INTERVISTA al BATTERISTA degli EMBRACE OF SOULS, MICHELE OLMI

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Uscita 2021: l’ottimo album d’esordio degli Embrace Of Souls, band Power Metal. E’ il progetto solista di Michele Olmi, batterista anche degli attivi Chronosfear. Nativo di Chiari (Brescia), classe 1983, si offre all’intervista on-line con molta disponibilità, e affiora chiaramente il suo piacere di parlare di un lavoro che suona fresco ed energico e che pare rappresentarlo totalmente come musicista. Tra i tanti dischi prodotti negli ultimi mesi, questo emerge con forza e qualità e lui ne sembra consapevole.

Dicono che essere musicista in Lombardia sia più facile che in altre parti d’Italia.

-          Per i live club che c’erano in giro, nei tempi precedenti alla Pandemia, essendo parecchi i locali, la scena musicale poteva andare avanti. Con questa storia del Covid i locali che ci credevano hanno preso una mazzata.  In altri punti d’Italia c’è poco o niente, peccato. Ad ogni modo alcuni locali esistono ancora, sto pensando a quelli rimasti aperti, quindi la speranza c’è ancora.

‘The Number of Destiny’ è un disco nettamente Power Metal. Assente il prog.

-          Vengo dal Power Metal classico, Son cresciuto con Labyrinth; Vision Divine; Sonata Arctica; Stratovarius. Mi hanno influenzato molto nel modo di scrivere e nelle melodie. Se pensi al Prog tipo Dream Theater , ti dò ragione perché non abbiamo quello stile lì, però in questo disco, in certi punti il Prog c’è. Il Power è una cosa spedita, dritta; io ho voluto variare le strutture delle canzoni. Magari non ti aspetti che arrivi proprio quel passaggio; alla fine di un ritornello ti aspetti una strofa e invece succede tutt’altro. E’ proprio il mio modo di comporre. Non mi piace un pezzo che dall’inizio alla fine, sai cosa ti aspetti; chi ascolta deve venire spiazzato un attimo.

Questo dinamismo in effetti l’ho percepito. Ma trovo che vi sia più neoclassico che progressive. In ogni caso sembra che più del Power italiano, pur essendoci, vi abbia influenzato il Power scandinavo.

-          Si, si, alla grande. Gli Stratovarius sono una delle mie band preferite da quando sono ragazzino. Il pezzo ‘From the Sky’, il primo singolo che abbiamo lanciato, è molto stile Stratovarius.

In ogni caso il lavoro lo valuto riuscito nel non assomigliare troppo ad altro.

-          Questo era uno degli obbiettivi che mi ero posto, anche se è difficile.

Questo Power dinamico, variegato, è una idea che volevi portare sin dall’inizio, oppure è venuta strada facendo?

-          E’ venuto un po’ tutto pian piano ma non per caso. Ogni pezzo ha il suo stile perché ogni pezzo è una cosa a sé. Se hai notato, ogni brano ha una sua struttura particolare. Magari uno ti ricorda gli Stratovarius, mentre un lento ti ricorda vagamente i Rhapsody Of Fire, e così via.

Non tanto vagamente, sento infatti piuttosto chiara l’influenza dei Rhapsody. Leggendo la tua storia, hai fatto parte di Spellblast e di Chronosfear. Ora questo tuo progetto solista. Quanto di te c’è dentro la tua musica?

-      La musica che sentivo dentro ho scritto. Questo sono io. In tutti i progetti ho dato il massimo perché la musica è la mia vita. Fin dall’età di quindici anni suono. L’esperienza mi ha aiutato molto. Crescendo, tra concerti ed esperienze varie, ho sentito il bisogno di mettermi a scrivere pezzi miei per vedere quanto potevo mettermi in gioco, anche come musicista solista. Ho provato a fare un progetto solo mio, dove ho scritto praticamente tutta la musica, e voglio vedere se posso emozionare le persone.

In effetti a me ha emozionato. Parlando di virtuosismo, qui sembra che, rispetto agli altri tuoi progetti, il virtuosismo sia molto più spinto.

-          Esatto.

E’ dipeso più da te o dai musicisti che hai messo dentro?

