INTERVISTA a PINO SCOTTO per il suo ultimo album ‘DOG EAT DOG’

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L’anno scorso, nel 2020, è uscito l’ultimo lavoro del rocker metallico, Pino Scotto. Ma in questo periodo di pandemia  le cavalcate live non esistono, così “Tempi Duri” si diverte ad intervistare on-line l’autore di ‘Dog eat Dog’ in questo 2021, per dare il giusto spazio ad un disco che è fatto benissimo e che anzi, supera di valore anche quello del 2018 ‘Eye for an Eye’ che male non era di certo venuto. Parliamo di musica con un uomo alla soglia dei 72 anni, che però è affabile, duro e morbido contemporaneamente, capace delle solite rasoiate come di sorridere allegro ricordando aneddoti del suo passato; dando l’idea di avere ancora tanta energia e di amare davvero ciò che fa.

Secondo me questo è uno dei dischi migliori che hai mai fatto.

-          (risata). E’ pazzesco perché in tanti me l’han detto. E’ il disco più libero che ho fatto. Proprio completamente libero. E’ come si faceva negli anni settanta. Le grandi band scrivevano un pezzo come gli veniva; un pezzo country, un pezzo blues, un pezzo con la fisarmonica. Se hai visto, nel brano che ho scritto per mio figlio (Ndr: ‘One World One Life’), addirittura c’è un sax .

Infatti questi pezzi hanno dentro molte sonorità differenti. Più Heavy Metal compatto è stato ‘Eye for an Eye, più rock anni settanta questo.

-          Questo più Hard Rock, sicuramente. Qua si sentono gli echi addirittura della fine proprio degli anni sessanta, inizi settanta. Per esempio ‘Dust to Dust’ è un brano prog, lì ho voluto fare un omaggio al grande Prog di quegli anni che ho adorato. E fortunatamente quelle band le ho viste tutte perché venivano tutte: Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, Genesis, King Crimson. Ma è un omaggio anche al grande Prog italiano ai quali in quegli anni è successa la stessa storia che è successa ai Vanadium negli anni ottanta. Noi Vanadium e tante altre band, perché ce n’erano tantissime di ottime band in Italia, come negli anni settanta per il Prog, si è sperato che anche l’Italia si potesse amalgamare al resto del mondo. Invece purtroppo il problema è culturale, non ce n’è, non glie la fai proprio. Comunque consoliamoci della serie: pochi ma buoni.

Bè, tu hai tenuto duro in tutti questi anni. Si sente bene la tua passione in ‘Dog eat Dog’.

-          Ci tengo a questa cosa. Quando me lo chiedono, io dico che ancora oggi sono un operaio. Sai che io mi sono fatto trentacinque anni di fabbrica senza mai mollarla. Quello mi ha permesso di essere libero, di fare quel cazzo che voglio con la musica. E quella è la mia passione, ancora oggi, nonostante il ventunesimo album questo, tra cui tre raccolte dove c’erano anche degli inediti e i brani erano tutti riarrangiati, io dico ancora che sono un operaio che si diverte, e che la sua più grande passione è la musica, e fare musica.

Nonostante una forma meno pesante, qui comunque troviamo almeno due pezzi molto Heavy Metal: ‘Talking Trash’ e ‘Ghost of Death’. Due tracce più anni ottanta.

-          Sicuramente. In ‘Talking Trash’ ho voluto parlare dei cosiddetti “cojoni da tastiera”, quelli che devono offendere gli altri per giustificare a se stessi la loro vita di merda; che poi scrivono anche con profili in cui non hanno nemmeno le palle di metterci la faccia. E in ‘Ghost of Death’ invece ho voluto parlare dei pensieri negativi sulle cose della vita che ti fanno star male, quelle che non riesci a superare. Ho voluto parlare di quelle robe lì, e poi è arrivato il peggio da quando l’ho scritto (NdR: vedi pandemia).

