Stage of reality

                                                                 The breathing machine

                                                                 Nuvi records

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Finalmente un gruppo che si esprime con forte personalità. L’Italia romana entra in gioco con una nuova band, che scrive un lavoro con una impronta netta, senza basarsi sulla velocità o l’ipertecnica, ma sul carattere e un songwriting denso. Denso ma non complesso, basato sull’emozionalità atmosferica e meno sulla costruzione strutturale, sebbene vi siano passaggi e momenti interessanti anche da questo punto di vista.

Il chitarrista Neri ha suonato con Blaze Bayley (ex-Iron Maiden), ma lo stile di questo combo non si rifà ad un preciso gruppo del vasto panorama metal, piuttosto elabora una strada che vuole cercare una propria espressività. La creatività si snoda alla pari tra voce e chitarra, ma la sei corde rimane sempre centrale sia che imbastisca tessuti ritmici, sia che si srotoli su percorsi solisti. Ed infatti la chitarra non ha remore, e si scatena in scorribande soliste marchiando anche acidamente la linearità compositiva (sentire quella di “Mindless” e di “The next generation”). La verve metallica è ben presente ma si alterna, a volte all’interno della stessa song, con espressioni legate al semplice rock. Si lega anche alla tradizione italiana, senza cadere nella parte pallosa e negativa di certo rock italiano alla Afterhours o alla Verdena, ma solo a quella migliore di esso. Anzi, collega quel rock italiano alla realtà internazionale, facendosi pienamente maturo. C’è del metal classico, e una attitudine che spazia molto fra gli stili anche non metal, ed è per questo che si può considerare un quadro dipinto con una prospettiva Prog, senza esserlo del tutto.

La prima traccia, cioè la title-track, è claustrofobica, non eccelsa come pezzo pur con la sua atmosfera intrigante, ma poi il disco si apre a più ampie atmosfere e migliori scritture. Fra gli episodi più validi possono essere citati “Shadows from the past” che pare rifarsi ad “Heaven and Hell” dei Black Sabbath, ma suonando verso lidi più moderni. Proprio questo pezzo rappresenta al meglio il lato più lineare dell’album, con struttura che si fa sostenere dalla trama riffica semplice al servizio della fascinosa linea cantata, da cui fuoriesce l’assolo che gioca per conto suo, tradizionale e tradizionalista ma bello.

L’altro bel momento appare con “The Lies Box” che racchiude un riff heavy a cui viene affiancata una ritmica da dance music e un cantato alla David Bowie. E ancora va citata la dura “Mindless” che pur tentando di accostarsi a techno e ritmicità ballabili alla Subsonica, ha scoppi punk, penalizzata da una chitarra ritmica un po’ troppo debole, ma che comunque riesce nell’intento di mantenere una sufficiente vena hard.  Tra le quattro migliori sta la conclusiva “The next generation”, che si produce metallicamente anche nella velocità, variando in realtà i ritmi, e accostandosi alla verve dei Queensryche sebbene solo in parte; dall’altro lato infatti gioca molto sui riff e sul groove ribassato. Su questo brano si è costruito il video ufficiale dalla veste tecnologica.

La vivacità meno metal, appunto prettamente rock, si trova in pezzi come la liquida “Good & Evil”, lucente e comunque vigorosa, e nella solo parzialmente elettronica “Grey Man” che sembra un piacevole incontro tra il funky e il revival rock anni ’60/’70 come era stato inteso negli anni ’90, finendo per dare una certa ecletticità all’album. Ancora rock l’acustica e soffice “Where are we going”, suadentemente accattivante. Ma le più rappresentative nel senso dell’italianità sono “Five senses” e “The Building” i cui arrangiamenti incontrano Solieri e Vasco Rossi, migliorandone lo stato interpretativo. Essere italiani fa correre questi rischi, ma fortunatamente gli StageOfReality hanno risorse di spessore artistico non comune.

Questo è un concept album sui mass-media, l’aumento della incapacità critica della gente ed il potere. Prende come spunti, a dire dei musicisti, Pier Paolo Pasolini e Orwell con “La fattoria degli animali”. Il significato narrativo si trova nel parlato in lingua italiana (Il disco è cantato sempre in inglese) presente nel brano “Mindless”: “Da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura”; il messaggio è che la tecnologia rattrappirebbe le capacità intellettuali e morali e sarebbe a servizio del potere. Un minuto e sette secondi di parlato per me è un po’ troppo che non amo questo tipo di intermezzi se non in casi rari, meglio se il monologo fosse stato cantato.

Nella sezione ritmica la batteria non è l’elemento meglio riuscito, ma fa tranquillamente il suo compitino. Diversa è la valutazione che si può fare per il basso, di carattere e ben presente. La voce non dà alla luce virtuosismi di sorta, ma è sempre una entità portante, melodica, riuscendo a produrre un  tono deciso, senza mai essere graffiante o aggressiva. Ribadisco: voto massimo alla chitarra che in certi assoli è di peso. Un lavoro affascinante, a volte sintetico, a volte più variegato, ma che sa sempre dove dirigersi e che si nega alla mediocrità. Ascolto necessario!

 

Sky Robertace Latini

 

01.  The Breathing Machines

02.  Shadows from the past

03.  Godd & Evil

04.  The Lies Box

05.  Five senses

06.  Grey Man

07.  The Building

08.  Mindless

09.  Where are We Going

10.  The Next Generation

 

Francesco Marino - vocals

Andrea Neri - guitars

Bernardo Nardini - guitars

Marco Polizzi - bass

Daniele Michelacci - drums

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