-          Ti posso dire un po’ da entrambi. Il bello di questo progetto è stato che io mi sono messo a scrivere tutte le canzoni, poi ho contattato i vari musicisti, tra line-up e guest, scegliendoli proprio per lo stile che hanno. Sapevo che erano tutti ottimi musicisti; li stimo per le carriere, per la strada che sta facendo ognuno, e per i concerti fatti insieme. La cosa che ho detto ad ognuno di loro è stata: “ Ti lascio carta bianca, il pezzo è questo però mettici del tuo. Da un Michele Vioni (Viossy) voglio sentire Viossy, non una parte che ti scrivo io. Vorrei sentire l’anima del singolo musicista. Devono capire che in quel momento ci sono loro, e questo disco è un insieme di tanti musicisti ognuno con la sua identità.

E trovo che essi siano tutti perfettamente integrati, anche sentendo voci diverse. Tra l’altro, in due song,  c’è uno screaming gestito benissimo.

-          E’ Giacomo Voli eh!

Davvero?

-          Guarda, ti dico che quando mi sono trovato a scegliere il cantante principale ho scelto Voli per la sua versatilità, perché può cantare pulito, può cantare in Growl, può cantare tenore, può spaziare. E sapevo che poteva dare il massimo, dare un contributo eccezionale in un disco del genere. E’ pazzesco.

Io di solito preferisco il cantato pulito, ma mi sono trovato a preferire ‘Welcome to my Hell’ tra tutte le tracce, nonostante vi sia lo screaming.

-          Nessuno se l’aspetta questo pezzo con lo stile alla Children of Bodom. In effetti quando l’ho scritto ho pensato ai Children Of Bodom. Ne avevo parlato con Jack (Ndr Giacomo Voli) e mi aveva detto “Nessun problema”. Avevo sentito che nei Rhapsody aveva cantato così, gli ho chiesto se era un problema cantare un pezzo intero in quel modo, e ha detto “assolutamente no”. E allora ci siamo detti: “facciamo strofe e bridge con il cantato così, e ritornello pulito”.

L’album è un concept.

-          Due anime. Talmente innamorate da vive, che anche dopo morte non han mai smesso di cercarsi. Cercarsi nel tempo arrivando ai tempi nostri, dove si reincarnano in altre due persone che si cercano ancora, tramite sogni. Anche il 19 non è un numero preso a caso: l’uno sta per inizio, ed il nove sta per nuovo. Le due parole insieme quindi significano “Nuovo Inizio”, il nuovo inizio quando finalmente ritrovati.

Venute prima le melodie o i testi?

-          Io ho scritto prima tutte le melodie, basandomi sulla storia del disco. Ogni canzone ha una sua storia. Ho chiuso gli occhi e ho pensato ad una musica che ci stava giusta. Per esempio “In the Castle” parla di una ragazza che sta sognando, e sogna di fermarsi con l’auto in un temporale vicino ad un castello gotico. Entra a cercare qualcuno nel castello e sente una musica di pianoforte. Segue la musica fino a trovare una persona senza volto che la suona, e questa melodia le prende il cuore facendole sentire una sensazione mai provata. Anche finito il sogno sente proseguire dentro di sé quella sensazione. Ecco, immedesimandomi in questa storia, in ogni storia del disco, ho creato le melodie, e spero di essere riuscito a descriverle.

Hai quindi pensato una storia, immaginandotela visivamente e ti sono venute fuori le musiche. Ma non c’erano ancora le parole.

-          No no, i testi li ha fatti Jack (Ndr Giacomo Voli) dopo. La maggior parte dei testi sono stati scritti da lui. E ha scritto le parti vocali. Sette brani. Altri tre brani io e il bassista.

A proposito del bassista. Non è la prima volta che trovo un leader batterista che si porta appresso l’altro pezzo della sezione ritmica. Un caso?

-          Si vede che i batteristi sono un po’ pazzi (ride). Un caso no, c’è un bell’amalgama, anche di amicizia. E se ti trovi bene con un musicista, perché no? Ho suonato con tante band e con tanti musicisti, e con Xavier siamo una sezione ritmica schiacciasassi. Ci troviamo in tutto, per tutto, non potevo non chiedere a lui di partecipare a questo progetto.

Quindi la dinamicità e la velocità di questo disco, e in un brano mi sembrate persino i Dragonforce, è “colpa”di voi due?

-          Mia (ride). Si, I Dragonforce in ‘Shape of your Fate’;  190 bpm.

Nota di merito va anche al Tastierista che è risultato davvero notevole anche nei tappeti, di norma banali, curati invece con molta intelligenza, soprattutto nelle ballate.