In questi due brani c’è un suono un po’ più duro. Particolarmente in ‘Ghost of Death’ dove si sentono anche un po’ di Motorhead.

-          Un po’ di Motorhead e un po’ di Thrash, diciamo. Tu sai che con Lemmy ero molto amico, proprio. Il primo tour insieme a loro l’ho fatto nell’85 coi Vanadium; poi da solo come Pino Scotto ne ho fatti due coi Motorhead. Nell’ultimo a Milano all’Ippodromo, l’ho visto scendere dal tour-bus  col bastone e con la bombola dell’ossigeno, e lì mi si è ghiacciato il sangue, lì ho visto la morte.

La notte che è morto, io l’ho saputo prima, me lo son sognato dopo aver ricevuto la telefonata dal suo manager, me lo son sognato che si trasformava in un’aquila e volava via. Libero dai suoi mostri. Se tu vai a vedere sul mio “Youtube Pino Scotto Official”, c’è un video che si chiama ‘L’Urlo dell’Aquila’ (‘The Eagle Scream’) dove ho fatto un video con un pezzo scritto proprio per lui. Un video come piaceva a noi, coi biker, quel mondo che ci piaceva.

A Londra avevamo registrato ‘Born to Fight’, con Lou Austin, produttore che aveva lavorato coi Deep Purple, e con Martin Birch. E uno studio con la piscina, coi cavalli, solo che era in marzo ed era tutto ghiacciato, e il guardiano era suo fratello, il fratello di Lemmy. Io, finito il mix, di notte dopo le due, le tre, andavo da lui perché non c’era nient’altro. Ci facevamo qualche cannetta, un po’ di Blues, e parlavamo. Tornato in Italia mi dicono che dovevamo fare il tour con i Motorhead e Twisted Sister.

Lui mi chiamava “Fottuto napoletano”, La prima volta che noi Vanadium eravamo tornati da Londra,

nella prima data al palasport di Bologna, mi presento con due bottiglie di Jack e col companatico, quello che piaceva a noi. Ma lui il Jack lo beveva con ghiaccio e coca-cola, io invece m’attaccavo alla bottiglia, e mi diceva “Come cazzo fai!” (ride). Comunque io è cinque anni che ho smesso di bere, ho smesso tutto proprio. Grazie anche a Lemmy. Effettivamente grazie a lui, dopo quarant’anni, io, da un giorno all’altro……………….

Lì siamo diventati subito amici. Ma la cosa bella che mi è piaciuta di lui, è che con lui non esiste il discorso neanche Hard Rock, io e lui parlavamo di Blues, parlavamo di Sonny Boy, Elmore James, B.B. King; parlavamo del grande Blues. Ma perché arrivavamo tutti e due da quella musica. Quella che s’è persa. E’ quello che il Rock ha perso dagli inizi degli anni novanta. E’ cominciata ad arrivare l’alienazione proprio. La musica è sempre lo specchio dei tempi, e la nuove generazioni sono tutte piene di mostri. Non hanno più riferimenti, non hanno più anima, non hanno più eroi.

Tu sei coetaneo di Lemmy.

-          Lui era un pelino più grande di me. Io 72 li faccio fra poco, lui è morto cinque anni fa (N.d.R. Lemmy è deceduto a 70 anni nel 2015, ne avrebbe oggi 75).

Tornando al disco. Noto che anche la tua voce qui sembra migliore che nel disco precedente. Più frizzante.

-          Son come il vino, no? Con gli anni la voce migliora. Sono stato più libero, mi son divertito un casino. Ho cercato di fare un piccolo vocabolario del Rock. Ho scritto undici brani di come piacerebbe sentire a me un disco. Effettivamente dopo ventun album è la prima volta che ascolto in macchina il mio stesso album. Perché di solito dopo averlo scritto, dopo averlo registrato, c’hai già due palle così (NdR: fa il famoso segno delle mani).  Invece ti giuro, da quando è uscito, che è quasi un anno, continuo ad ascoltarlo anche se non tutti i giorni. Ogni tanto mi viene voglia di metterlo su. Con gli altri non l’ho mai fatto, a meno che qualcuno non saliva in macchina con me, e mi chiedeva di sentirlo. Sicuramente mi son sentito molto dentro le canzoni, perché in ogni brano è come se ci fosse un mondo, il Blues, poi il Rock’n’Roll, il Metal, il Thrash, il Prog.

