Intervista ad Alex Carpani

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INTERVISTA al TASTIERISTA ALEX CARPANI, PIENO DI ORIZZONTI DA VARCARE 

Tempi Duri ha intervistato un multisfaccettato musicista, che suona le tastiere ma guarda alla musica da molti lati. Ricco di esperienze, ha fatto uscire nel 2020 il suo ultimo album solista ‘L’Orizzonte degli Eventi’ che rispetto agli altri si fa apparentemente più semplice, ma dietro cui sta un’attentissima cura che l’artista ci racconta qui. Nella presentazione del disco Carpani scrive: “Non è detto che sia la risposta lo scopo di tutto. Potrebbe essere più importante la domanda e il fatto di essersi posto un dubbio, di aver messo in discussione tutto”. Al di là degli umani dubbi, in realtà dall’intervista traspare una certa sicurezza di Carpani nel pensare la musica, ma anche un  profondo feeling verso di essa. 

Quale visione ha questo nuovo tuo disco? Presentacelo.

                    E’ un disco un po’ esistenziale, nel senso che è una riflessione su un percorso umano e musicale, a cominciare dal titolo e dalla metafora che ho usato in questo concept: ‘L’Orizzonte degli Eventi’. In esso si dipana una storia, un viaggio attraverso varie situazioni, emozioni, colori, sfaccettature, dove è spesso presente anche la notte, come elemento di mistero da una parte e consolatorio di grande pace e lucidità dall’altra. La metafora dell’orizzonte degli eventi, che parte da una descrizione scientifica che viene fatta da un astrofisico, ha inizio da una linea invisibile, impalpabile, che pure esiste e la fisica ormai lo ha dimostrato. E’ il contorno di un buco nero, che non può essere visto dall’esterno e, una volta che si finisce lì dentro, non si riesce più a venirne fuori. E’ una linea di demarcazione, di passaggio, insomma, che mi suggeriva una metafora della vita, quando ci troviamo di fronte a scelte di campo, a cambiamenti che sentiamo arrivare o, ancora, a delle mutazioni che ci mettono alla prova, che mettono in discussione il nostro modo di veder le cose, le nostre prospettive consolidate, generando nuove sensazioni ed emozioni. Tutto questo l’ho tradotto in testi riflessivi, a volte con molti chiaroscuri, ricchi di momenti emozionali. 

Sono una novità anche i testi in italiano.

                    Dal punto di vista musicale ho deciso di fare una cosa molto diversa, raccontare una storia nuova con strumenti espressivi nuovi. Una grammatica nuova, a cominciare dalla lingua, avendo io cantato l’album in italiano per la prima volta, perché negli album precedenti mi sono sempre espresso nella lingua inglese, dato che ritengo che la lingua inglese sia perfetta per lo stile rock, per l’amalgama che ha a livello sonoro e per il fatto che le parole stesse sono, in un certo senso, suoni. In alcuni album precedenti ero molto più concentrato sulla musica, tant’è che i testi erano una parte minoritaria del mio lavoro: c'erano magari dei brani strumentali o brano di 7-8 minuti con una minima parte canata. In questo album, invece, ho voluto usare la forma canzone con strofe, incisi, ponti, ritornelli, melodie orecchiabili che ti si ficcano in testa. Attraverso le parole italiane volevo comunicare senza filtri. La scrittura dei testi ha richiesto un tempo molto lungo, nel senso che mentre per la musica ho sempre avuto una certa facilità e velocità di scrittura, anche se poi impiego molto tempo per gli arrangiamenti e la produzione, tendendo a curare tutti i dettagli, per i testi ricordo di essere stato anche tre settimane su un verso, perché non trovavo la sillabazione, la sonorità, il valore giusto di ogni parola. Quindi è stato difficoltoso perché ogni parola scelta ha un peso specifico suo. Non è casuale, come per le note, dove c’è una armonia da rispettare, delle regole ben precise. Le parole in questo disco sono molto importanti e ho cercato un equilibrio tra la parte musicale e la parte testuale. Anche questo è un elemento di novità per quanto mi riguarda. 

Pensando al tuo esordio solista con ‘Waterline’ del 2007, che era progressive tradizionalista, questo disco appare anni luce lontano da quello per sostanza ed estetica. Questo è un lavoro più moderno.

                    Ogni disco ha avuto uno stacco da quello precedente. ‘Waterline’ fu un disco anche molto casuale perché ho scritto quell’album, che inizialmente doveva essere strumentale, durante la convalescenza seguita ad un incidente, nel quale mi sono rotto la caviglia. Avevo un gesso, ero immobilizzato. Un lockdown ante litteram, insomma. Mi sono messo a scrivere l’album e quando l'ho finito mi sono detto: “Perché non proviamo a mandarlo ad Aldo Tagliapietra delle Orme?”. In quel periodo mi ero messo a riascoltare Le Orme, che avevo visto in concerto anni prima. Aldo mi rispose (non immaginavo che si sarebbe preso la briga di rispondermi) e mi scrisse che lo trovava molto bello e interessante e che voleva mettermi in contatto con una piccola etichetta di Los Angeles. Da lì è nato tutto, perché poi a Los Angeles ci sono andato, ho conosciuto Dan Shapiro, il produttore e Paul Whitehead, che ha fatto la copertina. Aldo ha, poi, cantato nel disco e lo abbiamo anche suonato dal vivo un paio d'anni dopo, facendo diversi concerti in Italia e all'estero, suonando sia i pezzi di ‘Waterline’, sia alcuni delle Orme. Ma come dicevi bene tu, quello di “Waterline” era un rock sinfonico abbastanza retro, volutamente retro. ‘The Sanctuary’ che è venuto dopo, invece, è un album molto tecnico, molto virtuosistico, dove ero molto concentrato sulle mie parti tastieristiche. Potrebbe sembrare un po’ alla Wakeman, con le tastiere al centro di tutto. In quella fase avevo bisogno di esprimermi in quella maniera, di perlustrare tutti gli angoli delle possibilità sonore del mio strumento. Poi c’è stato ‘4 Destinies’, che è diverso perché ci sono quattro suite molto lunghe, di un quarto d’ora l’una, con il sax di David Jackson, all'inizio di una fase di collaborazione con lui sia in studio che nei concerti, un po’ in tutto il mondo. Dal 2011 al 2015 abbiamo suonato in giro sia la mia musica che quella dei Van der Graaf Generator, riarrangiata dalla mia band. E poi c’è stato il primo album della svolta, ‘So Close. So Far’, del 2016. Una svolta stilistica molto netta.

 Forse di questi, ‘So Close. So Far’ è il più vicino all’ultimo non solo temporalmente, ma per la modernità che contiene.

 

                    Si, anche se va ricordato che in mezzo c’è stato l’album degli Aerostation (ndr 2018), il progetto che ho con Gigi Cavalli Cocchi (ndr batterista). Un progetto diverso, nel senso che è un rock elettronico, diciamo di matrice neo-prog. “L'Orizzonte degli Eventi”, invece, è un disco di rock, non saprei come altro definirlo. Ci sono delle influenze che vanno dall’hard rock all’elettronica, a qualche tinta neo-prog. C’è qualcosa anche di new wave, volendo.

 Questo disco è privo di assoli.

 

                    Esatto. Tutta l’attenzione è posta sull’essenzialità. Ho lavorato molto di sottrazione, non di addizione, cercando di dire più cose possibili con meno elementi possibili e così facendo ogni elemento diventa molto importante, decisivo. Non puoi sbagliare uno degli ingredienti. Anche la line-up è ridotta al minimo: è un power-trio. Bruno Farinelli è un grandissimo batterista, uno dei migliori batteristi italiani. Quando si facevano le tournée fino a due anni fa, era in tutto il mondo con Il Volo e prima con Lucio Dalla, Cesare Cremonini, Elisa, Mariadele, insomma tante collaborazioni importanti. Con Giorgi avevo già collaborato, avendo lui suonato nei miei dischi e fatto con me concerti; un bassista di grande talento, molto versatile, anche lui con collaborazioni importanti (Umberto Tozzi, Anna Oxa, Ermal Meta, ecc.). Loro sono entrati molto bene nel mood di questo disco. Io normalmente lavoro in questo modo: non abbozzo solo i pezzi, ma li scrivo dall’inizio alla fine e scrivo tutte le parti, anche quelle di batteria, di basso, di chitarra, tutti gli strumenti insomma; faccio già la pre-produzione molto avanzata, che poi è da finalizzare in studio. Quindi i musicisti che lavorano con me si trovano delle parti già scritte e ovviamente danno il loro tocco e la loro interpretazione, che è molto importante e che fa la differenza naturalmente. Come dicevi tu, non c’è molto spazio per gli assoli in questo album e anche come durate, si tratta di canzoni relativamente brevi, sui cinque minuti. Tutto molto compresso, molto intenso, da ascoltare tutto d’un fiato. 

Sento che i testi vivono una certa urgenza. Musica più di testa, emotività nelle parole.

                    E’ vero che c’è una parte cerebrale, più mentale nella musica, mentre il testo spesso è di stomaco, più istintivo. Comunque musicalmente volevo che fosse tutto molto incalzante a livello ritmico. Volevo che la musica avesse chiaroscuri e sonorità contrastanti e che fosse qualcosa che ti arriva un po’ come un pugno nello stomaco. Una musica molto diretta, con dei momenti tesi a livello ritmico e di velocità, e anche di dissonanze.

 I pezzi scorrono molto fluidi. A renderli fluidi secondo me è l’ottima metrica delle liriche in associazione al drumming liquido.

 

                    Elemento importante è la ritmica molto presente, che detta spesso i tempi e allo stesso tempo non sovrasta. Anche la fluidità di cui parli è una delle conseguenze delle semplificazioni che ho voluto fare, togliendo tutte le sovrastrutture tipiche del prog per arrivare all’essenzialità, all’essenza del messaggio. E’ una cosa che richiede paradossalmente più tempo e fatica. Il musicista prog fa cose dove la tecnica ha una certa importanza, magari in una maniera un po’ più sinfonica, che gli viene naturale. Per me è relativamente più facile scrivere un pezzo strumentale di otto minuti, mentre dire delle cose in tre minuti e mezzo usando pochissimi colori della tavolozza espressiva, è molto più difficile. Però è la parte che mi è piaciuta di più, è quello in cui mi riconosco di più in questo momento, perché voglio essere più diretto. Una cosa che mi ha dato molta soddisfazione è il fatto che questo disco è stato notato ed apprezzato anche da molte persone che non hanno niente a che fare col Prog. Sono incuriositi, si ricordano le melodie e questo vuol dire che è stata una cosa abbastanza trasversale. Lo vedo come un aspetto positivo questo. 

L’orecchiabilità può sfociare nella bassa commercialità, non ti pare di essere al confine con la musica leggera, su di un limite che ti mette a rischio di cadere in quel versante?

                    Ci sono degli artisti che sono stati tutta la vita sul limite e la loro caratteristica è stata restare sul limite, quindi potrebbe anche essere che uno stia sempre ai bordi e trovi il proprio equilibrio proprio lì. Non so se continuerò in questa direzione, forse farò cose ancora diverse. Ti posso dire che in questo album è stata data molta importanza anche alla grafica e alle immagini. C’è stato un lavoro approfondito di ricerca di immagini abbinate ad ogni canzone, che poi diventeranno anche delle videoproiezioni durante i concerti. Ovviamente il Covid ha bloccato tutto. Speriamo di poterlo fare in futuro. Credo che nell’aspetto live delle videoproiezioni, ascoltando e 'guardando' questa musica, si avrà una dimensione un po' più teatrale. Quindi credo che si potranno cogliere dei dettagli che non sono tipici della musica commerciale pop. Sarà una specie di terza dimensione che aiuterà ad entrare in questo concept, nel piccolo viaggio che ho narrato. Le strade che si intraprendono verso il futuro sono sempre imprevedibili.

In questo momento, insieme ad altri musicisti anche stranieri, sto lavorando ad un progetto di cui daremo informazione più avanti. Si tratta di un progetto rock sinfonico, quindi un ritorno a terre che ho già battuto. Può darsi che io mi muova entro binari paralleli. 

Sul tuo desiderio di cambiare e metterti alla prova in altri ambiti, possiamo aggiungere che visto che la musica non si vende più, chi fa dischi lo fa solo per il proprio piacere? Per hobby? Noi ascoltiamo, ma voi non guadagnate.

                    C'è una buona parte di musicisti che fa musica perché ha l’esigenza di farla, perché essa fa parte della loro vita ed è uno dei modi che hanno di esprimersi, quindi non possono farne a meno. E’ chiaro che se il mercato in un certo momento non li considera, se il sistema li considera anti-economici, questo li amareggia, però vanno avanti comunque. L’artista ha bisogno di esprimersi, è una urgenza che non si può ignorare. Il problema è che adesso manca l’altro elemento: l’artista ha bisogno anche di confrontarsi con qualcuno che lo ascolti e gli dia un ritorno, che dia un feedback di energia ed emozioni, positivo o negativo che sia. E’ questo che adesso non c'è e che crea una distanza difficile da colmare. In questo momento siamo in un vuoto molto preoccupante, perché siamo staccati dal resto del mondo. Molti musicisti si stanno buttando sulla scrittura ed è quello che ho fatto anch’io, perché ho pubblicato l’anno scorso questo album, in piena pandemia, a luglio; poi ho finito di scrivere il prossimo album di Aerostation, che uscirà forse quest’anno. E sto scrivendo quest’altro album del progetto con vari musicisti di cui ti parlavo prima. Quindi siamo al lavoro, ma nella bottega. Sarebbe importante capire se ci saranno degli spiragli e, soprattutto, la possibilità di programmare qualcosa a livello di concerti. Programmare sarebbe la cosa più importante se fra sei mesi o un anno potrà ripartire tutto. Poi con le tecnologie di oggi forse dovremo trovare altri metodi espressivi. E' chiaro che lo streaming digitale, che sia in diretta o in differita, è uno strumento suggestivo, ma va gestito in un certo modo, perché rischia di disperdersi, rischia di essere un usa e getta. Sono indeciso se farlo. Penso di fare qualcosa, ma sto ancora pensando come. La cosa interessante di questo sistema è che si possono avere delle sorprese impreviste a livello numerico, nel senso che magari al concerto prima facevi fatica a far venire 150/200 persone a vederti, mentre se fai una cosa online nel circuito delle persone che ti seguono in Italia e all'estero, magari si collegano 3.000 persone... Questo deve far pensare che, forse, è cambiato il nostro modo di ragionare sulla produzione artistica e sulla fruizione. E’ chiaro che i mezzi sono diversi, quindi non ti puoi porre nel video come ti poni sul palcoscenico: i tempi sono diversi, perché in presenza c’è una fisicità, c’è una spazialità che non c’è nel video. In video devi fare broadcasting, devi cioè diffondere un contenuto che abbia dei tempi di fruizione molto diversi. Quindi l’artista deve imparare a produrre le cose in modo differente, essere bravo a confezionarle in tempi diversi, nel senso che ha pochi minuti a disposizione in cui deve catturare l’attenzione dell’ascoltatore e se nei primi dieci secondi non lo interessa, lo perde. E’ un’arma a doppio taglio, perché bisogna riuscire a far le cose senza snaturarsi troppo, però cercando di approfittare anche di queste opportunità. Non dico che sarà la strada del futuro, dico che sarà la 'strada b' tutte le volte che avremo dei problemi come quello che stiamo vivendo. Quando ce ne libereremo non è detto che ce ne liberiamo una volta per tutte, quindi dovremo stare attenti a non perdere il contatto con l’esterno.

Nella metrica del cantato ci sento Battiato; ma per la tua tonalità e un certo modo di cantare, ci sento anche Di Giacomo del Banco Mutuo Soccorso.

 

                    Intanto essere accostato a dei nomi così importanti non fa che lusingarmi. Sono artisti che ho apprezzato, ma che non ho mai seguito più di tanto. In realtà non sei il primo che lo dice, quindi evidentemente ci sono ogni tanto delle sintonie che si creano. Dei déjà vu sonori o visivi, come quando un regista ti ricorda un altro registra, il che non vuol dire che si sono copiati a vicenda, ma che si è usata una stessa chiave di lettura, stessi metodi espressivi, magari casualmente. Credo che sia interessante questa tua osservazione, perché dà una connotazione a questo album che, comunque, è nel rock in italiano, pur avendo uno stile che è più anglosassone. 

Però nel tuo modo di cantare c’è anche l’Italia musicale.

                    C’è qualcosa di italiano nei testi, non solo perché sono cantati in italiano, ma nella tecnica della scrittura e della metrica. Io, poi, nel mio stile uso molte vocali aperte: molte parole vengono cantate con note molto lunghe, perché amo anche l’uso della voce un po’ come se fosse uno strumento e, quindi, la nota lunga e aperta mi piace. La nostra lingua è ricchissima di parole con vocali, cosa che in inglese è più difficile trovare e io ne ho approfittato. I testi italiani a volte sono molto più ricercati di quelli inglesi perché noi diamo un valore semantico che ci porta ad interpretare, a decodificare dei significati nelle canzoni e, quindi, sì, si perde talvolta l’attenzione rispetto alla musica. 

Diciamo che nel tuo comporre non sei stato un pittore che ha aggiunto colore, ma uno scultore che ha tolto materiale, diversamente dai lavori progressive del passato.

                    Si tratta di una scrittura attenta all’armonia e all’arrangiamento, oltre che alla produzione. Se sapessi quanto materiale ho scartato rispetto a quello che tengo: sono un rapporto di uno a dieci. Parlo di passaggi che sul momento scrivi,  che però non ti convincono del tutto. Magari è la soluzione più rapida, ma tu sai bene che ci dovrai mettere del tempo, disfare tutto, ricominciare. E verrà qualcosa di migliore, quasi sempre è così. Quindi per me vale la regola di non accontentarsi mai ed essere molto esigente e soprattutto, cosa che uso sempre come metodo per me stesso, prendere tempo. Il tempo è un professore severissimo che non ti perdona, nel senso che quando tu riascolti una cosa tua a distanza di tempo, se ti convince ancora, ti piace ancora come prima, allora probabilmente hai fatto una cosa buona. Se riascoltandola ti rendi conto che eri incoerente, i nodi vengono al pettine. Quindi spesso lascio decantare un po’ le cose, poi le riprendo in mano per finalizzarle. E questo mi è sempre servito molto. La semplificazione in questo ultimo lavoro c’è, però è sempre una semplificazione pensata, in cui c’è un'architettura di base che la porta avanti, e non una semplicità fine a se stessa, sennò sarebbe banale. 

Come decidi cosa togliere ed aggiungere. Come decidi che il pezzo è finito?

                    Qui si entra nella bottega, cioè nel come nascono le cose. Dipende dai brani: diciamo che per quanto mi riguarda, ogni composizione deve avere un suo equilibrio, nel senso che l’insieme ed anche le singole parti devono avere una tensione di equilibrio proporzionata al fluire della musica. Questo ti porta a capire automaticamente quando il discorso si è esaurito. Non c’è una regola fissa. La struttura compositiva ti dice quando il brano deve morire. Nel mio caso io parto dalla musica, ma molto spesso canticchio la melodia. Nella prima versione dell’album c’è sempre un cantato in inglese inventato, che registro sulla musica e che mi serve per capire se la melodia vocale funziona o se ha bisogno di ritocchi. Capisco così se ha la metrica giusta, la sillaba e l’intonazione giusta, se le rime devono avere un certo tipo di assonanza. Ciò mi porta anche a fare delle modifiche a livello musicale. La musica nasce da sola e alle parole ci penso dopo. Anche se, altre volte, nascono insieme perché mentre scrivo la musica, quella che sarà una strofa mi viene già in mente, cioè mi viene in mente come la canterò e scrivo, quindi, la musica andando al servizio di ciò che canterò. E’ interessante perché una volta che cominci non sai mai dove andrai a finire. E’ chiaro che devi scegliere i tuoi ingredienti iniziali, di partenza, come quando dici che vuoi fare un pasto “a base di pesce” ed è chiaro che il pesce deve ricorrere nelle varie portate. Io decido di fare un disco con certe sonorità e, quindi, già dall’inizio decido quali suoni e strumenti userò. Non è che ad ogni brano cambio tutto, altrimenti ci sarebbe discontinuità. Mi costruisco non un recinto, ma un perimetro d’azione dentro cui mi muovo. Poi questo perimetro può avere delle variazioni anche inaspettate. Per esempio, in un brano come ‘Il perimetro dell’Anima’, che è venuto fuori in maniera molto diretta, le parole sono venute fuori molto in fretta perché era una cosa un po’ metafisica. Cioè, quando mi sono messo a immaginare questa cosa che potesse delimitare anche visivamente dove finisce l’anima, l’idea mi affascinava molto ed era un po’ in sintonia con il concept dell’album, con l’orizzonte degli eventi, appunto, dove anche lì c’era una linea immaginaria tra i due mondi che non si possono vedere, non si possono mettere in contatto. Naturalmente ci sono anche dei brani un pochino più complessi nella loro genesi. 

Quali sono i tuoi gruppi di riferimento del disco, e quali i tuoi personali.

                    Non ci sono gruppi di riferimento del disco. C’è un disco che può essere anche il frutto, in alcuni suoi elementi,  di una fase, di un periodo in cui sono interessato da una certa musica piuttosto che da un’altra. Il mio ascolto degli ultimi dieci anni è andato sempre più verso il contemporaneo, che verso il prog classico. Verso il rock moderno, quindi dai Porcupine Tree a Steven Wilson, Pineapple Thief, Opeth. ma anche Pain of Salvation (tra l’altro, sono stato in contatto con Daniel Gildenlöw, il leader della band, con cui anni fa si era paventata la possibilità di fare qualcosa insieme). Mi interessano sempre di più gli artisti con un linguaggio molto contemporaneo, insomma. A livello italiano mi è interessato un certo rock raffinato come quello de il Teatro degli Orrori e mi piaceva di loro il connubio potentissimo tra i testi e la musica. I loro testi sono vere poesie, perché Pierpaolo Capovilla è un poeta, oltre che essere un cantante. E la loro musica è un rock molto robusto, molto duro, ma molto convincente, alla Red Hot Chili Pepper in alcuni momenti, che mi piacciono molto, oltre ai Foo Fighters. In passato, invece, mi sono ispirato ad altre cose: ELP, Yes, Genesis, anche per storie personali, avendo conosciuto Keith Emerson quando ero bambino,  cosa che mi ha portato a suonare le tastiere, o come Chris Squire, perché le sue figlie venivano nella scuola dei miei genitori. Avevo sette anni ed era l’epoca in cui stavano registrando a Montreux in Svizzera, dove io abitavo. Mio fratello, che è più grande di me di dieci anni, ha avuto molta più fortuna perché lui aveva già tutti i loro dischi e se li faceva autografare da loro. Andò addirittura in studio con loro ad assistere ad alcune registrazioni e credo che abbia assistito ad una delle session di ‘Awaken’. Quindi, insomma, anche gli Yes mi hanno sempre interessato molto. 

E del metal segui qualcosa?

                    Ho sentito negli anni delle cose un po’ sparse: Iron Maiden, Megadeth, Metallica fino a cose più recenti. Anche il Nu Metal di alcuni anni fa non mi dispiace, così come il Prog Metal: ultimamente mi sono piaciuti gli Haken e li ho seguiti parecchio. Li trovo un gruppo con un grandissimo equilibrio, non sono appiattiti sui virtuosismi alla Dream Theater, che pure ho seguito e visto nei concerti,  stufandomi dopo un po', però. Gli Haken sono musicisti molto talentuosi e ognuno riesce a fare emergere la sua personalità. Diego Tejeida è anche un grande produttore, molto bravo nella cura dei suoni. Mi piacciono anche i Frost e sono attento più che altro alla scena Prog-Metal degli ultimi anni, quindi anche a gruppi come i Leprous.                     

Per altri accostamenti mi sono venuti in mente la New wave anni ottanta che hai già nominato come ispirazione, ed i Subsonica. Quanto è rock questo tuo disco? E quanto è sperimentale?

                    C’è una sperimentazione molto importante, una sperimentazione che mi permetto di sottolineare: nel disco non suona una sola chitarra vera. Tutte le chitarre che tu senti sono delle chitarre che ho creato in maniera virtuale, creandomi un impasto sonoro particolare che parte da un suono semplice, che viene lavorato attraverso diversi effetti ed è un mix tra una chitarra distorta e un synth un po’ acido. Questo impasto sonoro dà l’idea delle powerchord, dà l’idea della chitarra distorta, dei muri di suono di cui avevo bisogno e che volevo e anche la scrittura è partita da lì. Ho scritto i brani e le parti pensando di suonarle in questo modo, tant’è che sostanzialmente non ci sono parti di tastiere, al di là di alcuni accompagnamenti di archi e poco altro, perché in questo disco il mio modo espressivo voleva essere quello. Se vogliamo, la sperimentazione è stata questa e per un tastierista come me, mettersi a fare un disco dove praticamente non si sentono le tastiere e ci sono solo chitarre, ma non ci sono nemmeno le chitarre, beh... insomma, è una cosa un po’ particolare. E’ stato un po’ un gioco di prestigio. 

E’ un rock che evita di diventare ruvido, talvolta è anche tranquillizzante. Ma i due pezzi finali ‘NEL VENTRE DEL BUIO’ e ‘Le PORTE’ sono i due episodi più tesi e secondo me anche più espressivi. Cosa li ha portati alla luce?

                    Già nel titolo ‘Nel Ventre del Buio’ si presenta come un viaggio attraverso i misteri della notte. Quindi essere nel ventre del buio vuol dire essere al centro di qualcosa di cui non riconosci i contorni. E' lo smarrimento totale, il disorientamento. Poi nel testo, nell’evolversi della canzone, le cose ritornano a posto, si ritrova la familiarità, si ritrova l’equilibrio delle cose, non il lieto fine, ma nemmeno una disperazione fine a se stessa. E’ uno dei due singoli ed è andato anche bene nei circuiti che non c’entrano niente con il Prog. Invece il brano conclusivo ‘Le Porte’, forse il brano più Prog del disco, quando l’ho finito e cantato mi ha fatto venire in mente che, se io fossi un ascoltatore, penserei a qualcosa che ricorda Roger Waters. Qualcuno in un'altra intervista mi ha chiesto con chi avrei voluto collaborare e io ho detto che un sogno molto difficile da realizzare, ma interessante, sarebbe stato lavorare con Steven Wilson, anche se dopo aver sentito le sue ultime produzioni, forse quello di oggi no: direi lo Steven Wilson di sette/otto anni fa. E l'altro sogno, sicuramente impossibile, sarebbe di far cantare ‘Le Porte’ a Roger Waters. Secondo me, se questo brano fosse cantato in inglese da lui sembrerebbe un pezzo suo. E’ stata una casualità, ma mentre lo cantavo mi era venuto in mente il dubbio se farlo come unico brano in inglese del disco, o addirittura, farne due versioni. Poi ho pensato di no, per essere coerente col discorso fatto fin lì e, quindi, chiudere in italiano. Il fluire della musica mi portava verso certi territori del periodo floydiano in quel pezzo. 

Da quale di questi pezzi ti senti più rappresentato? Qualcuno di essi ti prende più emotivamente?

                    ‘Le Porte’, che chiude questo viaggio. E’ un po’ il sunto delle cose dette fino a quel punto e lo trovo abbastanza lirico, intenso; mi dà molte emozioni ascoltarlo e me ne darà quando lo potrò cantare. Sicuramente è un brano a cui sono molto affezionato. Così come sono affezionato a ‘Il Perimetro dell’Anima’ e al suo ritornello. Ricorda anche un certo cinema, alcune visioni, alcune scene, per esempio, di angeli che cadono. Si potrebbe pensare a Wenders, a Fellini; il mondo è quello, un po’ onirico. 

 

Sembra che il tema dell’album sia un bisogno di fermarsi a riflettere su chi siamo davvero nelle cose della vita, ma in fondo non emerge cosa tu sia nel tuo profondo e a cosa credi tu.

 

                    Questo era in un certo senso voluto, nel senso che sono dei sogni ad occhi aperti. Questo elemento onirico, che c’è un po’ in tutto il disco, visionario, esistenzialista, voleva essere una chiave interpretativa per tante persone. Non volevo essere autobiografico e descrivere momenti della mia vita o come vedo io certe cose, quanto lasciare delle porte aperte e in effetti il disco si conclude con ‘Le Porte’... In quel testo si parla di una vita in cui le porte non esistono più, quindi si può entrare e uscire liberamente, perché viene meno il concetto di quello che le porte devono racchiudere. Il mio scopo era appunto questo, cioè creare degli scenari, dei percorsi, dei piccoli viaggi. C’è spesso l’elemento della notte, di come essa viene vissuta, di cosa può portare a livello inconscio e della sua natura indecifrabile. C’è anche l’elemento del viaggio e dello spostamento, dove il treno ricorre spesso. In ‘Sette Giorni’ c'è una settimana vissuta perdendo sé stessi, per poi alla fine ritrovarsi, compiendo un cerchio che può essere il cerchio di un'esperienza, in cui ci si può ritrovare quando si ritorna nel punto da cui si è partiti; un momento in cui si vuole assolutamente cambiare tutto, fare cose nuove, fare cose diverse, poi alla fine ci si rende conto che tutto ciò che si stava cercando c'era già e si ritorna al punto di partenza, appunto. Oppure ‘La fine là’, che è un brano un po' 'militante', nel senso che è contro la distruzione ineluttabile del nostro pianeta. ‘La fine là' vuol dire che è già là, che la possiamo già vedere. Non è che se non cambiano i nostri comportamenti “potrebbe” succedere. No, vediamo già il muro lì in fondo e ci stiamo andando a schiantare. E il muro da diversi anni è già visibile ed è sempre più grande, è sempre più vicino. E’ una cosa volutamente forte questa, forse è la prima volta che ho fatto una cosa 'militante', appunto, perché sono stato sempre poco interessato al messaggio politico, al cosiddetto impegno; ho sempre avuto della musica e dell’arte l'idea che esse devono essere libere dalle ideologie e libere di esprimersi senza dover essere troppo vincolate a degli schemi precostituiti. Però questa era una cosa talmente... insomma, che non si poteva non dire. Siamo tutti qui e ci stiamo giocando tutto in maniera più veloce di quanto pensiamo. Poi nell'album c’è molta poesia, sicuramente, ci sono delle metafore: ‘Fiore d’Acqua’ parla dell’amore, del ritrovarsi da soli in un deserto, ma in realtà con tutto quello che serve alla fine, con i propri sentimenti, i propri ricordi, con i propri pensieri. E ‘Tempo relativo’ che è, invece, un gioco sulla relatività, anche nelle parole che sono costruite con queste frasi che riprendono la parola precedente e si uniscono ad un’altra frase: un passo indietro, due passi avanti, tutta sulla relatività del tempo, tempo che in realtà non esiste ma che ci condiziona completamente. Un tempo che ha significato solo nel posto in cui ci troviamo e al momento in cui stiamo vivendo, altrimenti non ha nessun significato.. 

Hai parlato di poesia per i testi, ma cosa pensi della frase della Merini, secondo la quale i testi di canzone non sono poesia, la poesia è altra cosa?

                    Penso che avesse perfettamente ragione. L’unione di musica e parole può diventare qualcos’altro. Il cinema non è teatro, il cinema è un’altra forma d’arte, ma c’è anche del teatro nel cinema, perché ci sono degli attori, c’è una fisicità, interpretazione, scenografia, ambientazione, quindi ha molte cose del teatro, ma non è teatro. Allo stesso modo, però, una canzone può avere dei testi di grandissima intensità, addirittura poetici, però non è poesia perché non è nata per essere solo parola. Unire musica e parole è un artificio. Anni fa, nella mia discografia autoprodotta, avevo fatto delle trilogie e una era dedicata ai versi di Edoardo Sanguineti, che poi incontrai e col quale parlai di alcune cose. Avevo musicato delle sue poesie in tre album diversi, partendo dal suono della sua parola, dalla sua voce che leggeva le poesie. Avevo costruito dei mondi sonori che non erano di accompagnamento ai versi e non erano poesia perché essa era nata prima, ma non erano nemmeno canzoni. L’ho fatto anche con altri poeti. Una sorta di 'colonna sonora' di un film immaginario, fatto di parole e di musica. 

Vedo che ho fatto la domanda sulla Merini alla persona giusta.

                    Beh, ho sperimentato parecchio in questo senso negli anni. Anche per gli studi che ho fatto all’università, mi è sempre interessato questo aspetto. La poesia usa i suoi paradigmi, i suoi elementi, usa la sua estetica. La mescolanza e l’ibridazione vanno bene, ma le forme d’arte mantengono la loro identità e la loro purezza. Questo non toglie che ci siano delle canzoni in cui è magnifica la musica e sono magnifici i testi. Di una canzone ti viene da dire bellissima musica, bellissima poesia. Oggi mi è capitato di riascoltare una canzone che adoro di Jacques Brel (Ndr cantautore belga) che è "Ne me quitte pas". Una delle più famose ed io che sono madrelingua francese ho apprezzato per l'ennesima volta l’intensità della descrizione dei monenti, la capacità di raccontare un sentimento universale, scritto probabilmente sessant’anni fa (ndr pubblicata nel 1959) e che è ancora attuale. La canzone racconta una storia d’amore che sta finendo e il disperato tentativo di non farla finire da parte di uno dei due amanti, disposto per questo a fare tutto, a diventare luce, cibo, acqua, ombra dell’altro. Quando un testo riesce ad essere atemporale, ad essere ancora oggi fresco e convincente e quando la musica è così ben scritta, non solo di accompagnamento al bel testo, ma con una sua autonomia e bellezza, allora ci si trova davanti a quei casi rari in cui ci si avvicina molto alla poesia. Lo stesso discorso vale per le colonne sonore rispetto alle immagini. 

Steve Wilson ha detto che il virtuosismo e lo shredding sono vili. Tu che sei anche un virtuoso delle tastiere cosa pensi di questa affermazione e della sua idea di Van Halen, da poco deceduto?

                    Su di lui ho pareri contrastanti, nel senso che la sua esperienza fino al penultimo disco è stata per me molto convincente, anche se ad ogni disco pubblicato, a mio avviso, ha perso qualcosa a livello di spontaneità ed autenticità. Adesso lui si è lanciato in una operazione di business, di marketing commerciale in cui lo scopo dichiarato è molto chiaro: si è stancato di fare i teatri da 2.000 posti e vuole riempire i palazzetti, lo ha dichiarato. Vuole essere una popstar. Il problema è che non sarà mai una popstar. Ha talmente tanto talento musicale che non può essere una pop star. E comunque non è Lady Gaga, che è musicista di talento, ma anche una donna e un personaggio mediatico. Wilson non è nemmeno Elton John, che si metteva le parrucche. Credo che Wilson stia rincorrendo la visibilità. Ho visto questa campagna su Instagram, dove si vede lui a Londra che indica col dito i pannelli pubblicitari che pubblicizzano il suo ultimo album e l’ho trovato un po' provinciale. La sua affermazione sul virtuosismo, poi, è assolutamente gratuita e fuori luogo. Quando il virtuosismo è fine a sé stesso e ripetuto all’infinito ed ogni proposta è sempre di quel tipo lì, è più utile per le scuole di musica che altro, siamo d'accordo. Ma la sua affermazione su Eddie Van Halen credo sia stata inutile e che non abbia scalfito l’eredità che ha lasciato Van Halen; più che altro ha scalfito un po' l'immagine di Wilson, forse. Non so quanto sia stata una frase voluta o involontaria, non vorrei che facesse parte di una strategia di marketing. Il virtuosismo, però, ha sempre fatto parte della storia della musica: Mozart, Chopin, Listz, come alcune composizioni di Rimskij-Korsakov. E Chick Corea come lo giudichiamo? E Keith Jarrett? Diciamo che sono pessimi pianisti inespressivi perché facevano le scale troppo velocemente? 

