Labyrinth

                                                                                                                            Welcome to the absurdus circus

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Stai per iniziare l’ascolto e hai paura di quello che troverai, paura di non vedere soddisfatte le tue aspettative. Perché pretendi tanto dai Labyrinth che ami; il nome della band risuona splendente nella scena e vuoi che nulla turbi la storia di questa figura ormai centrale per il metal italiano e importante per il Power internazionale. Ma forse qualche volta sei stato deluso? No, e allora metti le cuffie fiducioso che tutti i suoni entrino nella tua testa per una avventura che dura il tempo di un ascolto, ma che poi ripeterai. E in questa atmosfera inizia il mio abbraccio con le nuove canzoni. Io non amo avere preavvisi e così non ho guardato il video dell’apripista che era uscito il 3 novembre. Io voglio farmi colpire dall’intera opera d’arte e immergermi completamente. Mi sono immerso, e dopo esserne riaffiorato, sorridevo (poi il video l’ho guardato ed è ben congegnato).

La prima traccia (quella appunto del video) non ha la melodia migliore dell’album, per quanto bella non è neanche la cosa più bella di ‘THE ABSURDUS CIRCUS, dato che qui a vincere per emozione e tecnica sono l’assolo di chitarra e tutta la parte solista; la durezza del pezzo viene ammorbidita da un assolo suadente che colpisce per suggestione, e devo dire che mi ha regalato un brivido. Molti sono gli attacchi Power, tipici del gruppo, il migliore dei quali senza dubbio quello di ‘LIVE TODAY’ che, al di là della registrazione più tecnica, in qualche modo è in linea con i vecchi Labyrinth di ‘Return to Heaven denied’, un po’ un ritorno al passato, senza però alcun senso di nostalgia perché la song suona fresca e attuale; qui l’assolo è ficcante. Tra i brani più morbidi spicca l’ariosa ‘AS LONG AS IT LASTS’ che vive di un senso prog quasi anni settanta, ma con uno scintillìo da torrente trasparente ampliato bene poi da una tastiera punteggiata di luce. La ballata, ‘A REASON TO SURVIVE’, se vogliamo, è meno dolce del brano appena nominato, ma nella sua forma sonora è più nuda (i suoni però ci sono, eccome!) lasciando alla linea melodica vocale tutto lo spazio necessario per avvolgere l’ascoltatore, e permearlo di candore emozionale (la carriera di Tiranti ci racconta che gli piace farlo). Particolare è la solare ‘Dancing with Tears in my Eyes’ per la sua leggerezza che tra tutte, è la song più vicina al commerciale che troviamo in questo full-lenght, anche se l’aggettivo ‘commerciale’ in senso negativo non può essere applicato ai Labyrinth; sicuramente è molto accattivante. Curiosità per sorridere: sul finale di ‘One more last Chance’ la chitarra usa la stessa sequenza di note dell’‘Isola del Tesoro’ di Cristina D’avena.

La voce del singer continua ad essere bellissima, gestita con molta bravura; fornita quando serve anche di acuti possenti. Solo talvolta sembra indugiare troppo nelle modulazioni portandola al limite dello stucchevole, soprattutto perché le linee cantate vanno verso ammorbidimenti che non sempre appaiono enfatizzare adeguatamente la scrittura compositiva. E in alcuni momenti ciò stempera il tono del songwriting senza aumentarne la raffinatezza. Partiamo però da un livello considerabile alto e quindi si parla naturalmente di flessioni che non rovinano l’insieme. Non sono brani che entrano subito in testa, perché anche se c’è un lato orecchiabile del cantato, esso non vuole banalizzarsi e quindi ogni melodia necessita di più ascolti per essere fatta propria. Molto è il materiale melodico in mezzo a tanta altra massa abbastanza dura, e la scelta di vivere l’orecchiabilità non è solo della voce che ci mette molto del suo, ma anche delle vibrazioni strumentali che costruiscono le strutture per avere sempre una visione di ampio respiro, evitando di chiudersi tra mura troppo claustrofobiche, stilisticamente rigettando progressioni eccessivamente lineari; ciò tiene lontano una codifica scontata.

Un esempio di brano che cerca riff tesi con evoluzioni soffici è ‘Words Minefield’ che sta perfettamente in questa idea caratteriale, ma ciò avviene quasi in ogni brano; per esempio anche la conclusiva e splendida ‘FINALLY FREE’, pur essendo un Power epico, non riesce ad allontanare le tentazioni soffici, permettendo a note meno irruente nell’assolo di raffreddare la fiamma Heavy Metal, anche se poi la cosa come al solito riesce bene a questi positivamente puntigliosi musicisti, concedendo anche al basso di fare la sua bella onda solista. Insomma, questa cosa del duro/morbido, non certo di tipo Metalcore, funziona anche se a volte si vorrebbe una maggior prolungamento della tensione. In ogni caso questa dimensione elastica permette talvolta di inserire anche leggeri input progressive. La pregnanza di questa opera, comunque densa, presenta quindi piccoli difetti; in realtà, dopo averla fruita con più ascolti, i supposti difetti sembrano scomparire, perché invece tutto funziona e quando la canzone viene digerita ed assimilata si può solo percepire piacere dato che si imparano tutte le inflessioni, scorrendole con fluidità. I Labyrinth sono la band simbolo per eccellenza della via italiana al Power Metal anche se non aderiscono in toto alla religione della velocità, e confermano con la loro ampiezza di vedute l’impossibilità a perdere fascino. Il sentimento declinato con virtuosismo tecnico conta ancora qui i suoi eroi. Anche stavolta non sono rimasto deluso, e lasciatemi riascoltare questo viaggio per farmi ricominciare a sorridere. 

Roberto Sky Latini

 

01.  The absurdus Circus

02.  Live Today

03.  One more last Chance

04.  As Long a It Lasts

05.  Den of Snakes

06.  Words Minefield

07.  The Unexpected

08.  Dance with Tears in my Eyes

09.  Sleepwalker

10.  A Reason to Survive

11.  Finally Free

 

Roberto Tiranti – vocals
Olaf Thörsen – guitar
Andrea Cantarelli – guitar
Oleg Smirnoff – keyboards
Nik Mazzucconi – bass
Matt Peruzzi – drums

 

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