 

 

In effetti hai molto caratterizzato le canzoni rispetto all’album precedente che risulta più compatto. Ad alcuni non piace il timbro della tua voce, ma secondo me è adatta alla musica che fai. Talvolta assomigli a Joe Cocker.

-          Ma loro sono abituati a sentire quelli castrati. Quelli che devono andare fino in cielo, che poi a me non trasmettono nulla, sinceramente. Qualcuno sicuramente si, per esempio Geoff Tate dei Queensryche mi fa impazzire. Ce ne son tanti in effetti, ma tanti altri spingono la voce perché è gente che ha studiato, si sono allenati, hanno fatto la scuola. Quando loro andavano a scuola e si allenavano, io andavo a trombare. A me della voce piace molto l’espressività, non tanto la tecnica. Mi piacciono tantissimo cantanti come Paul Rodgers, Joe Cocker come dici tu. Anche Hendrix, che parlava,  non cantava mica, eppure mi faceva impazzire.

Mi hanno molto divertito ‘Don’t waste your Time’ e ‘Not Too Late’, soprattutto le linee vocali. Mi veniva da sorridere mentre ascoltavo.

-          Ah, bello dai.

In particolare l’aria di ‘Not Too Late’ possiede l’anima più Rock’n’Roll. Come è nata?

-          Steve mi ha fatto sentire il riff. Aveva messo giù tre accordi, tre proprio di numero. E ho detto: “Guarda che sto pezzo mi piace così”. Lui “Ma no, ma dai”. In poche parole la melodia m’è venuta fuori nel giro di tre minuti. Siccome dentro fortunatamente c’ho un mondo intero, io ascolto dal Jazz al Country, mi piace tantissima musica, anche un po’ di classica, ho in testa un mondo di musica, di melodie. Che poi alla fine sono melodie sentite di altri che tu amalgami, capito? E ti viene fuori la tua. Che ne so che succede nel cervello, non si sa. E come per i malati di mente che vanno dalla psicologa, che non sanno un cazzo cos’hanno nella testa.

Invece per ‘Don’t Waste Your Time’, guardando il video si capisce cosa era successo; tanti hanno pensato che l’avessi scritta per la pandemia, come se io, scatta la pandemia e scrivo il pezzo, invece è stato uno dei primi pezzi che ho scritto. ‘Non perdere tempo’ non è solo non perdere tempo, è quello che dico nella vita ai ragazzi: “ Non fatevi fottere la vita”. E invece sembra che i mulini a vento non vanno mai giù, come per Don Chisciotte, no? Non ce la faremo mai, purtroppo eravamo e siamo il paese più ignorante d’Europa. La massa, quella funzionale, se la fottono come vogliono. Son riusciti a vendere la Trap ai ragazzini, basta! E stiamo parlando delle nuove generazioni, questa è una roba molto pericolosa, anche per le stronzate che dicono questi nei loro testi.

Il ritornello di ‘Don’t Waste Your Time’ mi è rimasta in mente e la canticchio.

-          Si, è molto cantabile. Ma è quello che hanno fatto i grandi album del passato, i brani che ascoltavamo riuscivamo anche a cantarli. Ce li ricordavamo perché erano melodie che ti rimanevano dentro. Adesso ci sono delle chitarre che sembrano delle raspe che potano la terra. Non c’è più un assolo, non sanno più inventare un riff. Batterie triggerate,  “rrrr”, ch’è tutto fatto a computer. La voce non ho capito cosa fa sinceramente (ride), son passati trent’anni e non l’ho ancora capito. E’ per quello che dico ai ragazzini “torniamo al Blues”; “tutti voi che avete intenzione di mettere mano ad un microfono o ad uno strumento, fatevi un anno di Blues”.