-          Lui è un grande compositore, si è occupato di tutte le parti orchestrali. Sono andato sul sicuro.

Come lavori sulla produzione, per la qualità tecnica del disco?

-          Mi ha aiutato tantissimo il chitarrista Giovanni Paolo Galeotti, chitarrista degli Aegre, che si è occupato molto di farmi il mix, e poi abbiamo passato tutto al Legend Studio di Roma dove ci hanno fatto il Master.

Quando sono nate le canzoni, partendo dalla fase embrionale?

-          Dalla fase embrionale sono state scritte tanto tempo fa. Mia figlia aveva due anni, oggi ne ha dieci, quindi otto anni fa. Poi man mano, nel sentirle e rimetterle a posto, mi son detto che era un peccato lasciarle lì. Non ho voluto azzardarmi a fare un disco prima perché non sentivo che era il momento. Intanto si cresceva tra band, in conoscenza ed esperienza; quando ho visto che la gente mi dava tanto supporto, ho deciso che era il momento giusto. Mi sarebbe dispiaciuto fare un disco e non arrivare a tante persone. Ho detto “proviamoci”, mi son messo in gioco in tutto e per tutto, ed adesso siamo qui a parlarne. Non ti dico quanto sono contento! Non è stato facile prendere una decisione del genere. E’ un impegno al 100%, ci ho dedicato molte nottate. Io lavoro, ho una famiglia, due figli, quando andavano a dormire loro, io andavo a scrivere. Andavo a letto tardi e poi dovevo alzarmi presto.

Tanti ospiti, come hai vissuto la cosa?

-          Ti posso dire che lavorare con artisti “leggende” come Tiranti e Morby è stato un onore ed un piacere. Ed è stato ancor più un piacere ed una soddisfazione vedere che hanno dato veramente tanto al progetto. Sapevano come lavoravo, sapevano la grinta che ci metto; han continuato a dirmi che stavo lavorando bene, e che il progetto stava venendo bene. Sinceramente, detto da delle leggende così, son rimasto senza parole; non te lo nego. Proprio la grinta che ci hanno messo, ognuno a far la propria parte, era perché credevano in quello che credevo io. Anche se solo come guest, la stavano vivendo come la stavo vivendo io. Li tengo aggiornati su tutto; con Morby ci sentiamo molto spesso, gli mando delle interviste appena uscite o magari gli faccio sentire un pezzo che sto scrivendo.

La tua storia da fan?

-          Iniziato con un disco immenso dei Labyrinth, dove ho sentito ‘Moonlight’ e mi sono innamorato proprio pazzamente di quel disco (NdR ‘Return to Heaven denied’). Poi ho spaziato con gli Angra, conosciuti con ‘Angels Cry’. Pazzesco Matos, l’ho seguito un sacco; come compositore mi ha influenzato molto. Lui ha dato al Power un po’ di freschezza in più. Mi piace l’aggiunta della musica classica. Da lì sono passato al Prog dei Symphony X e dei Dream Theater. I Symphony X che preferisco sono i primi, quelli di ‘Twilight in Olympus’.

Prosecuzione del progetto?

-          Chi lo sa se ci sarà un seguito. Può darsi di sì (ride). Si vedrà, adesso ci godiamo un attimino questo disco con calma. In embrione ho già tre dischi pronti (ride).

In futuro nella composizione andrai verso una maggiore melodicità o pensi che rimarrai così dinamico ed Heavy?

-          Più la seconda possibilità. Se un pezzo funziona con un ritornello che ti resta subito in testa poi  prosegui.

Come per tutti i gruppi, ormai sembra che scriviate album solo per hobby, visto che vendite e presenze live sono sempre scarse e quindi non permettono di viverci. Ho intervistato da poco Andiver degli Oracle Sun, e secondo lui questa situazione aumenta l’onestà dei musicisti. Tanto i dischi, non vendendo in ogni caso, è inutile farli seguendo i gusti del pubblico. Pensi anche tu che ciò aumenti il livello artistico?

-          L’arte aumenta sempre, nel senso che non c’è mai fine. Può darsi che la creatività e l’arte possano crescere, ma parlando di questo periodo di fermo, la creatività mentalmente potrebbe anche calare, perché in questa situazione, se non hai la mente lucida e tranquilla non riesci a scrivere un cacchio. Tra pochi giorni è un anno che ho fatto l’ultimo concerto nel il tour coi Rhapsody. La maggior parte dei musicisti sta scrivendo dischi su dischi perché adesso c’è più tempo dato che purtroppo non si può più andare in giro a suonare, speriamo di tornarci presto.

