Queensryche

                                                                            Empire

                                                                            EMI

                                                                            www.queensrycheofficial.com

 

 

 

Trentennale dell’album di maggior successo della band. Nel 1990 i Queensryche arrivarono musicalmente al top della loro carriera con  “Empire” che era l’album numero 4 della discografia esordita con un ep nel 1984, considerato importante quanto un full-lenght per la sua pregnanza artistica. Quindi quinto lavoro prodotto con lo stesso livello compositivo sempre al massimo delle uscite precedenti. Ma qui c’è un cambiamento che vira verso una orecchiabilità più marcata; ciò, con la congiunzione della fama ormai in crescita, li spinse ad una ancora più grande visibilità e i frutti raccolti furono copiosi. Da questo lavoro vennero tirati fuori ben sette singoli.

L’apripista “Best I can” denota orecchiabilità tipica degli anni ottanta ma espressa a livelli inappuntabili, raffinatezza metal che prende un po’ da  Yes e Rush, ma il brano rimane nell’alveo Heavy. E’ “Jet City Woman” uno dei pezzi chiave dell’album, in quanto vi viene declinato il carisma del cantato con una facile fruibilità che è data sia dall’arrangiamento che dal ritornello, a dare l’esempio di come si possa esprimere senso commerciale insieme a forte impronta artistica visto che il risultato non è affatto banale. Altra traccia che segue questa stessa concezione è “Another Rainy Night” che scorre facile ma donando classe ed appeal. “Della Brown” è sicuramente il pezzo meglio legato al senso progressive della band dove si respira un po’ dei Supertramp quando questi non erano pop-style.

Anche “Empire”, più heavy, è di tipo prog, e lo fa con molta più vicinanza al passato, assimilabile, per certi versi, ad un brano tipicamente Queensryche come “Revolution Calling” di “Operation Mindcrime” (1988), anche se “Rev.Cal.” ha un approccio più ficcante. Però è nelle ballate che il senso emozionale si amplia, e risultano soft-song da brivido sia “Silent Lucidity” che “Anybody Listening?”, le quali non hanno però nulla del brano calmo del Pop, intrise come sono di spirito Progressive. La prima prende ispirazione sicuramente dai Pink Floyd, pezzo soave da novanta che fece furore nelle classifiche, e la seconda più di tipo ballata metal; è questo tipo di sonorità atmosferiche che in qualche modo continuerà ad aleggiare in Promised Land con pezzi come “Out of Mind”; “Lady Jane” e “Someone Else?”. Meno tasso Prog in “The thin Line”, anche qui comunque Geoff gioca tutto sul pathos interpretativo classico della sua voce. Class Metal alla Dokken in “One and Only”, annoverabile tra i brani minori del lotto, ma che naviga sopra le altre due più facili e anche meno interessanti quali “Resistance” e “Hand on Heart”; la prima simil AoR come la farebbero gli Yes o gli Asia, mentre la seconda, nello stesso alveo, aggiunge un cantato più con lo stile alla Bowie.

L’album raggiunge quell’equilibrio tra pregnanza artistica e commercialità che era mancata fino a quel momento, e l’album guadagnò molto di più di ogni lavoro precedente; arrivarono anche i premi come i dischi di platino. I temi lirici, in contrasto col sound alleggerito, sono sempre seri e riflessivi. Lavoro supercurato e pulizia ineccepibile, a valorizzare tutti i comparti sonori per uno dei prodotti migliori dell’anno 1990 (insieme a “Painkiller” dei Judas; “Cowboy from Hell” dei Pantera; “Rust in Peace” dei Megadeth) e apice del gruppo tra successo e qualità. Di certo ancora lontano dall’ambiente Grunge che era ormai iniziato. Con questo disco la band mantenne alti gli standard compositivi, in grado di regalare emozioni anche senza durezze particolari, ma senza nemmeno vendersi al mainstream abbassandosi di livello, e quindi conservarono la loro verve di arte pura.

E’ stupefacente trovare tante ottime tracce, solo tre pezzi flettono senza però farsi filler. Ogni episodio possiede una brillantezza che riuscirà nell’intento di ampliare la propria platea d’ascolto senza perderne. Infatti il sound non diviene mai easy listening, permanendo appieno in contenuti valoriali non annacquati, anche nelle tracce più orecchiabili. Del resto non c’è stravolgimento rispetto alle esperienze passate, si percepisce una certa continuità con la discografia precedente. Né appare esaustivo con questa uscita il discorso espressivo prodotto perché parte di queste inflessioni artistiche riapparirà nell’altro ottimo capitolo successivo. In realtà una piccola variazione stilistica si odorerà successivamente con il meno solare “Promised Land” nel 1994, quando ormai il Grunge aveva dettato legge. L’album “P.Land”, pur con varie tracce soft, prenderà una strada meno commerciale tornando a comportamenti meno accessibili, ma non del tutto diversi dal passato, anche se con un’anima più legata alla faccia culturale-storica del momento, forse da considerare appartenente al nuovo alveo della scena grunge.

Questa fase lunga dieci anni diverrà importante con la ripresa culturale del metal classico, dove tutta la prima discografia dei Queensryche, dall’ep fino a “Promised Land”, compreso questo lavoro in oggetto, diverrà ispirazione di molte realtà metal eleganti degli anni duemila.

“Empire” è l’ultimo album prima dell’esplosione del Grunge che avvenne l’anno dopo (1991) con “Ten” dei Pearl Jam (esordio); “Badmotorfinger” dei Soundgarden (terzo album) e soprattutto “Nevermind” dei Nirvana (secondo album). Un caso che siano tutti di Seattle, compresi i Queensryche? Nel 1994, tornando a “Promised Land”,  tra le righe prog lì prodotte, potremmo intravedere anche qualche accenno grunge, almeno nell’attitudine.

 Il tasso Heavy era già diminuito con “Empire”, ma già in alcune sonorità tratte da “Rage of Order” (1986) si potrebbe considerare che la band non avesse un atteggiamento da Heavy Metal tradizionale, che cioè vi fosse qualcosa di più introspettivo e l’introspezione è uno degli elementi sonori basilari del grunge; siamo sicuri che alcune connotazioni alla Queensryche non abbiano ispirato il grunge, vista anche la contiguità geografica? Lì a Seattle quanto i Queensryche potrebbero aver influenzato il grunge? E viceversa alla fine i Queensryche non avrebbero che elaborato successivamente un seme che già avevano in sè.  E’ una forzatura dialettica pensare che Queensryche e Grunge si siano influenzati a vicenda? Di certo come prova di questa considerazione l’album “Empire” è il meno indicato da portare come prova. Festeggiate i suoi trenta anni riassaporandolo! 

Roberto Sky Latini

 

01.  Best I can

02.  The thin Line

03.  Jet City Woman

04.  Della Brown

05.  Another rainy Night (without You)

06.  Empire

07.  Resistance

08.  Silent Lucidity

09.  Hand on Heart

10.  One and Only

11.  Anybody listening?

Geoff Tate – vocals
Michael Wilton – guitars
Chris DeGarmo – guitars
Eddie Jackson – bass
Scott Rockenfield - drums

 

 

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