Si può fare arte anche rimanendo nella tradizione, rimanendo nel Blues?

-          Ma forse oggi fare arte è proprio tornare indietro, visto ciò che c’è stato dagli novanta fino ad oggi. Riguardo alle band un po’ pesanti,  ho suonato con Megadeth,  ho suonato con i Testament, con i Pantera,  ma questi qui quando li mettevi a fare Blues ti spaccavano proprio il culo. E’ per quello che son diventati grandi, perché la radice della pianta c’è. Ma qui è tutto marcio, dentro non c’è niente. Questi son partiti dall’alto del palazzo, han cominciato a costruirlo dal tetto. E’ per quello che ascolti sta roba e dopo due giorni non ti ricordi neanche più cos’hai ascoltato. Le canzoni sono difficili da scrivere, saper fare un riff, un bell’assolo.

A proposito della chitarra. E’ tornato Steve Volta che qui cesella assoli espressivi e suona riff densi.

-          Si, è tornato Steve. Se devi suonare con me, o ti chiami Steve o niente, coi Vanadium “Steve” Tessarin; “Steve” Angarthal con i Fire Trails e “Steve” Volta; tutti Steve sono. Volta è comunque un chitarrista pazzesco, ma anche il batterista Federico Paulovich è un mostro grandissimo, Leo Leone al basso e Mauri Belluzzo, che è un maestro d’orchestra, suona tutti gli strumenti: viveva a Milano, s’è rotto il cazzo, ha mollato tutto ed è andato sul lago di Varese. E sta lì come un Papa, ha il suo studio. Effettivamente quando ho finito di registrare tutto sono andato trovarlo, sono stato un giorno con lui e abbiamo messo degli inserti di tastiere un po’ di qua, un po’ di là. Daniele Sepe mi ha fatto il sax in ‘One World One Life’, il pezzo che ho scritto per mio figlio. Ma più che per mio figlio, ho voluto descrivere a tutti la sensazione che provi quando ti nasce un figlio. Il miracolo della natura.

Trovo particolarmente efficace la voce femminile che ti  accompagna in ‘Before it’s Time to Go’ ampliando l’atmosfera.

-          La voce femminile sulla ballata è di Francesca Garatti, una cantante di cover band. Se n’è occupato Steve che la conosceva. Nel brano ci sta molto bene. Penso che questa sia la ballad più originale che abbia scritto. Si allontana un po’ dal mondo metal. Dentro c’è tanta tristezza. Ho fatto un mea culpa di tutti  i miei eccessi. Però il bicchiere è sempre mezzo pieno, nel ritornello dico “Ho ancora molta strada da percorrere e molte promesse da mantenere”. E’ il pezzo che preferisco di più di questo disco perché è stato come aprire dopo tanti anni la mia coscienza alla consapevolezza di quello che ho fatto negli ultimi quarant’anni. Sto parlando appunto di tutti gli eccessi, è stata come una confessione.

L’album reggeva bene anche senza cover. Ma come mai l’inserimento di una song dei Vanadium, e proprio di questo brano?

-          La cover di ‘Don’t be looking back’ l’abbiamo fatta al volo, all’ultimo momento. E la colpa non è mia. La colpa è del chitarrista.  Quando si spegne e ti danno l’ok e ti dicono “venite di qua a sentire quello che avete fatto”. Ad un certo punto, appena è stato detto così, Steve s’è messo ad arpeggiare, io mi giro e dico “Steve, ma questa è ‘Don’t be looking back’, la conosci?” Lui mi fa “Si, certo, la suonavo”; il bassita e il batterista uguale, a parte due tre note che gli ha dovuto dire Steve: l’abbiamo registrata in una botta sola. E io dopo 35 anni mi son ricordato il testo. L’ho messa volentieri nell’album. E’ stato insomma proprio per caso, i brani dovevano essere undici.

