Archon Angel

                                                                                                Fallen

                                                                                                Frontiers Records

                                                                                                www.facebook.com/ArchonAngelBand

 

 

Questo lavoro dimostra come si può stare dentro un alveo artistico già collaudato ma risultare egualmente ispirati. Due personaggi importanti vitalizzano qui insieme un disco di un certo spessore. Il cantante dei Savatage (USA) e il chitarrista dei Secret Sphere (Italia) rendono affabilmente bene il songwriting e lo spirito interpretativo. Come spesso fa la Frontiers, dentro ci sono Del Vecchio e Mularoni a fornire le loro esperienze ormai pregnanti rispetto alla produzione. C’è solido heavy sound e anche una orecchiabilità AOR che non determina banale leggerezza, semmai una certa morbidezza, ma più nel cantato che nell’arrangiamento, quest’ultimo in grado di realizzare un tessuto comunque tonicamente corposo.

Le ombreggiature più AoR come nell’apripista “Fallen” e in “Faces of Innocence” sono bei momenti di classe, ma i pezzi più interessanti vanno oltre tali leggerezze e tra questi il fascinoso “THE SERPENT” risulta uno dei pezzi migliori dell’album, realizzando con raffinatezza l’epicità che in qualche modo prende da Ronnie James Dio, immergendola però in sinfonismi alla Trans-Siberian Orchestra di cui guarda caso il cantante ha vicinanze traslate dai Savatage.  Un bel colpo di durezza arriva con l’altro ottimo episodio qual è “HIT THE WALL”, struttura lineare, classica anni ottanta ma con la giusta verve metallica, che farà fare anche un bell’Headbanging sotto il palco (coronavirus permettendo). L’inizio di “WHO’S IN THE MIRROR” ricorda gli U2 ma la song poi è ben altro, tra un incedere cadenzato (qui purtroppo la batteria non ha un bel suono) sostenuto da un bel riffing, e una melodia accattivante, abbastanza hard, dove è solo il ritornello a orecchiabilizzarsi in modo morbido, ma suadente; una traccia davvero intrigante.

Il quartetto del meglio si conclude con la finale “RETURN OF THE STORM”, che col suo piano che accompagna un cantato corale, sembra portarci al mito Savatage, diventando poi una performance lirico-teatrale, Power nella sua concezione di base e progressive nell’assolo piano/guitar (magari si sarebbe potuto potenziare quello tastieristico). La ballata è rappresentata da una acustica “Brought to the Edge” che colpisce nel segno grazie anche ad una melodia molto sentita e perfettamente composta, dolce ma non banale. Nel full-lenght, come già accennato, c’è anche una sinuosità Prog dove però si tende a contrarre tale sfumatura come avviene in “Under the Spell”, in cui per esempio l’assolo, che parte in modo particolare, si spegne quasi immediatamente come ad aver paura di osare (indicazioni dalla produzione per mantenere abbastanza lineare il lavoro?).

Il drumming non sempre appare azzeccato (anche il suo suono in alcuni casi non è così piacevole), ma a volte rende ben ficcanti delle canzoni come avviene nelle già citate “The Serpent”e “Hit the Wall”. Il cantante è in grado talvolta di elicitare pathos sostanziale, ma altre volte pare non dare la giusta dose di energia, anzi in qualche caso manca anche di tecnicità per i limiti della voce che sono abbastanza chiari, in effetti non ha un alto tasso di virtuosismo, e compensa con una verve più interpretativa, favorendo la comunque presente forte personalità. Chi invece è sempre un grande virtuoso è il chitarrista che spinge con un ritmica tenace e articolata, e poi con assoli ficcanti ed eccitanti; i suoi riff hanno un ampio spettro caratteriale, passando tranquillamente da classicità anni ottanta come nella Loudnessiana “Rise” a sequenze più moderne (i Loudness si sentono anche in altre song), e anche nell’uso di vibrazioni acustiche l’italiano sa giostrarsi con grande ispirazione.

C’è poco dei Savatage anche se chi sta attento riuscirà a trovare qualcosa della leggendaria band; in effetti nella globalità si ricalcano molto standard ben consolidati di un Heavy metal molto vecchia maniera, a volte con melodie di stampo Rainbowiano o alla MSG, o per citare musicisti temporalmente più vicini a noi, tipo Axel Rudi Pell. Una opera, a conti fatti, che non delude ma che ha vari punti deboli nel songwriting, dato che non sempre l’ottimo rifframa può rimediare a certe melodie un po’ scontate. Intendiamoci, brani brutti non ve ne sono, e quindi niente filler, però a volte il livello cede. In ogni caso il metal melodico di questo progetto fa onore al panorama del genere, passato e presente, e dobbiamo sottolineare quanto gli italiani oggi siano uno dei motori principali della musica europea, promuovendo come mai prima, la nostra musica divina. 

Roberto Sky Latini

01. Fallen
02. The Serpent
03. Rise
04. Under The Spell
05. Twilight
06. Faces Of Innocence
07. Hit The Wall
08. Who’s In The Mirror
09. Brought To The Edge
10. Return Of The Storm


Zak Stevens – vocals
Aldo Lonobile – guitar
Antonio Agate – keyboards
Yves Campion – bass
Marco Lazzarini – drums

 

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