Pessimist

                                                           Holdout

                                                           MDD Records

                                                           www.facebook.com/pessimist.thrash

 

 

Ecco ripresentarsi all’auditorio i teutonici pessimisti, da non scambiare con gli americani del Brutal Death. Ben sette anni dall’ultima uscita “Death from above” (dieci dall’esordio ufficiale) e non si torna dimessi, ma ben carichi. Questo terzo full-lenght qui recensito, è un disco ricco e piacevolissimamente fruibile. La scorrevolezza di questo disco è dovuta alla grande abile sensibilità di mettere in fila un riffing fluido nonostante i cambi di ritmo e i cambi di giro chitarristico. Siamo di fronte ad una ispirazione strutturale che si rifà strettamente al passato del Thrash, senza mancare di feeling.

La tradizione è presa pari pari da quel tagliente uso della chitarra dei primi Metallica, poi intonando un’anima Death-Metal per quanto riguarda certi passaggi più duri o certi vocalizzi in screaming e più raramente in growling. Ma la cosa migliore è senza dubbio sviscerata dall’impatto ragionato della sei corde. Dal punto di vista dei testi si parla di guerra, e il suono espresso la descrive molto efficacemente.

Ci sono delle sfuriate che rendono bene l’idea di una cavalcata d’attacco bellico; pezzi che martellano pesantemente ma che elaborano con gusto anche momenti dai toni più dimessi. Tutte le prime tracce fino alla quarta sono ineccepibili e ardono di sentimento. Con la title-track “Holdout” e con “The King of Slaughter” si affacciano due momenti meno efficaci e dinamicamente più canonici. Niente filler, per carità, ma la seconda parte del disco sembra meno interessante, per quanto mantenga potenza e cura.

L’ultima traccia “7-28” va comunque segnalata per la sua vena leggermente melodica che vira verso il Death melodico per certi versi vicino alla verve progressive dei norvegesi Borknagar, e questa sfaccettatura viene sottolineata anche dalla lunghezza della traccia che supera ben oltre i dieci minuti. La song in questione abbandona solo in parte le sventagliate aggressive del resto dell’album, infatti conserva una cattiveria di fondo, ma comunque con un risultato più intimista e malinconico.

Quasi ogni pezzo si scatena virulento, poi inserendo spesso rallentamenti di ritmo e anche atmosfere più morbide, a volte scure, comunque sempre avvolgenti. Le parti di senso epico ricordano molto chiaramente le modalità usate degli stessi Metallica. La vicinanza alla band americana è data dalla sommatoria di riff diversi che vengono impilati in una stessa canzone, che tanto caratterizzò l’inizio del Thrash. L’uso dell’ugola però si ritaglia una linea melodica meno ricercata di quella dei Metallica, prediligendo l’abrasione urlata piuttosto che inventare ritornelli da cantare. Il cantante usa anche qualche inserzione hardcore.

Se la chitarra ritmica è la caratterizzazione basilare della band con la creazione di un groove concatenato, quella solista disegna momenti interessanti, anche ariosi, sebbene non possa essere considerata una presenza dall’alto virtuosismo tecnico. Si costruiscono muri sonori che però talvolta digradano verso paesaggi meno irruenti, è la dicotomia tra rabbia e sofferenza della guerra, che s’increspa dinamica, o annichilisce tristemente.

Non è un album semplicemente di thrash scolastico; c’è del genio in questa affermazione che fa di sé la band. Si denota una conoscenza perspicace di come si dosano gli ingredienti, quando è il basso a portare al cambiamento di visione, o è un tocco della batteria. I brani non cambiano fra loro atteggiamento, ma in ognuno di essi troviamo piccole idee preziose che favoriscono il piacere dell’ascolto. La parti morbide infatti non spezzano la forza del brano a cui appartengono, bensì alimentano l’emozione e permettono al pezzo di conservare attrazione. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Landsknecht

02.  Roaring Thunder

03.  Kill & Become

04.  Death Awaits

05.  Holdout

06.  Mountain of Death

07.  The King of Slaughter

08.  Agony

09.  7-28

 

Michael “TZ” Schweitzer – vocals

Eric Tobian – guitars

Murphy Lange – guitars

Samuel Maier – bass

Jan Hagin - drums

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