Tu stai bene “on the road”. Se si potesse ricominciare a suonare quali pezzi avresti scelto dell’album?

-          Avevamo fatto una scaletta, c’erano tutti, gli altri mi avevano convinto a fare anche ‘Don’t be looking back’ . Ma io lavoro con “Mani in Alto” di Bologna, e loro mi dicono che fino all’estate prossima non se ne parla neanche a morire. Capito? Se si ricomincia da maggio, può essere come quando hanno riaperto i club e facevano a numero controllato, con le mascherine. Ed effettivamente è una cosa che io volevo già fare mesi fa quando ci fu una piccola riapertura; mi sembrava anche una cosa divertente mettere su una ventina di pezzi fra pezzi miei e cover storiche, fatte unplugged io e Steve da soli. Due chitarre, io magari anche l’armonica, in una specie di concerto-dialogo. Con tutta la vita on the road che ho fatto, con tutte le band con cui ho suonato, parlando magari anche di qualche tema sociale, di politica, qualsiasi cosa. Avevo intenzione di fare una cosa così, e non è detto che non la faccia, perché ci siamo bloccati ma l’avevamo quasi terminata, nel senso che era pronta, si poteva partire io e lui. Se si dovesse riaprire, noi ci siamo sicuramente, perché come si dice a Napoli: io “me so veramente cacato u’ cazz”. Stare in casa, altro che attacchi di panico, c’è da dare i numeri. Speriamo che ci facciano ripartire sennò qua andiamo tutti al manicomio.

Tu hai fatto l’operaio per 35 anni, ma nel metal avviene spesso che bisogna avere un secondo lavoro. Sono altre le musiche che permettono di viverci.

-          Quelle che vendono, quelle per le masse. Guarda che negli anni, due grandi band mi avevano proposto di entrare con loro, credimi. Non faccio nomi, una è toscana ed un’altra delle parti della Brianza; dei cantanti, uno fu buttato fuori, l’altro se n’era andato. Ed io andavo in fabbrica a scaricare i camion. Con quello che mi avevano offerto io potevo smettere, ti giuro. Li ho ringraziati naturalmente, con uno ho litigato perché aveva pensato che io volessi fare scena, invece non aveva capito che  questo era il mio sogno, non so se sono bravo o no, ma questo è il “mio” sogno, non me lo deve levare nessuno.  Guai a chi offende il mio sogno. Ma io sono in buoni rapporti con tutti, sono tutti miei amici. E sai che ho fatto un progetto per i bambini del Guatemala, e li ho chiamati tutti, che ai concerto devi chiamare i nomi grossi sennò non viene gente, non raccogli soldi. Mi dicevano tutti: “Ma chi te lo fa fare, porca puttana, perché non cerchi di essere più trendy, più commerciale”. Ma, ragazzi, io faccio quello che mi piace. Se domani mi venisse voglia di scrivere un valzer o una mazurka, io lo faccio. E’ questa la libertà. E mi sono reso conto che in pochi capiscono questo concetto. Perché ho visto tanti che andavano in giro per Milano col pugno alzato, alla fine si sono venduti o’ culo e anima. Son finiti in dei programmi a fare i giudici; sembrano macchiette di loro stessi.  Alla fine ognuno fa quello che vuole della sua vita.

Però oggi, visto che ormai nessuno più vive col solo metal, possiamo dire che sono diventati tutti più onesti musicalmente facendo solo quello che a loro piace, e sono costretti a fare un secondo lavoro come facevi tu.

