Solaris

                                              Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte

                                              Bronson Recordings

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L’underground italiano continua a sfornare belle realtà musicali che nascono e crescono anche se boicottate dalle grandi visibilità nazionali. In un mondo artistico in cui anche la musica leggera è morta, ridotta a “musichette”, parafrasando il titolo del nuovo lavoro, il rock non mainstream invece riesce a produrre vitalità. E’ il caso dei Solaris, provenienti dalle parti di Cesena, che giocano con suoni duri e atmosfere morbide, ben ispirati e con verace personalità, alle prese con una pubblicazione in uscita che presenta un fascino introspettivo. L’esordio discografico è del 2017 con “L’Orizzonte degli eventi”, ma altre registrazioni e le esperienze live già di un certo livello, li hanno fatti arrivare al 2020 con ancora l’energia giusta.

Il lavoro possiede una tensione emotiva che non urla rabbia, quanto una tonica affermazione di significato, un desiderio di sostanza. Il primo pezzo “Podio” è però esteticamente troppo asciutto, non in grado di stare allo stesso grado di  valore del resto del disco, pur risultando come traccia più dura, quasi punk. Tutte le altre 5 tracce invece imprimono ampi respiri anche quando sono scure o doom. “EZIKMDREK” è fra le song più intime lasciando emergere una insofferenza ben descritta dai passaggi grumosi della chitarra e dai toni oscillanti della voce. L’andamento sonoro della suite “ORO” vive di un leggero tenore Progressive alla Banco, ed è il pezzo più rarefatto del lotto, con una sofficità che avvolge alitando ipnotica.

Il cantautorato da crooner esce fuori in “Voce”, dove lo schema è più classico e prevedibile, sebbene funzionante, anche se la seconda parte del pezzo è più tecnicamente dark (se qui vogliamo vedervi dell’Industrial, ne abbiamo la chance). “Marnero” è un’altra minisuite, in questo caso meno americana e più vicina al modo italiano di esprimersi, ma senza cadere in trappole stilistiche che la possano sminuire, lucidamente in grado di infliggere una cadenza ossessiva, non durissima ma comunque impaziente, incisiva.

Onorano la figura di Stanislaw Lem, scrittore di fantascienza, ma è la musica ad esprimere con forza le sensazioni umorali sentite da questi musicisti. La band si descrive come Cinematical Post-Metal che è un termine un po’ esagerato, però testimone della loro visione artistica, e aggiungono di avere l’attitudine Industrial. In realtà ho avuto la percezione di una vena radicata negli anni ottanta, facendomi venire in mente gli ascolti dell’underground pre-Grunge, substrato culturale attivo, per quanto in modo povero, anche in Italia. Era una realtà alternativa, di tipo punkeggiante, che assomigliava anche a ciò che Seattle stava per sfornare senza averne allora però lo stesso profondo respiro. La forte impronta Grunge (con ben poco di Industrial) del gruppo, si dipinge anche di un certa tradizione cantautorale tipica del rock italico. Essi potrebbero rappresentare l’ibrido che modernizza il senso troppo spesso provinciale dei rocker italiani, soffiandoci dentro quel suono americano che li internazionalizza.

Considerando poi anche il senso metal che vi troviamo, possiamo parlare dei Solaris come di un animale senziente in grado di parlare con grande facilità al mondo del pubblico europeo, questo nonostante cantino in Italiano. Il Casadei della line-up non ci suona liscio, ma un anticommerciale sound che lui canta come se la sua anima non potesse trattenersi, pur usando abilmente le sfumature vocali che lo rendono particolarmente comunicativo. Questo anche quando alza i toni o grida. Il cantato in italiano è reso con metrica che non fa rimpiangere l’inglese, ed è per questo che suona in modo fluido e sinuoso.

Questa musica non può più essere considerata sperimentale, non di meno la band sa gestirla con impostazione alternative, sempre però usando raffinatezza e spesso anche delicatezza. Un disco che chiamarlo ep è troppo poco e chiamarlo album è troppo avendo sei tracce (in realtà 5 perché la traccia 5/6 funziona bene se considerata unica), in effetti alla fine si desidera un altro pezzo da ascoltare, ma questo probabilmente è dovuto alla bellezza emersa. Una piccola perla che non dovrebbe scomparire nei meandri del panorama rock, ma che andrebbe valorizzata nel modo giusto perché diventi patrimonio comune. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Podio

02.  Ezikmndrek

03.  Oro

04.  Voce

05.  Maledetti

06.  Marnero

 

Alberto Casadei – vocals / guitars

Paride Placuzzi - guitars

Lorenzo Bartoli - bass

Alan Casali - drums

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