Dread Sovereign              

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Nemtheanga, cantante dei Primordial, porta avanti questo progetto dal 2013, ormai al terzo capitolo, e la qualità è eccellente. C’è un doom denso, funereo ma non statico, ed in questa immersione sonora si ondeggia avvolti nelle profondità oscure quando all’improvviso può scatenarsi un riffing altrettanto denso ma più veloce, piuttosto Stoner per un Hard Rock arrembante.

Succede nella dinamica ‘SHE WOLVES OF THE SAVAGE’, cupa ma accentata, il cui spirito è trascinante, istintivo, dirompente, nonostante alcuni risvolti evanescenti e rarefatti quando rallenta, rarefazione che si inerpica per un assolo psichedelico ammaliante. Anche l’epica ‘THE GREAT BEAST WE SERVE’ regala un momento ficcante; un incedere virile che nella sua vocalità è molto teatrale. Anche gli intro di tipo ambient ad inizio canzone fanno bene il loro sporco lavoro elicitando sensazioni sulfuree come nella ombrosa ‘Nature is the Devil’s Church’, che poi dalla scia vacua evolve verso una fiamma combattiva e molto rocciosamente materiale con decisi cambiamenti di espressività. Davvero molto attraente e allo stesso tempo curiosa, la vocalità di ‘HER MASTER’S VOICE’ che ricorda le cose rock di fine anni sessanta, stile Woodstock, con grande carisma e con anche l’abilità di aprire squarci nella rude verve delle chitarre. Stoner e Black Metal gorgheggiano in ‘Devil’s Bane’ come se i Black Sabbath volessero estremizzarsi; fra tutti i pezzi appare quello più tradizionale, riuscendo comunque anch’esso a rendersi intrigante e in qualche modo diverso. Quando finalmente appare lo speed metallico di ‘You don’t move Me (I don’t give a Fuck)’ ecco chiaramente il Black Rock’n’Roll alla Venom, per niente mascherato ma esplicitamente ad essi ispirato. Anche un brano minore come ‘Ruin upon the Temple Mount’ possiede il suo fascino, segno che il gruppo è in stato di grazia.

L’atmosfera varia tra segnalazioni Ambient e costrutti invece più strutturati, ma non crea mai ritornelli semplicistici e strofe a canzoncina (eccetto che forse nella punteggiante scheggia di ‘You don’t Move Me’ ). I suoni pesanti vengono frustati da una voce spesso a più alta tonalità, che graffia irriverente o scivola pulita negli echi evanescenti. I riff sono grumosi ma ben netti nel loro avanzare; c’è un sentore di pietra nella ritmica che però si lega ad una chitarra solista che vi si contrappone per incorporeità. Antiche leggende ancorate a suoni da battaglia. Troviamo un po’ di Venom in questa modalità di concepire il metal, anche se non scendiamo negli inferi del Black. Sia la chitarra che il basso alimentano le risonanze cavernose. Certamente va vista la sonorità generale come piuttosto caratterizzante lo spirito della band, ma è la voce a creare le diversificazioni umorali, in grado di interpretare diversamente ogni anfratto delle composizioni del disco. Davvero un lavoro sopra la media del panorama Hard and Heavy attuale, grazie ad una ispirazione pura dal punto di vista dell’onestà artistica, ma contaminata quel tanto da consentire costruzioni interessanti. Un lavoro molto gustoso, pieno di sapore, in cui il buio non è semplicemente angoscia, quanto culla di sensazioni calde. Sono spesso gli assoli a lacerare l’animo, quando non scelgono le avvolgente fumose, in quel caso stordenti. Questo è uno di quei rigurgiti artistici in grado di ampliare la visione musicale senza essere innovativi, ma scrivendo con la grazia di chi ha personalità. Disco di livello, molto molto Rock, inteso nel senso più roccioso della parola.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  A Curse of Man

02.  She wolves of the Savage

03.  Nature is the Devil’s Church

04.  Her Master’s Voice

05.  Viral Tomb

06.  Devil’s Bane

07.  Ruin upon the Temple Mount

08.  You don’t move Me (I don’t give a Fuck)

 

Nemtheanga – vocals / bass

Bones – guitar

JK - drums

 

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