Gwydion

                                                                       Gwydion

                                                                       Art Gates Records

                                                                        www.facebook.com/GwydionPT 

 

 

Quando il Folk Metal incontra esponenti adatti alla sua estrinsecazione, riesce ad ampliare le proprie potenzialità; il folk, per funzionare non deve essere relegato ad un solo modus operandi anche se a volte sembra difficile tirarne fuori un po’ di varietà. I portoghesi Gwydion riescono nell’intento riempendo di tentativi variegati la massa di musica che scrive. Il sound folk viene poi corroborato da un sinfonismo di base che si lega perfettamente all’epicità del Viking Metal suonato. E’ la voce a rendere l’aspetto duro del gruppo, un modo di veicolare l’ugola che è vicino al metal estremo ma che non la fa virare verso quel lato. Da tenere presente che nemmeno il drumming e il riffing sono suoni fievoli. Ci sono accentazioni che rendono chiaro come la band non si accontenti del minimo, coniugando le idee con intelligenza compositiva.

Un brano come l’ottimo veloce “THE BARDS” regge l’attacco delle tastiere rimanendo cruento pur immerso in suoni morbidi, e ciò avviene spesso nel lavoro. Avviene subito infatti con il riff potente e la voce scura di “THE CHAIR OF THE SOVEREIGN” che addensano l’ascolto. La Power battaglia “BATTLE OF ALCLUD FORD” ha un tasso più alto di folk-style rispetto alla media dell’album ma è uno dei momenti più accattivanti con la sua anima schizzata ed il suo esasperato essere estroverso. La title-track “GWYDIONN” possiede una atmosfera evocativa che gioca su una certa variabilità estetica, circondata da una magia anche suadente.

“Steed Song” è un altro episodio che testimonia la capacità di questi musisicisti di giocare con i  cambiamenti e di imprimere forza. Naturalmente non può mancare la parte ludica dello spirito Folk; ci pensa la saltellante “ALE MEAD AND WINE” che ubriaca l’ascoltatore con la sua scorribanda incessante; spesso questi tipi di song sembrano più un esercizio di stile che le fa assomigliare tutte, invece qui la velleità impattante la rende efficace al quadrato. “HAMMER OF THE GODS” piace per la sua coralità maestosa. Non poteva mancare la canzone a voce femminile per dare al folk un pizzico di goticismo suadente in una ballata acustica; “A RODA”, cantata in lingua madre, è realizzata con grande classe e diventa anch’essa una delle cose migliori del disco, magari poteva essere meglio sfruttata invece che terminare dopo soltanto due minuti e mezzo. Brani minori per songwriting come “Plaeu Yr Reifft” si fanno ascoltare perché comunque sprigionano energia; lo stesso dicasi per l’altrettanto minore “Hostile Alliance”, dove l’iniziale riffing massiccio perde energia stemperandosi quando si alza di tonalità creando una crepa nel muro sonoro; alla fine il brano rimane un classico svolazzo folk piuttosto canonico, nonostante spunti interessanti che però sembrano non sfruttati a dovere; brano un po’ piatto, rappresentante del lato meno funzionale dell’opera. Ma anche questi esempi di minore impatto hanno un minimo di valore grazie alla capacità di gestione negli arrangiamenti, lasciando che venga mantenuto un buon livello globale.

Nel 1998 esordio con un demo e nel 2008 primo full-lenght (“Ynys Mon”); oggi siamo al quinto album e il sound è ancora fresco e fluido, con la dovuta maturità scaturita dagli anni ma con la vibrazione di tipo giovanile che fuoriesce da certe modulazioni. Con le ugole la band si scatena in maniera differente evidenziando in ciò una divertente ecletticità. Quattro tipi di voce tra Screaming (il principale); growling cupo; voce pulita ad incidenza roca; voce pulita acuta, a cui si aggiungono i cori grevi che caratterizzano questo tipo di proposta. Il tessuto chitarristico è quasi sempre impregnato di tastiere, ma sa farsi pesante in maniera quasi continuativa. Non vi sono molti assoli degni di questo nome, però la trama compositiva funziona con molta attenzione per i giri di note che scorrono con leggerezza anche in mezzo ai tumulti heavy. Non siamo di fronte ad un combo di virtuosi dello strumento, molto più portati alla costruzione d’insieme e alle elucubrazioni canterine. Di certo è forte la personalità e la caratterialità espressiva; i Gwydion sono riconoscibili in mezzo alla folla di band. Tanti pregi che vanno colti con attenzione perché ad un primo ascolto si rischia di non captare le particolarità. Esistono anche passaggi deboli ma la maggior parte delle tracce è oggettivamente ficcante.

Roberto Sky Latini

01.  Stand alone

02.  The Bards

03.  The Chair of the Sovereign

04.  Hostile Alliance

05.  Battle of Alclud Ford

06.  Cat Goddeu

07.  Gwydion

08.  Dead Song

09.  Steed Song

10.  Ale Mead and Wine

11.  A Battle

12.  Plaeu Yr Reifft

13.  Hammer of the Gods

14.  A Roda

Pedro Dias – vocals
Miguelò Kaveirinha – guitars
Luis Figueria – guitars
Daniel César - keyboards
Bruno Ezz – bass
Marta Brissos – drums

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