e bene. Ma sono spesso i ritornelli a funzionare a dovere, veri momenti cantabili in auto o ai concerti. Accept e Krokus non smettono mai di emergere nelle percezioni lungo tutto l’album, ma con i Coronary questa similarità diventa un valore aggiunto e non un punto debole. E’ quel sound che ricorda come il metal sia legato al rock e quindi al blues; è qui che si comprende come valga il concetto che il metal di base sia legato a nodo stretto col passato di cui non si può fare a meno, cosa che la modernità non può eliminare. Il metal verace è quello che si chiama “Heavy” e le varie posizioni tra i metallari che pensano che metal sia solo quello Thrash o Estremo, non fanno i conti col fatto che tale musica è nata con le forme di Judas e Saxon, e che il resto è solo una appendice della loro essenza. In ultima analisi il gruppo, con questo esordio full-lenght (anche in vinile), è abile ed arruolato nella milizia Hard and Heavy, e che sia “corna in alto”! 

Roberto Sky Latini

 

01.  Sinbad

02.  Firewings

03.  The Hammer

04.  Bullet Train

05.  I can feel this Love

06.  Reflector

07.  Burnout

08.  Fight st.666

09.  Mestengo

10.  Wonders of the World

 

Olli Karki – vocals
Aku Kitola - guitar
Jukka Holm - guitar
Jakko Aaltonen – bass
Pate Vuorio - drums

FOLLOW US

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione