Yes

                                                                                                                                                    The Yes Album

                                                                                                                                                    Atlantic Records

                                                                                                                                                    www.yesworld.com

 

 

Nel 1971 escono dischi meravigliosi tra cui ‘Nursery Cryme’ dei Genesis; ‘Aqualung’ dei Jethro Tull; il quarto dei Led Zeppelin, e citare solo loro è davvero riduttivo. Si tratta di vere e proprie opere d’arte che segneranno non solo un periodo, ma intaccheranno l’estetica stessa della musica, cambiando il modo un po’ infantile degli anni sessanta di fare rock. La faccenda era già cominciata circa due anni prima, però poco dopo, appunto nel ’71,  si era già quasi in cima. In questo clima il Progressive Rock fu una delle correnti più importanti, a cui però nel ‘71 mancava ancora un tassello essenziale, quello degli Yes. Sì, la band aveva esordito nel ’69, ma appariva ancora acerba, per quanto ad un apprezzabile livello, e solo al terzo album tale realtà trova l’ispirazione totalizzante. Lo stacco dai primi due lavori è netto per complessità e profondità, sia artistica che tecnica. E’ qualcosa di completamente diverso e inaspettato, un colpo di genio ispiratissimo, quasi prendendo forma dal nulla, ed è un modo di fare progressive che non esisteva: è nato lo Yes-style, riconoscibile ed unico, che diverrà il metro di paragone per gli appassionati del genere. E’ per questo che ‘The Yes Album’ è importante nella storia del rock, perché fa fare un ulteriore passo in avanti alla musica, e in modo netto. Ciò rende il disco una pietra miliare, testimonianza di una coniugazione perfetta di virtuosismo e sostanza.

Nella formazione c’è un cambiamento, è andato via il chitarrista Banks, ed è entrato, anche nella scrittura, il mitico Steve Howe, e nelle song la novità si sente nettamente. Che però la mutazione sia anche nelle volontà degli altri quattro membri fondatori, e una volontà consapevole, lo si comprende dal messaggio che il titolo dà; titolo che la band ha scelto come a voler spiegare le intenzioni. Dire ‘The Yes Album’ al terzo disco sembra voler affermare infatti che i “veri” Yes cominciano solo ora. Non sapevano se avrebbero fatto successo, i primi due dischi in effetti non avevano ancora fatto sfondare la band, ma questo terzo portò davvero le vendite sperate e così il viaggio sarebbe potuto continuare sulla stessa strada. Non sappiamo se l’insuccesso li avrebbe frenati, ma siamo stati fortunati perché questo album fu il primo di una serie di tre capolavori (gli altri due furono ‘Fragile’ dello stesso anno e ‘Close to the Edge’ nel 1972), i quali insieme fanno gruppo a sé e che portò ad uno dei più bei live della storia del rock: il triplo vinile ‘Yessongs’ datato 1973 che li contiene tutti quasi interamente. Delle sei tracce di ‘The Yes Album’, ben quattro finiranno nel live (‘Yours is No Disgrace’; ‘Starship Trooper’; ‘I’ve seen alla good People’ e ‘Perpetual Change’). Già in passato s’erano sentite influenze folk e jazz, ma qui giungono ad una maturità ben diversamente strutturata, evolvendo in una musicalità strumentale molto più raffinata, ma anche più spinta nei toni e negli accenti. E’ un rock tonico, non certo diluito dalle parti ariose del comporre, e se le influenze jazz del batterista Bruford sono chiare, non di meno anche la chitarra e il pianoforte ne fanno uso.

Il cantante Anderson è il più folkeggiante tra i membri, e lo si capisce dalle parti composte da lui, ma le integrazioni tra le sezioni, qualunque sia l’impulso sonoro, sono così ben costruite che nulla appare contrastante. La costruzione si basa su un elemento fondamentale che poteva essere presente solo in super-virtuosi dello strumento: i quattro musicisti non fanno quasi mai mero accompagnamento, suonano spesso come se fossero parti soliste contemporanee, e ciò diversifica anche l’idea del componimento, proponendo un modus operandi che in Pink Floyd e in Genesis, per citare gli altri due immensi contemporanei, è assente. Le parti soliste non sono una aggiunta al brano, sono l’essenza stessa della struttura; parti elaborate che navigano in parallelo e che poi si fondono ogni volta confluendo verso un passaggio. In questa visione ipertecnica nascono però anche le magie emozionali, i brividi emotivi. La conoscenza profonda dello strumento può aprire più ampie vie espressive, e per gli Yes è in questa dimensione che nasce l’attitudine creativa. Il virtuosismo del nuovo chitarrista Howe viene poi riaffermato con lo strumentale tutto acustico ‘Clap’ che sarà un classico del modo di fare del musicista con altri futuri brani; qui è inserito come momento live registrato al “LyceumTheatre” di Londra. Howe, nel suo tecnicismo sa fare tutto da solo, suonando al medesimo tempo melodia e ritmica, al modo dei chitarristi spagnoleggianti come Segovia o Paco De Lucia. Qui lo fa dentro un country-western-folk frizzante. Ma ancor più sorprendente è il modo di suonare il basso di Squire, che tiene insieme la struttura in modo eclettico, mai statico, sempre effettuando percorsi melodici variegati.

