Pino Scotto

                                                                                                                         Dog eat Dog

                                                                                                                         Nadir Musi c

                                                                                                                         www.pinoscotto.it 

 

 

Anno 2020 e ventunesimo album da studio tra le tante realtà vissute dall’artista (Vanadium compresi). Passati i settant’anni, ormai veterano del rock, Pino Scotto onora l’evento con uno dei suoi migliori lavori. Qui troviamo carica e freschezza, per un metal rock che gira senza mai perdere la classe. Nel 2018 ‘Eye for an Eye’ aveva funzionato, era un buon disco, ottimo in alcuni episodi, ma alcune canzoni perdevano mordente e anche la voce non era sempre brillante. Ma qui tutto fila liscio e ogni comparto è a posto. Un prodotto artistico viscerale, per l’ascoltatore che ama tornare alle radici del rock duro.

L’apripista ‘DON’T WASTE YOUR TIME’ è anche la canzone del video, e il suo corposo incedere gioca con una linea melodica davvero tonica; si sente una modalità di canto incisiva. La positività caratteriale dell’ugola viene sottolineata anche dalla performance di ‘NOT TOO LATE’, un rock’n’roll energico dove il canto si fa leggiadro e molto divertente. ‘DOG EAT DOG’ è un’altra perla, dove si apprezza bene sia la ritmica avvincente che lo spirito serioso; azzeccato il riff scuro e le tastiere che addensano l’aria.  ‘Before it’s Time to Go’ dà in alcuni passaggi la sensazione di già sentito, ma la sua suadenza blandisce l’ascoltatore con una certa magia e a Pino fa eco la voce femminile di Francesca Garatti che regala una dolcezza in più. La Power song ‘TALKING TRASH’ e la più rude ‘GHOST OF DEATH’, sono le due song prettamente Heavy Metal del lotto, riallacciandosi alla verve sonora dell’album precedente, e insieme, giocando alla Deep Purple/Motorhead, diventano tra le cose più belle del disco. ‘One world One Life’ un po’ Van Halen di Sammy Hagar, un po’ buesrock alla Bonamassa dei Black Country Communion, lascia da parte l’impatto facile per farsi elegante.  Fa un po’ sorridere l’inizio di ‘Same old Story’ poichè ricorda per ritmica ‘Running Free’ degli Iron Maiden anche se poi è tutt’altro, questa sì alla Deep Purple. Lacrime di nostalgia mi ha fatto venire il brano dei Vanadium ‘Don’t be looking back’ qui vissuto più o meno uguale all’originale anche se l’arrangiamento è chiaramente rielaborato.

Se il penultimo disco ‘Eye for an Eye’ aveva una impostazione strettamente Heavy Metal, con l’impatto tipico degli anni ottanta, nonostante un brano molto settantiano e la ballata ivi contenuti, stavolta si è scelto un insieme variegato, molto spesso legato maggiormente ad atmosfere anni settanta, dove l’Heavy si mescola all’Hard. I suoni più pesanti di due anni fa, qui, pur nella stessa cifra stilistica, sono parzialmente abbandonati e viene ricercata una certa raffinatezza inserendo degli ammorbidimenti che però non evitano al disco di suonare accentato e tonico. Suoni acustici, ma poi sassofono e pianoforte fanno capolino per allargare le visioni compositive ed imprimere un’anima tradizionale che viene gestita con ispirazione dentro una grande abilità tecnica che i musicisti rendono ad alto livello. Ma anche le tastiere in ‘Dust to Dust’ fanno la stessa dinamica funzione suonando folkeggianti alla PFM e il risultato è efficace anche se il suono è vintage. In particolare la chitarra è sempre in grado di portare la sua dimensione in primo piano comportandosi da star sia nei riff che negli assoli, questi ultimi, di ampio respiro, sono in grado di circuire l’ascoltatore perché scorrono fluidi e appaiono studiati con cura. La sezione ritmica d’altro canto mantiene la giusta tensione per tutto lo scorrere del full-lenght.

La voce di Pino è sempre stata al centro di alcune critiche sin dal tempo dei Vanadium, ma la sua personalità è forte e dona alle song quel particolare sapore verace, forse troppo bluesy per essere accettata da tutti nelle canzoni più d’acciaio. Ma qui non percepisco difetti d’ugola, sembra che stavolta a Pino sia tutto venuto centrato, vi sono accenti che la rendono più pimpante del solito, come se l’ispirazione abbia portato anche maggiore tecnica. Pino è uno che parla molto e quando si parla bisogna che ci sia qualcos’altro di concreto a sostenere ciò che si dice; ebbene i suoi dischi, e questo ‘Dog eat Dog’ lo conferma, sono la sostanza che sostengono le teorie del cantante. Un’opera fatta con il respiro vivo di una musica che non è mai datata, perché quando si suona questo heavy, si suona il nocciolo che è alla base del metal, anche se oggi si è diversificato in sottogeneri. E’ questo il suono che emana lo spirito primordiale, quello che fa del metallo una musica rock; perché non bisogna dimenticare che il Metal è nel Rock, non ne è al di fuori.  Sì, Pino Scotto ha ragione. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Don’t waste Your Time

02.  Not too late

03.  Before it’s Time to go

04.  Right from Wrong

05.  Dust to Dust

06.  Dog eat Dog

07.  Rock this Time

08.  One World One Life

09.  Talking Trash

10.  Same old Story

11.  Don’t be looking back

12.  Ghost of Death


Pino Scotto – vocals
Steve Volta – guitars
Mauri Belluzzo - Keyboards (Graham Bonnet Band)
Leone Villani Conti  - bass (Trick Or Treat)
Federico Paulovich – drums (Destrage)

 

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