La crisi c’era anche prima del Covid. Secondo te la colpa è dello scaricare dalla rete, o del fatto che la gente non vada ai concerti? La scena si sta impoverendo come umanità che vi partecipa?

-          Da quando è arrivato internet la scena è calata tanto. Puoi avere qualsiasi cosa, il mondo in mano, tutto e subito. Anche per nomi grossi poca gente si muove. La colpa è di entrambe le realtà.

Se si potessero a maggio fare in concerti, voi sareste pronti a partire live?

-          Adesso parlare di live è veramente prematuro. Non ci stiamo neanche pensando. Tutti noi abbiamo progetti, a partire da Giacomo Voli con i Rhapsody Of Fire. Appena ripartirà tutto, avranno tanto da fare. Molti impegni per ognuno di loro, la vedo un po’ difficile.

E la promozione?

-          Sarebbe stato bello fare un video ufficiale con la band.

La copertina è interessante. Due figure materialmente inconsistenti ma ben concrete dato che sono fatte di fiamme che bruciano. Simbolica.

-          Rappresenta due anime. Io l’ho proposta alla ragazza che l’ha fatto (NdR Roberta Cavalleri), raccontando tutta la storia ed entrando nei dettagli.  Dopo, lei ha fatto un lavoro pazzesco.

Quanto ti tocca il termine “metallaro”?

-          Mi chiamano “Miky Metal”; prova a farti una domanda (ride). Quando passavo in giro: “Ciao Metallo!”. Mi rispecchio proprio in quello.

Sei stato compositore sin dall’inizio della tua carriera?

-          All’inizio pensavo solo a suonare, come tantissimi suonavo le cover. Quando ho cominciato a fare musica inedita con band non pensavo a comporre. Coi Chronosfear ho cominciato a comporre qualcosa qua e là e ho visto che c’era una bella risposta. I pezzi piacevano, piacevano a me, a quelli che suonavano con me, piacevano a chi li ascoltava. Lì ho cominciato a farmi delle domande, poi è andato tutto da sé, mi son messo con queste tastiere che mi ero comprato un giorno dicendomi: “Ma si, compriamole”. Ho lasciato la batteria da una parte, e ho cominciato a comporre melodie. Pian piano è successo quello che è successo. Vedere la gente che canta sotto il palco le canzoni della tua band è una soddisfazione enorme. Poi quando tu sei cosciente di questo, e ti fermi e dici: “Ma se mi dà una soddisfazione enorme suonare pezzi con questa mia band, che soddisfazione può darmi vedere la gente cantare i miei pezzi ed emozionarsi con un pezzo che scrivo io?”

Componi quindi anche con i Chronosfear.

-          Nei Chronosfear ho scritto i pezzi anche io. Adesso la maggior parte della composizione per il prossimo disco la sta facendo Filippo Tezza (NdR cantante) che, ti giuro,  è micidiale.

Il covid ha rovinato le programmazioni live e quindi la vita dei gruppi. Ma pare che nessuno sappia dare soluzioni.

-          Con la musica non ci mangi. Io faccio del mio meglio. E mi diverto in primis, perché deve esserci sempre quello, il divertimento. Divertirsi però vuol dire fare le cose fatte bene e impegnarsi. Aggiungo che bisogna far arrivare la musica alla gente per emozionarla. Che arrivi qualcosa anche da un solo passaggio, da una nota; arrivare alla gente e lasciargli qualcosa, penso sia questo il premio più bello per un musicista. Tutte le ore a scrivere e scrivere, sono ripagate da questo.

Ci lasciamo con l’idea che non sia conclusa l’avventura di questa band. L’ho percepito dall’atmosfera che si è respirata durante la chiacchierata, ma anche dalle aspettative emerse; e visto che sarebbe uno spreco abbandonare un progetto con un  disco venuto così bene, mi auguro che l’uomo intervistato perseveri. To be continued….

Intervista a cura di Roberto Sky Latini

Band: Embrace Of Souls (Elevate Records)


Giacomo Voli - vocals
Giovanni Paolo Galeotti - guitar
Davide Scuteri - keyboards
Xavier  Rota - bass
Michele Olmi - drums

Discografia:
The Number Of Destiny (2021)

 

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