Per ciò che concerne l’italiano e gli italiani, non credi che seguire il significato delle parole distolga dal senso musicale della composizione? Cioè che una canzone piaccia di più quando si capisce il testo, spingendo quindi i compositori a superficializzarsi nel songwriting?

                     Quando scrivi devi cercare di essere equilibrato. Non devi dare troppo spazio alla parola, al cantato, a meno che non sia la tua intenzione. Se vuoi che gli elementi abbiano ognuno pari dignità e pari attenzione da parte dell’ascoltatore, devi dosare molto bene le qualità degli ingredienti, in un equilibrio nel quale nessun elemento prevale sull’altro. L’attenzione deve essere sempre presa da entrambi gli ingredienti. Lucio Dalla è un esempio di autore che scriveva super musiche con super testi, anche se i testi per buona parte della sua carriera non li ha scritti lui, ma Roversi. Comunque gli spazi erano calibrati, lo stesso per Battisti. In Italia, però, veniamo da una tradizione un po’ diversa, perché veniamo dalla tradizione dei cantautori degli anni sessanta e settanta, in cui il testo era tutto. Per non parlare di quelli più impegnati, in cui la musica era una cornice: pensa a Guccini per esempio. Quattro accordi proprio perché bisognava metterli. Un’altra cosa tipica italiana, che però ci viene dal melodramma, è sempre stata l’abitudine di mettere in risalto la voce, quindi anche la produzione e gli arrangiamenti risentono di questa abitudine, che secondo me è una cattiva abitudine. A volte in Italia la voce sovrasta e tutto il resto sta sotto. Per questa decisione fatta a monte e per un discorso anche fisico, di frequenze, perché le frequenze non le puoi far venire fuori tutte,  hai due livelli: sopra e sotto. Quindi all’ascoltatore arriva il sopra, la melodia. E’ una scelta a monte di come confezionare e proporre la musica. Nei musicisti più moderni c’è un modo di lavorare più anglosassone, fortunatamente, cioè non trovi questi missaggi con la voce davanti e la musica dietro e, anzi, a volte in un missaggio rock fatto bene la voce a volte la devi intravedere appena. 

E’ questa secondo te la causa dell’appiattimento della musica leggera contemporanea?

                    La causa è data da un sistema talmente inquinato e talmente perfido per cui gli addetti ai lavori, i produttori, discografici, i compositori, gli interpreti fanno tutto quello che gli viene detto di fare. Se accetti certe regole, farai la musica in un certo modo e sarà quel modo lì. Tutte le frequenze in un certo modo, mixato tutto altissimo, il ritornello che deve arrivare dopo sette/dieci secondi altrimenti l’ascoltatore lo perdi. Insomma, tutta una serie di tecniche studiate a tavolino. A volte, nei provini che fanno le multinazionali, è già scritto quello che devi fare. Se ti proponi come autore ti chiedono di fare le cose con certe caratteristiche già definite e pianificate. La tonalità deve essere quella, il ritornello deve arrivare dopo tot secondi, lo strumento che accompagna deve essere questo. Hanno già delle ricette con le caratteristiche giuste affinché il pezzo possa essere venduto. Come quando confezioni il packaging del biscotto o del latte, che deve stare sullo scaffale del supermercato. Tutta la filiera che vive di questo si adatta, però i limiti vengono da lontano, da quello che propone, o meglio non propone, la televisione. Con quello che costa Sanremo tra organizzazione, produzione,  realizzazione, cachet degli ospiti (parliamo di circa 18 mln di euro) si potrebbero organizzare 100 festival da 180 mila euro l'uno in tutta Italia, in ogni Regione, tutto l'anno. E non sto parlando di sagre di paese con le band del posto, ma di grossi festival, quindi tu immagina che benefici potrebbe avere tutta la musica italiana. Questo per dirti dove vanno le risorse, dove va il mercato. Con le etichette che ovviamente si spartiscono insieme alla Rai e ai Network tutta la torta della visibilità, ecc. Le grandi radio non trasmettono cose che non siano già decise e pagate prima, è proprio impossibile. Solo le radio più indipendenti o le web radio trasmettono altra musica. La stessa Virgin Radio, che dovrebbe essere quella più rockeggiante, non ti trasmetterà mai qualcosa di Alternative rock o di Indie-rock, di Prog che non sia proposto da una etichetta che ha con la Virgin certi contratti. E’ un circolo vizioso purtroppo. 

Nonostante tutto, fuori da questo giro, è pieno di bellissimi dischi. Non siamo in crisi di compositori.

                    La crisi sta nella qualità sempre più bassa che ottiene spazio sempre più grande. Cioè gli spazi che di visibilità che contano sono occupati dalla qualità sempre più scadente. Ma la qualità fuori riesce ad essere buona perché comunque i musicisti bravi ci sono. Pensa solo agli orchestrali di Sanremo, che sono musicisti preparatissimi, pagati ottanta euro al giorno, spesso lordi e si devono pagare anche i pranzi. Gli orchestrali di Sanremo sono riusciti a far diventare dei pezzi schifosi dei pezzi dignitosi. Se, invece, questa gente potesse fare della bella musica……. Magari non avresti il pubblico, però, perché se il pubblico non è stato educato al bello, all’ascolto, il pubblico non c’è. I giovani ormai non sanno neanche cosa sia il rock, molto di loro non l'hanno conosciuto e sono cresciuti con altro. 

