Hellraiser

                                             Revenge of the Phoenix

                                             Autoproduzione

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La musica Heavy Metal dei primi anni ‘80 rifiorisce ogni anno in qualche gruppo nuovo perché ha il fascino magico di un passato eroico. L’Italia umbra da quest’anno si fa ben rappresentare anche da una band di Città Di Castello, la quale, in quanto a tecnica ed idee, non ha timidezze. La NewWaweOfBritisHeavyMetal è realmente presente nei riff e nell’attitudine, con ampie influenze di stampo maideniano (“Way of the brave” e “The forge”), senza eccedere in tal senso. C’è pure molto dell’Italia metallica di quegli stessi anni, ma con la produzione di oggi. Gli Hellraiser esistono dal 2000 ma si trattava di una cover band, poi nel 2009 si decide di percorrere la strada di brani originali. Il 2014 sforna il loro esordio, ed è già performance di classe.

La voce merita una nota a parte perché è ampiamente capace sebbene vi siano varie piccole ingenuità. Il canto è quasi sempre in alta tonalità e studia linee vocali mai banali, tanto che sono assenti ritornelli facilmente assimilabili. E’ poi bellissima l’interpretazione delle parti più soft, con una voce che sa modulare bene l’ugola nel creare una certa magia come avviene in “Revenge of the Phoenix”, un brano che poi si trasforma in un tempo cadenzato tipico di certo metal vicino ai Judas Priest; e la cosa si ripete nella più introspettiva  “Pillars of life”. Peccato che la forma ballata si limiti a brevi input, poichè in questo la band appare migliore di quello che altri gruppi riescono a realizzare. Soltanto in “Gates of fate” il cantante è al limite della stonatura, mantenendo sempre troppo alta la tonalità, e comunque anche la linea melodica non è all’altezza delle altre song sebbene l’atmosfera riffica e solistica degli strumenti sia efficace.

Gli assoli sono tutti al posto giusto, non vogliono scatenare suoni slacciati dal contesto, e i pur lunghi momenti solistici danno il senso di una costruttività d’insieme che si mantiene all’interno del songwriting.

L’ “Intro” è riuscito e presenta l’album come si deve, ma i due pezzi successivi sono chicche validissime, forse le due migliori dell’album: “In the name”, dal riff netto e preciso, scorre con intensa dinamicità, mentre “Nightmare” riesce ad evocare l’epicità ariosa del metal più limpido. Altre perle avvincenti sono “Last command”, tra Judas e Iron, che forse meriterebbe la parte di singolo se ancora vi fosse il vinile e la già citata “Pillars of life” che scorre fluida e ci regala una splendida chitarra solista.

Non mi piace mai che un brano termini sfumando e purtroppo la title-track lo fa, ma lo si perdona loro perché per il resto ogni finale possiede il giusto carattere.

La band non sceglie l’impatto violento o la grande velocità, il Power Metal si trova solo come momento interlocutorio qua e là, possiamo invece parlare di puro Heavy Metal. L’energia c’è ma si snoda fra assoli e cambi di ritmo che per essere assimilati hanno necessità di ascolti ripetuti e sembra che nulla sia lasciato al caso. In tal senso “In the name” rappresenta perfettamente questo gioco di variazioni, con la sua lunga parte solista.

Difficile stare lontani dalle fonti quando si è in un genere così specifico, eppure c’è una certa interessante personalità che li rende attrattivi, con una atmosfera di ampio respiro che ricorda si il metal inglese (e quello italiano che lo imitava), ma anche i primi Queensryche, quindi con una ricercatezza e raffinatezza di fondo che sta lontano dalla presa immediata. In un panorama pieno di album, onore al coraggio di una band che ha registrato un disco cercando di farlo nel modo più serio e creativo possibile. Il carattere è forte e la sensibilità non è da meno.

Promozione piena. Non si esce dai canoni della migliore tradizione, eppure c’è l’abilità di chi ha capito cosa sta suonando. Non vi sono troppi atteggiamenti reverenziali; anzi si suona provando, riuscendoci, a non accontentarsi, anche a costo di apparire presuntuosi. Bè, il risultato li fa apparire per quello che sono, cioè dei bravi musicisti e dei bravi compositori.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Intro

02.  In the name

03.  Nightmare

04.  Way of the brave

05.  Gates of fate

06.  Revenge of the Phoenix

07.  The forge

08.  Last Command

09.  Pillars of life

 

 

Cesare Capaccioni – vocals

Michele Brozzi – guitars

Marco Tanzi – guitars

 

Riccardo Perugini - drums

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