Oracle Sun

                                                                             Machine Man

                                                                             Volcano Records

                                                                             www.oraclesun.net

 

 

Dopo quindici anni riemergono dall’oblio i Power-prog d’Italia che nel 2005 esordirono con ‘Deep Inside’, un lavoro che fu buono ma soffrendo della presenza di alcuni brani scontati. Lo strano è che oscillava tra ottimi pezzi e altri poco significativi; tanto bella per esempio ‘New Sunrise’, quanto poco personale ‘Stand Alone’, nonostante l’energia. Quella debolezza ivi riscontrata, in questa uscita 2020 non c’è, ogni episodio risplende con una forza vivificante evitando qualsiasi caduta di sapore. Nessun filler, ma nemmeno brani considerabili minori, in quanto ognuno possiede la scintilla che può creare interesse nell’ascoltatore.

La partenza di ‘Edge of Life’ è in linea con quello che viene dopo, e quindi la dinamicità, la freschezza e la luminosità sono qui il biglietto da visita che annuncia come sarà tutto l’album dal punto di vista del carattere. Ma attenzione, essa non è esaustiva del songwriting che nelle successive tracce esprime una brillantezza compositiva sempre più ampia e variegata.

Come avveniva nel primo album, il disco sembra salire di bellezza traccia dopo traccia, il meglio non è infatti all’inizio; ma qui il punto di partenza più basso è già verso la vetta. Difficile dare un esempio della traccia migliore, per l’ascoltatore sarà solo una faccenda personale di gusti. Colpisce l’orecchiabilità di ‘CALLING’, perchè riesce a farsi molto immediata e fascinosa senza alcuna concessione all’AoR o alla bassa commercialità, anzi mantenendo veloce la ritmica come nella migliore tradizione e intanto anche inserendo flash vocali di indurimento (quest’ultima cosa avviene anche in altre tracce).

C’è la fluida e passionale titletrack ‘MACHINE MAN’, tonica e legata a certi elementi nordeuropei, che ne fa, tra i vari momenti, forse quello più svedese alla Malmsteen. ‘DAYDREAM’ è un esempio di come il gruppo usi, senza addentrarvisi troppo, il lato Prog (anche se qui, parzialmente, il cantato ricorda piacevolmente le modulazioni canore di David Bowie); lato Prog che in questo specifico caso  viene mischiato alla orecchiabilità quasi sbarazzina del ritornello, lucidamente frizzante.

E la finale ‘COMING BACK’ sta dentro le cose migliori dell’album, con un cantato anche un po’ teatrale, dove ad un certo punto interviene come ospite anche il mitico Tiranti col suo timbro riconoscibilissimo, il quale è comunque presente in altre parti corali del full-lenght (l’unica cosa: non mi piace come termina la song. Dovevo dirlo).L’attenzione non è data soltanto ai giri riffici e alla melodia, già di per sé sostanziosi, quello che troviamo è una ricchezza strumentale e di arrangiamento, dentro una pulizia tecnica di tutto rispetto.

La bellezza della voce, la sua bravura sia tecnica che interpretativa, non evitando alcune piccole indecisioni, rende al meglio linee vocali piuttosto elaborate, in cui lo sforzo di ottimizzarli ha avuto sicuramente bisogno di un  impegno consistente; in ogni caso la validità canora globale, anche curata con cori solari, è di alto livello.

Le tastiere non sono basate su virtuosismi particolari, però si prendono il loro spazio, essenziali per molte enfatizzazioni necessarie alla trama. I chitarrismi sono ben tonificanti, ma più che buttarsi sugli assoli (pur presenti), vogliono fornire spessore alla struttura delle song. Basso e batteria sostengono il tessuto sonoro con una performance grintosa, di rilievo. Insomma tutti i comparti emergono con decisione.

Non mancano inflessioni dure nella trama del metal melodico espresso, anche se sono avvolte da una sonorità mai pesantissima. Di base siamo di fronte ad un netto Heavy Metal di stampo italiano, in quella via italica al Power Metal tracciata da VisionDivine e Labyrith in una maniera tutta melodica che ha le sue matrici scandinave senza però rimanervi relegati, e diversa da quella teutonica più quadrata. Se la band non fosse stata costretta a fermarsi, oggi sarebbe conosciuta come gli Hollow Haze e altri della scena degli ultimi anni, che insieme mantengono elevato lo standard del nostro paese, con caratteristiche che fanno del nostro Power una corrente a sé e a cui oggi contribuiscono gli Oracle Sun alla pari, anzi forse con un guizzo eclettico in più, con questo prezioso capitolo senza crepe.

Grande dinamismo e tanti i passaggi a cui fare attenzione nella fruizione. Non si nuota in un mare sconosciuto, i riferimenti culturali dei passati decenni si sentono chiaramente, la questione è che la band sa tradurre le proprie visioni in evoluzioni tutt’altro che chiuse in se stesse, sempre in grado di accendersi con accenti dal gusto ineccepibile. Grandi canzoni venate di spirito progressive, sebbene non esteso, utilizzato solo per non rimanere relegato in costruzioni monolitiche.

In realtà questa opera non nasce dal nulla, parte delle canzoni erano già in conformazione da molto tempo, ma qui si sente chiaramente come i cambiamenti e la progressione della storia metal siano stati vissuti e vagliati dai musicisti in questione, direi assimilati e masticati, per avere un prodotto moderno e assolutamente maturo. Della formazione originale è rimasta la sezione ritmica del bassista e del batterista, ma se le varie vicissitudini del combo hanno tenuto in stand-by la possibilità di entrare di nuovo in gioco, siamo contenti che si abbia avuto il coraggio di riesserci visto il risultato pregnante ottenuto. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Edge of Life

02.  Million to Ascension

03.  Fallin’ Time

04.  Machine Man

05.  Sunset Feelings

06.  Look behind Me

07.  Daydream

08.  Calling

09.  Coming back

 

Wild Steel – vocals

Tommaso pellegrini - guitars

Giacomo Paradiso – guitars

Alessio Pascucci – keyboards

Alessandro Cola - bass

Frank Andiver - drums

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