-          Sicuramente più onesti. E bravo, devono fare un secondo lavoro! A meno che, ne conosco tanti, non abbiano tre cover band, quattro tribute-band, per portare a casa uno stipendio. Comunque, come ho detto sempre: tu non puoi fare la tua musica se non gli dedichi cuore ed anima. Non puoi fare la tua musica se vai in giro a far le cover tutti i fine settimana. Non è possibile concentrarsi sulla propria musica. Devi dargli tutto il tuo tempo. Non ce la puoi fare sennò. Ognuno i dischi li fa sperando di venderli e di portarli in giro con un tour, naturalmente. Ma ormai si capisce che non c’è più “trippa per gatti”, ma neanche per le band straniere. Figurati poi per le band emergenti, quelle nuove, quelle che fanno il primo album. I ragazzi mi mandano delle cose eccezionali. Anche se talvolta serve dargli una sistematina come si faceva una volta con un produttore. Adesso però non c’è più niente. Adesso anche le major, parlo della Emi, della Sony, non fanno più niente, tu gli devi portare il prodotto già finito. Gli porti il master, il video già pronto, gli paghi la promozione, loro fanno solo distribuzione. Una volta invece le etichette avevano dei soldi da investire, dato che si vendevano i dischi, ma oggi non hanno più una lira. Questo mio è il terzo album che io faccio con Nadir di Genova, che sono dei fratelloni, come una famiglia. Hanno un gruppo (NdR: Sadist), hanno messo su uno studio di registrazione, sala prove. Lavorano solo nella musica, si fanno il loro album e il loro tour, suonano anche parecchio all’estero.  Vivono così. Però, nonostante tutto, Tommy lavora in studio e produce le altre band, fa il fonico; Trevor anche lui fa altre cose. Sennò insomma non ce la fai a vivere con la musica. Se poi hai una famiglia.

Quindi come te ormai bisogna essere un operaio della musica.

-          Un operaio che però ha una grande passione per la musica. Io ogni due anni faccio uscire un album, e mi faccio quasi 150 date, vado in giro per un anno e mezzo. Pensare che sto chiuso in casa da un anno; pensa a come posso essere messo! L’operaio della musica è invece chi suona nelle cover e tribute-band.

Volevo dire che non si può più vivere di rendita alla maniera aristocratica come le star del pop. Nel metal Biff dei Saxon e Lemmy dei Motorhead vengono chiamati “operai della musica” perché hanno sempre macinato date e tour.

-          Operai per il culo che ti fai. E’ vero! Dillo a me con tutte le date che faccio! Nel furgone con cui viaggiamo, mi siedo nel posto a destra accanto al nostro runner, Luca, che ci fa un po’ da personal manager. Dove mi siedo c’è il buco del mio culo, proprio! (ride). Il furgone diventa una casa. Addirittura in una volta Milano-Reggio Calabria: arrivi, appena il tempo di salire sul palco e suonare, il giorno dopo sei a Roma. Delle cose massacranti. Ma sul furgone, il viaggio diventa anche una barzelletta. Si scherza. Fortunatamente per me ho avuto sempre musicisti bravissimi. Certe volte ho preferito avere uno che suona magari non come quell’altro, però che sia più di compagnia. Appena arrivano gli dico subito: “la puntualità!” Io sono uno che arriva sempre prima agli appuntamenti, da tutta una vita. Nel lavoro ci vuole. Secondo “voglio il rispetto!” Il primo che mi manca di rispetto un calcio in culo e se ne va a fanculo. Io voglio lo stesso grado di rispetto che ho per te, ma la prima volta che sbaglio io, puoi mandarmi a fare in culo pure tu. Non s’è mai lamentato nessuno, né di questo né della parte economica. Appena finito il concerto, la prima cosa, sul furgone per andare a dormire, pago i musicisti. Li pago la sera stessa, anche per levarmi dai cojoni i soldi.  Chissà quanti ne ho persi dalle tasche. Ti giuro! (ride)

Nella tua carriera hai fatto cose con Caparezza, con Bennato.