Hai dei riscontri all’estero per i tuoi dischi e quale pensi abbia questo?

                    Parliamo della nicchia e del circuito molto ristretto nel quale mi muovo, sia chiaro. Non stiamo parlando di musica mainstream e commerciale. Fatte le dovute proporzioni, però, devo dire che all’estero c’è stato sempre molto interesse per la musica italiana e in particolare per la musica cantata in italiano. Noi cerchiamo sempre di fare gli esterofili, ma loro apprezzano le cose autentiche italiane. E questo l’ho visto anche nel prog, quando mi è capitato di suonare in tanti festival all’estero: c’era sempre molto interesse. Devo dire che ho avuto più attenzioni all’estero che in Italia, sia come recensioni, sia come concerti, sia come esperienze di un certo tipo, professionali e importanti. Sono quasi tutte state all’estero. In Italia è molto più difficile far le cose in un certo modo. Se scorro i posti dove sono stato o le recensioni che sono uscite dei miei album anche precedenti, non c’è dubbio che la percentuale sia 70% estero. Su questo disco ho fatto un lavoro all’estero: sono uscite, stanno uscendo e usciranno delle recensioni, sono già apparse in Olanda, Francia, Giappone, Germania, Belgio, Polonia, U.S.A.. Attraverso i negozi digitali e non solo, anche attraverso un distributore italiano veneto con cui mi trovo molto bene, il disco è in vendita un po’ in tutto il mondo: in America, in Giappone, in Sudamerica e un po’ in tutta l’Europa. Pur essendo un prodotto cantato in italiano, direi che un certo riscontro c’è. Questa volta ho deciso di produrlo e pubblicarlo io e, quindi, di curare tutti gli aspetti, anche quelli della distribuzione, della stampa e della promozione. Ho voluto avere il controllo di tutte queste cose e tocca ammettere che non ci sono state delle grandi differenze rispetto a quando lo facevano gli altri, purtroppo. Vuol dire che, forse, non hanno lavorato poi tanto bene, nel senso che le etichette adesso hanno un ruolo molto diverso rispetto a prima. L’etichetta da sola serve a poco, serve a stamparti il disco. In realtà ci vuole l’ufficio stampa, ci vuole il social media strategist, il video-maker, gli influencer per andare su Spotify, tante cose! Questi sono quelli che contano al giorno d’oggi. L’etichetta in passato curava queste cose. Io, non perché sia un fenomeno, mi sono sempre arrangiato molto da solo. I concerti me li sono organizzati io, anche all’estero. E' difficile lavorare in questo ambiente, sei un po’ solo a fare le cose. Questa musica, che non è mainstream, non interessa a nessuno di quelli che muovono grandi numeri, quindi devi portarti avanti tu, su piccoli numeri, cercando di toglierti delle soddisfazioni, cercando di conquistarti delle piccole fette di persone che magari ti seguono.

Continuerai sulla strada tracciata da questo disco?

                    Al momento sono preso dai due cantieri aperti citati. Quindi credo che per tutto il 2021 non penserò tanto alle mie cose nuove come solista, anche perché voglio lasciar sedimentare e magari aspettare che arrivino nuovi stimoli. Penso che difficilmente abbandonerò questa strada appena intrapresa, quella di cantare in italiano intendo. La scommessa che avevo fatto con me stesso era di riuscire a fare un disco rock che non fosse troppo italiano o cantautorale e l’alchimia e il risultato ottenuto mi piacciono, quindi credo che continuerò in questa direzione. Poi ci potranno essere altre cose, io ho una passione antica che è quella dell’elettronica, ho fatto tanti album di elettronica, strumentali, quindi magari prima o poi la riprenderò in mano, anche di elettronica pura. Così come fare un disco solo al pianoforte. Ho scritto delle cose che non ho mai pubblicato, ma ci sarà uno spazio anche per quello. E, infine, un genere che mi affascina e mi stuzzica è il Post-rock, pensando a gruppi come i Mogwai, June of 44 e UI. Fare qualcosa che vada un po’ in quella direzione, sperimentando moltissimo sui suoni, concettualmente alla Brian Eno, creando dei mondi che siano all’interno dell’universo rock, ma molto molto sperimentali, molto dilatati e rarefatti. E’ una cosa che mi sta già frullando in testa da un po’ di tempo. 

In tutto questo enorme contenitore dove hai mille interessi musicali, riesci a vivere di musica?

                    Assolutamente no. Infatti l’altra attività che mi permette di vivere è quella di direttore artistico di un teatro e di diverse rassegne musicali. Faccio cultura dall’altra parte del 'bancone'. Organizzo cose per altri artisti, rassegne teatrali, manifestazioni rock, concerti, mostre. Mi occupo anche di musei, di biblioteche. Un ambito collegato. Sono soltanto con una giacca diversa. 

L’intervista è risultata lunga ma anche pregnante. E’ stata una chiacchierata interessante. Dagli anfratti della musica italiana talvolta emergono delle piccole luci ispirate anche quando il rock diventa rarefatto e descrittivo, anche quando le note prendono forme leggere. Nel cinquantenne Carpani si è formata una spinta emotiva che le parole di questa intervista non possono descrivere esaustivamente, ma continuerà il disco a parlare per lui.

 Intervista a cura di Sky RobertAce Latini 

Discografia: 

Waterline (2007) CypherArts Records (USA)
The Sanctuary (2010) MaRaCash Records (Italia)
4 Destinies (2014) Festival Records (UK)
So Close. So Far (2016) MaRaCash Records (Italia)

Aerostation (2018) Aereostella/Immaginifica Records (Italia)
L’Orizzonte Degli Eventi (2020) Indipendent Artist Records (Italia)

 

Line-up 'L'Orizzonte degli Eventi'

Alex Carpani – vocals / synth / virtual guitar

Giambattista Giorgi – bass

Bruno Farinelli – drums

 

 

 

 

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