Motorhead

                                                                   Ace Of Spades “40th Anniversary”

                                                                   BMG

                                                                   www.imotorhead.com

 

 

La ristampa pubblicata ad ottobre 2020 ci ricorda che c’è un mito britannico da celebrare (celebrato con edizioni diverse e ulteriori contenuti). Non avevo intenzione di scrivere di questo quarantennale (l’album originale uscì per la Bronze il 9 Novembre) perché cosa vuoi poter riuscire a scrivere di un disco così iconico per tutti i metallari, vecchi e nuovi? Lemmy è Lemmy, e i Motorhead sono i Motorhead. Ma soprattutto “Ace of Spades è “Ace of Spades”, nel senso che gruppo ed album sono in simbiosi totale.  Anche i neofiti dei Motorhead alla fine vengono condotti ad “Ace…”. Ma l’editore mi ha chiesto di farlo ed io ubbidisco, anche perché l’album è per me una calamita, un fuoco che ancora arde a fiamma alta attirandomi come la falene alla luce.

Trentasei minuti tirati (giusto una pausa con “The Chase is better than the Catch”) e una cascata di adrenalina che è come buttare giù a sorsoni continui una birra gelata che brucia in gola. Antesignani del Thrash, lo sanno tutti; anima Rock’n’Roll ed è il solito bellissimo luogo comune; musica da vero rockettaro, e ogni vero metallaro possiede una copia del disco osannandola come avesse una medaglia al petto. Questo lavoro è l’anello nuziale della fede metallara, e Lemmy è il testimone per eccellenza. Vedete? Non riesco a penetrare nell’opera e resto appiccicato alla figura del fan duro e puro. Ma se con altri dischi vale la pena fare una analisi in qualche modo critica, con “Ace of Spades” vince l’istinto.

Per parlarne ho dovuto e voluto sentire mio fratello, anche lui un metallaro della prima ora, il disco lo comprò lui (io m’ero gasato per ‘Overkill’), e il suo amore per l’Heavy Metal sembra meno estroverso del mio che teatralizzo tutto. Ma per ‘Ace of Spades’ anche lui precipita nella passione pura. Il risultato delle disquisizioni su questa opera è che essa è “Un punto fermo”, un “capolavoro”, ma capolavoro inteso in modo diverso da un disco dei Dream Theater o dei Saxon, dove si trova anche un po’ di testa. Se l’Heavy Metal sono i Judas e gli Iron, magari Helloween; Queensryche e Metallica, possiamo inserire la band dei Motorhead nello Speed-Metal, ma è riduttivo.

Cosa si trova in un full-lenght come questo? In quel momento “volevo un disco potentissimo dall’inizio alla fine” dice sempre mio fratello, ed in effetti prima del 1980 non esisteva un disco “potenza totale” come questo. ‘Motorhead’; ‘Overkill’ e ‘Bomber’ erano episodi singoli, sì violenti, ma dentro album piuttosto groovy e rocciosi, non del tutto deflagranti (c’erano anche brani quasi doom come ‘Capricorn’; ‘Stay Clean’ e “Sweet Revenge”). E poi ecco “Ace…” dove il rock’n’roll punkeggiante s’imbizzarrì diventando un unico solido pugno nello stomaco. Fu la realizzazione di un desiderio adolescenziale: “Ero affascinato da ‘It’s Alive’ dei Ramones (1979) che era un brano dietro l’altro, tutto sparato a mille, però era punk; io volevo qualcosa di più.

E poi è uscito ‘Ace of Spades’”. Sono passati quarant’anni ed esso è ancora lì: “E’ ancora il punto che non è mai stato superato”. Il Black e il Death sono più estremi, ma non sono l’anima pura della violenza Rock’n’Roll. Quest’anima pura ed incontaminata è rappresentata in maniera massimale solo da “Ace of Spades”. C’è della tecnica, certo, e bravura, ma l’effetto appare tutto cuore, tutto carne, tutto passione. A parte la ormai iconica title-track, ci sono pezzi come “The Hammer” altrettanto veloce dove è chiara l’influenza Punk, e “Shoot You in the Back” che non ha bisogno di velocità per annichilirti.  Ancora  “Fire Fire” arremba semplice e diretta, e ancora con maggiore semplicità “Bite the Bullett” che dura appena più di un minuto e mezzo. Poi c’è “Dance”, ma non è certo per ballare in discoteca, bensì per farti un bel giro di guitaring vecchio stile, esaltando lo spirito rockettaro dell’appassionato metal. Ogni traccia con assoli taglienti e riff incrostati che avvolgono.

Per dovere di ufficialità nomino anche “We are the Road Crew” perché sopravvissuta al tempo grazie ad ogni concerto della band, mentre legata di più agli anni precedenti troviamo “The Chase is better than the the Catch” che rallenta ma è piena di gravido calore e comunque ossessivamente incalzante (è, fra tutti, il brano che più si lega all’immagine da cowboy di copertina); quest’ulitmo forse il pezzo cadenzato migliore di tutta la discografia dei Motorhead col suo riffing superbo e con la voce di Lemmy che presenta un gran fascino. Nella questione valutativa non si può prescindere dagli altri due musicisti, in quanto il loro stile, sia alla chitarra che alla batteria, sono riconoscibilissimi, dopo anni ancora rimangono peculiari; in particolare il drumming è ancora oggi unico. I Motorhead hanno fatto altri dischi belli (e altri meno belli), ma anche se talvolta sono stati maggiormente elaborati, “Ace of Spades” rimane un evento a sé, per storia, ma anche per espressività. I tre caballeros sono ormai morti, ma come si dice, vivono nella storia e ci vivono alla grande. E il nostro è “amore”, amore incondizionato da metallaro sanguigno; trasporto emotivo verso una figura sonora insostituibile. Forse non il primo amore, ma amore per tutta la vita. 

Roberto Sky Latini

 

 01.  Ace of Spades

02.  Love Me like a Reptile

03.  Shoot You in the Back

04.  Live to Win

05.  Fast and Loose

06.  (We Are) The Road Crew

07.  Fire, Fire

08.  Jailbait

09.  Dance

10.  Bite the Bullet

11.  The Chase Is Better than the Catch

12.  The Hammer

 

Lemmy Kilmister – vocals / bass  

Eddie “Fast” Clark - guitar

Philty “Animal” Taylor – drums

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