-          Ho cercato di contaminare il rap col metal, in America l’han fatto gli Aerosmith, han venduto venti milioni di copie, in Italia l’ho fatto io, per i metallari ero diventato un traditore. Proprio…. (batte ripetutamente il pugno sul tavolo per dire che sono di testa dura). Sai come si dice a Milano? Io non son milanese, ma a certa gente si fa prima a metterlo “in del cu’ che in del co’ ” nel senso che si fa prima a metterglielo nel culo che nel cervello. Per la massa non devi cambiare. Devi fare quelle quattro note, sempre quello.  Guai se cambi. Se guardi tutta la mia discografia da dopo i Vanadium, ogni album è diverso, un progetto a sè. Sciolta la band, avrei potuto fare un album dei Vanadium da solo; sarebbe stato comodissimo. Invece no, son tornato al blues, ho iniziato con l’italiano, son tornato al Rock’n’Roll; era quello che volevo fare in quel momento. Non vedevo l’ora.

Ma i Vanadium avevano un sound trasversale, in Italia vendevano 50.000 copie in un anno, e in fondo poteva esserci un mercato internazionale.

-          Qualcuno ci ha chiesto una reunion dei Vanadium: “ma si, facciamo i Cugini di Montagna” (ride). Guarda, c’è stato un grande problema ai tempi. Io da lì ho capito! La Durium, la nostra etichetta, major che aveva tutti a quei tempi, Mino Reitano, Little Tony, che facevano un 45 e vendevano due milioni di copie, ha cominciato a mandarci nei programmi Rai, Mediaset, all’Arena di Verona, e lì mi son spaventato, ho visto che la gente che c’era non centrava niente con la musica. Tutti leccamenti di culo. Tutti pronti ad aprire il buco del culo. Altro che quello che ho visto in fabbrica. Ho detto, no, non ci voglio avere nulla a che fare. Ed effettivamente dopo i Vanadium, ho cominciato a produrmi da solo, a farmi gli album da solo, naturalmente appoggiandomi a qualcuno di cui avevo bisogno. Trovavo l’etichetta che mi distribuiva. Mi facevo io la promozione. Sono andato avanti sempre così. Non riesco a tenere la bocca chiusa né con la politica, né con la musica di merda e mi son fatto un sacco di nemici. Devi fare come quelli che riempiono gli stadi, devi star zitto e muto. Nei miei testi ho sempre parlato di sociale; degli ultimi; degli operai. Ma anche della stessa classe operaia ci sono cose da dire: il problema non è solo la politica, ma che tanti vorrebbero stare lì a rubare al posto loro. Lo vedevo già in fabbrica da dove, entrato con una categoria, sono uscito con la stessa; se mi avessero potuto cacciare mi avrebbero cacciato. Ma io il mio lavoro l’ho sempre fatto, anche più degli altri nonostante fossi in giro tutte le notti e non dormivo.  Andavo a casa alle sette del mattino, mi facevo una doccia, e me ne andavo in fabbrica. Ma gli operai, quando c’era da scioperare solo per qualche lira in più di stipendio, allora partecipavano, quando invece c’era da scioperare per una fabbrica che stava chiudendo, tanti li vedevo sgattaiolare. Primo: sei un infame di merda. Secondo: sei pure un cojone, perché non hai capito che se stanno chiudendo quella, domani chiudono te. Proprio ‘Dog eat dog’, è così che ha vinto il potere, mettendoci uno contro l’altro. Tu guarda anche le band che si scazzano tra di loro, mentre quelli che fanno la musica di merda lo mettono in culo a tutti. Quelli che vanno nei pub a criticare: “io sono meglio di quello, quello fa schifo a suonare”. Lì fai vedere tutta la tua tristezza e la tua sfiga. Se tu sei un musicista e vai a sentire una band, magari puoi imparare qualcosa da loro, altrimenti bevi la birra e non scassare cojoni.

Negli anni ottanta noi metallari, mi ricordo, andavamo a sentire tutte le band che esistevano sul territorio. Facevamo supporto. Poi negli anni novanta le cose sono cominciate a cambiare.