L’unico pezzo che abbassa il livello dell’album e rimane agganciato all’esordio è ‘A Venture’, scritto dal solo cantante, che si fa quale momento più leggero dell’insieme; ma comunque vi si sente un pianoforte niente affatto arrendevole, che va verso un jazzato pacato eppure intrigante. Proprio Anderson sceglie di scrivere le sonorità meno irruente del disco, ma nel contempo affina il suo cantato, che rispetto a prima prende anche un passo meglio modulato. E vengono enfatizzati anche i cori nella splendida ‘I’ve Seen all Good people’ metà folk americaneggiante e metà rock. Ma di questa song va sottolineata la seconda parte ‘All good people’ scritta da Howe (il pezzo presenta due sottotitoli) perché vi troviamo un altro elemento interessante: un esempio eclatante del senso di modernizzazione che gli Yes rendono spesso nell’elaborazione della loro musica. ‘All good people’ possiede una ritmica Rock’n’Roll, ma la classica dinamica è stravolta fissando un altro parametro stilistico del genere musicale affrontato.

Nel disco percepiamo molto spirito rock tonico, un afflato notevolmente pimpante, anche quando si alternano parti morbide, perché tali morbidezze hanno un carattere dinamico. L’essenza rock in ogni caso sa aprirsi ad atmosfere ariose e descrittive che si giovano pure di certe evoluzioni epiche come in ‘Starship Trooper’ o di un parziale barocchismo in ‘Perpetual Change’ con tastiere maestose o con una chitarra che passa dall’elettricità all’acustica con naturalezza. ‘Perpetual…’ contiene anche il momento dove una parte sfuma in un’altra con due motivi sonori del tutto diversi che però rendono l’idea di quanto fossero ambiziosi artisticamente i cinque musicisti; certo è innegabile che la loro ambizione fosse supportata dalle abilità tecniche e dal ricco bagaglio culturale artistico. Anche il minutaggio delle singole tracce si allunga; ben due superano i nove minuti. Fu un azzardo premiato, ma fu un azzardo perchè non si aveva idea di quale sbocco commerciale potesse avere; fu quindi solo amore per l’arte e solo necessità espressiva se si andò verso tale scelta. La casa discografica al tempo fu infatti scettica sulla tipologia compositiva, avvertendo che sarebbe stata l’ultima chance prima di essere abbandonati dall’etichetta. I quattro brani più importanti compariranno spesso nelle esecuzioni dal vivo anche dopo Yessongs (più di tutti lo saranno ‘I’ve seen…’ e ‘Starship…’) in quanto hanno una intensa proprietà comunicativa.  Sono comunque episodi che hanno segnato un confine tra il prima ed il dopo della storia Prog.

Gli Yes vanno considerati come un’isola felice del Progressive, sono i meno copiati, perché sono anche i più difficili da riprodurre. Ai giorni nostri abbiamo sicuramente altrettanto abili musicisti, gli americani Dream Theater per esempio, detti talvolta gli “Yes del Metal”, ma a differenza degli Yes, molto dei loro suoni sono derivativi. Non così per la band inglese che va considerata come una band al tempo fortemente sperimentale, avendo coniato con questo primo episodio una forma rock fino a quel momento inesistente. Poi verrà la trilogia a confermare questa innovazione e questo spirito alchemico del sound. L’unica cosa ancora non rinnovata è la concezione della copertina che cambierà solo col successivo ‘Fragile’ dove finalmente comparirà la caratterizzazione impressa dal grafico Roger Dean, coi suoi paesaggi metafisici in linea coi suoni, fondamentale per l’iconicità estetica del gruppo. Ad oggi, ogni appassionato di progressive vede negli Yes un simbolo non secondario di un genere che pur essendo molto vario, non ha esempi simili a loro da esibire nella propria discografia. In effetti nulla è ancora riuscito a superare il genio degli Yes. Si festeggiano gli anniversari di tanti lavori discografici di spessore, ma il cinquantennale di ‘The Yes Album’, opera uscita il 19 febbraio 1971, è da considerare un timbro che certifica l’assoluta qualità di un passaggio significativamente unico per la storia della musica, un disco che ha contribuito a portare il rock in cima alle stesse vette della musica classica.  

Sky Robertace Latini

 

01.  Yours is no Disgrace

02.  Clap

03.  Starship Trooper
a) Life Seeker
b) Disillusion
c) Wurm

04.  I’ve seen all good People

05.  Your Move

06.  All good People

07.  A Venture

08.  Perpetual Change

 

Ian Anderson – vocals
Steve Howe – guitars
Tony Kaye – keyboards
Chris Squire – bass
Bill Bruford - drums

 

 

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