Armored Saint

                                                                                 Punching the Sky

                                                                                 Metal Blade Records

                                                                                 www.armoredsaint.com

 

 

 

Il metal di questa band americana è quel classico Heavy Metal raffinato che sfiora il progressive senza diventarlo. Un po’ come hanno fatto per anni gli Iron Maiden da “Piece of Mind” prima di mettere davvero tutto il piede nel Prog. Se gli Armored Saint all’inizio potevano essere considerati una realtà minore, oggi hanno dalla loro un fascino di ampio respiro e sono diventati, non da oggi, una importante figura del panorama Heavy, che ha ormai superato in creatività molti nomi altisonanti della scena. Questo album è l’ulteriore conferma di questa loro posizione da maestri e non più da scolari. Un album il cui valore è più o meno equiparabile a “Win Hands down” del 2015, per il quale al tempo scrissi che era l’album che spiegava come va modernizzato ciò che era nato negli anni ottanta, e la cosa vale anche oggi con la nuova e ottava uscita in questione, anche se leggermente meno moderno.

Brani articolati e dinamici come le prime tre tracce rappresentano un alto livello compositivo, mai scontato. Non si tratta di eleganze cerebrali, ma di buongusto corposo. “STANDING OF THE SHOULDERS OF GIANTS” ed “END OF THE ATTENTION SPAN” snocciolano personalità nella tradizione. “BUBBLE” è invece più elaborata passando da una tonicità hard ad una melodicità più aperta, in cui il ritornello diventa orecchiabile e melodico, ma non alla maniera dell’AoR in quanto la sensibilità rimane del tutto dentro l’alveo stilistico dell’Heavy. Molto orecchiabile anche il ritornello di “Lone Wolf” in cui lo stampo è più simil-Stoner sebbene con una certa nota di epicità calda come un ibrido tra Monster Magnet e ultimi Grand Magus.

Unaò song alla Iron Maiden arriva con il pezzo più veloce del lotto “Missile to Gun” anche se non è nella metà migliore degli episodi del disco, in quanto proprio meno personale. Questi musicisti sanno mescolare bene varie ispirazioni sonore, per esempio si percepisce una ritmica thrasheggiante in “Do Wrong to none” anche se il ritornello non è thrash. Un pezzo come “BARK, NO BITE” sorprende per la sua spensieratezza frizzante che esce dalle righe standard del lavoro e si pone all’ascolto come una momento a sé stante, con una parvenza di ecletticità che enfatizza sia voce che chitarre in una estetica un po’ schizzata, e riesce così bene da diventare una delle cose migliori qui realizzate; l’inizio presenta la doppia chitarra alla maniera dei Thin Lizzy ma poi prende la sua propria strada seguendo una scia ironica.
E’ un pezzo musicalmente introspettivo come “Unfair” a rendere bene l’idea di una band che non punta sul sicuro ma inserisce sempre qualche elemento di diversità, qui con una delicatezza che sale fino ad un crescendo emotivo realizzato in modo asciutto ma ficcante. La conclusione viene lasciata ad una incalzante atmosferica maestosità che è fra le cose più pesanti dell’album, “Never You fret” evita chiusure asfissianti e si diverte nell’assolo in un intreccio tra basso e chitarra e cavalcandolo con elettricità spumeggiante.

Più che brani da impatto esplosivo sono cavalcate descrittive con la durezza nella sequenza dei riff e nell’ugola parzialmente roca e per questo umorale, voce che però riesce anche ad essere limpida nei toni più pacati. Il songwriting si dipana con fluidità trascinando l’ascoltatore con sé in un andamento fatto di virtuosismi, i quali non sono ipertecnici, mantenendo così il senso evolutivo di canzone spontanea. Più volte nel cantato sembra di intravedere Bruce Dickinson, senza però ricalcarne del tutto lo stile. Di certo le linee sviluppate dalle parti cantate non si accontentano di fare strofa- ritornello, ed aumentano la loro parte quantitativa generando anche una maggiore qualità.

Gli assoli sono belli pur andando in secondo piano rispetto all’originalità dell’interpretazione canora. Diciamo che compositivamente siamo nella forma base dell’Heavy, rigettando però una espressività troppo snella, senza per questo rendere la loro musica difficile; l’insieme infatti è piuttosto diretto, non semplificato. C’è grande differenza tra un brano e l’altro ma anche molta varietà nelle singole tracce. Ad ogni ascolto sale il piacere di una opera che riesce a far permanere un senso di sorridente appagamento.

Roberto Sky Latini

01.  Standing of the Shoulders of Giants

02.  End of Attention Span

03.  Bubble

04.  My Jurisdiction

05.  Do wrong to None

06.  Lone Wolf

07.  Missile to Gun

08.  Fly in the Ointment

09.  Bark, no Bite

10.  Unfair

11.  Never You fret

 

John Bush – vocals
Phil Sandoval – guitars
Jeff  Duncan – guitars
Joey Vera – bass
Gonzo Sandoval – drums

Patrick D’Arcy – bagpipes
Jacob Ayala – percussions
Dizzy Reed - keyboards

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