-          Nella canzone ‘Rock this Town’ parlo di questo, mancano gli assembramenti, quando ci ritrovavamo. A Milano ci trovavamo alle Colonne di S. Lorenzo; oppure il pomeriggio da Transex, che c’era un negozio in piazza Duomo, e poi da Mariposa negli ultimi anni che aveva due negozi. Mancano i punti di ritrovo, adesso ognuno sta per conto suo.

La Pandemia pare stia distruggendo l’ambiente musicale più che altri settori dello spettacolo. Mi pare che nessuno abbia una soluzione. E anche la forza lavoro che gira intorno a questo mondo sta soffrendo molto. Però la crisi c’era già prima.

-          Ce ne sono migliaia di ragazzi che lavorano intorno al campo della musica, che in questo momento con il lockdown, con la pandemia, sono ridotti proprio alle cozze. Ho un sacco di amici disperati, gente che ha anche famiglia. Poi in quel giro il 60% son tutti in nero, perciò non puoi neanche chiedere niente allo stato, è veramente un disastro. L’altro problema grave è che non si vende più la musica. Anche le grandi band i soldi li guadagnano con le tournée. Addirittura tante band che erano scomparse si riformano, perché non vendono più dischi, e magari con un elemento solo rinascono e guadagnano col tour, coi concerti. Le etichette non hanno soldi per investire sulle nuove band. Non c’è soluzione proprio, a meno che non interviene lo stato, ma per lo stato questo mondo non è mai esistito come lavoro. Negli altri paesi, specialmente del nord, se tu fai questo mestiere, ti garantiscono una cifra al mese sicura. Quei paesi lì danno sovvenzioni alle band per andare nei tour mondiali perché sono fieri di mandare le loro band in giro per il mondo. E’ arte questa. Eravamo il paese che aveva insegnato tutto al mondo; la lirica, la scultura, la pittura, la moda, la cucina. Adesso quando dici “Italia” all’estero, si mettono a ridere. Tutto per quelle figure di merda che ci hanno fatto fare nel palazzo giù a Roma negli ultimi trent’anni. Con Berlinguer è finita la politica.

Che riscontro di vendite hai finora per ‘Dog eat Dog’?


 

-          Tanti su Amazon l’hanno preso. Ma non ho numeri. La maggior parte dei cd io me li vendo dal vivo, ai concerti col merchandising. I vecchi cd, il libro che non manca mai, e naturalmente il nuovo cd. ‘Dog eat Dog’ è uscito a fine marzo, e avevo ad Aprile già 50 date fino a settembre, e sarebbero diventate fino a settembre anche di più. 

Hai intenzione di fare altre scritture?

-          Ho già cinque/sei brani abbozzati. Non sono definiti. Mancano anche i testi.

Nei saluti ci si augura reciprocamente che ci si possa incontrare ad un qualche evento live (e magari potrò farmi fare un autografo sul cd). Non gli ho confessato di avere una leggera soggezione verso di lui, come da fan a idolo, perché come adolescente ho visto esordire i Vanadium; infatti ero un po’ emozionato all’idea di parlarci. Ma in fondo doveva parlare lui, e come al solito la parlantina non gli è mancata, come avete potuto constatare.

Intervista online a cura di Roberto Sky Latini

Line-up ‘Dog eat Dog’ (Nadir Music):
Pino Scotto – vocals
Steve Volta – guitars
Mauri Belluzzo - Keyboards (Graham Bonnet Band)
Leone Villani Conti  - bass (Trick Or Treat)
Federico Paulovich – drums (Destrage)

Discografia solista:
Il grido disperato di mille band (1992)
Progetto Sinergia (1994)
Segnali di fuoco (1997)
Guado (2000)
Datevi fuoco-Lo Scotto da pagare (cd+ biografia)
Buena Suerte (2010)
Codici kappaò (2012)
Vuoti di Memoria (2014)
Live for a Dream (2016)
Eye for an Eye (2018)
Dog eat Dog (2020)

 

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