Cirith Ungol

                                                                                                             Forever Black

                                                                                                             Metal Blade Records

                                                                                                             www.facebook.com/cirithungolofficial

 

 

Dopo ventinove anni riecco la band culto americana venirci a graffiare con la sua ruvida epicità. Dopo tre full-lenght tra l’81 e l’86, ed un unico disco nei novanta, qui siamo soltanto al numero cinque, ma è come se nulla fosse cambiato. I classici riff anni ottanta, ammantati della sempre oscura aria fascinosa, fanno effetto e appaiono attraenti brano dopo brano. Talento rimasto inalterato per artisti che non hanno fatto innamorare la massa ma che si sono ritagliati un loro angolo di fan. Meritano il riconoscimento della storia quanto certi gruppi europei come Angel Witch ed Holocaust con i quali hanno comunque legami stretti artisticamente. E con l’ultima fatica sottolineano che la bellezza non ha tempo. In copertina come al solito una opera dell’artista Michael Whelan; naturalmente bella.

L’atmosferica intro “The Call” sarebbe stata meglio essere un’unica traccia con la canzone “LEGIONS ARISE”, ma quest’ultimo pezzo rimane comunque la cosa più bella dell’album, una cavalcata epica con il piglio energico di una giovane band. “THE FIRE DIVINE” risulta tra le effervescenze meno articolata, ma colpisce per la sua fluida immediatezza. Con “Stormbringer” esce la loro vena più morbida che essi hanno sempre usato per descrivere paesaggi altamente evocativi. Un pezzo come “FRACTUS PROMISSUM” ha dalla sua la dura sfrontatezza sonora. “Nightmare” suona altrettanto aggressiva quanto però elegante nell’assolo un po’ alla Mercyful Fate. Nonostante una buona qualità, l’episodio meno interessante è l’ultimo, la title-track “Forever Black”, a causa forse di riff più scontati; non è però un filler e conquista comunque per la sua classe dark.

Durante tutto l’ascolto del lavoro, si evidenziano alternanze di rallentamento e velocità in un impianto basato sulle variazioni che emana spontaneità e ricchezza espressiva. C’è del doom, ritmi anche cadenzati o più veloci (mai Power), rivolgendosi un po’ ai Black Sabbath, un po’ agli Iron Maiden, ma senza mai copiare davvero. Una voce leggermente meno netta dà l’idea degli anni passati, ma si mantiene in grado di esternare l’aura magica che contraddistingue peculiarmente la band. I suoni di basso e chitarra avevano una specifica sonorità, molto personale, e nell’insieme ciò si mantiene anche se meno esplicitamente. Come allora la chitarra solista si diverte a giocare inserendosi spesso, e lo fa con fluida padronanza. Tornando alla voce, la vera essenza di questo mitico combo, la quale si innalza maligna alla pari di quella del più osannato King Diamond, la sua originalità anticipò, molto più di King, le essenze sgraziate di quelle che saranno poi le musiche estreme. Al di là dei testi (qui ispirati allo scrittore Moorcock) che possono attingere al fantasy in modo più o meno tenebroso, le melodie malate posseggono quel fascino perverso che incute rispetto e fa aleggiare lo spirito marcio di una forza epica; una impostazione che fa venire in mente meno gli eroi in carne e muscoli alla Manowar, quanto gli esseri più scheletrici e cadenti di guerrieri informi e di fantasmi. Quell’essenza è rimasta intatta e il rientro in scena di un combo così è vincente e rimane ancora una isola a sè nonostante i mille gruppi in più esistenti nel panorama mondiale. Quando una realtà vecchia esce a questi livelli, è ancora in grado di esercitare influenze sui giovani di oggi.

Roberto Sky Latini

 

01.The Call
02. Legions Arise
03. The Frost Monstreme
04. The Fire Divine
05. Stormbringer
06. Fractus Promissum
07. Nightmare
08. Before Tomorrow
09. Forever Black


Tim Baker – vocals
Greg Lindstrom – guitar
Jim Barraza – guitar
Jarvis Leatherby – bass
Robert Garven – drums

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