Wind Rose

                                                                                                             Wintersaga

                                                                                                             Napalm Records

                                                                                                             www.windroseofficial.com

 

 

Una rotonda estetica folk-metal per un combo che sa come far girare la musica. Il tema è fantasy, in particolare consono all’epica d’ambientazione nanesca. Le saghe nordiche si confanno al freddo ma quelle nanesche alla Tolkien necessitano soprattutto di montagne e valli rocciose, quindi sono perfette per la geografia e la cultura italica, dove le Alpi sono le montagne più alte e formose d’Europa. Musicalmente vengono integrate con saggezza le parti sinfoniche che sanno valorizzare i vari passaggi, e lo spirito è imbevuto di parecchia epicità che ben si confà all’anima del progetto. E’ netta anche la sensazione di stare ascoltando musica da film nonostante il molto cantato, però l’insieme è soprattutto folk, fortissimamente folk.

L’intro cinematico “Of Iron and Gold” ci fa capire che l’attitudine sonora è molto legata ad una fantasia di tipo visivo. L’irruenza della title-track “Wintersaga” è decisamente accattivante ma l’estetica, pur pompata, è perfettamente standard quindi non molto originale, è però  piena di dinamismo e potenza e talvolta scatena una sezione ritmica con blasting duro e puro. Poi si sale di un gradino con “DRUNKEN DWARVES”, una esuberante Power Song che ti trascina verso una cavalcata veloce, e quando rallenta lo fa con tonica verve, in un divertentissimo ma intelligente songwriting in cui la melodia in alcuni momenti è piuttosto seriosa, cioè quando non usa la coralità ludica. Altro pezzo forte è la meno scatenata “MINE MINE MINE!” che usa una netta ispirazione filmica e che ha un leggero carattere malinconico pur nella sua virilità; va considerato uno degli episodi meno fumettistici.

Ancora ottimo spessore con la combattiva “THE ART OF WAR” che appare come tra le più epiche nonostante la sempre preponderante propensione folk. Nonostante sia stato usato per il video, l’happy-metal “Diggy Diggy Hole” non si pone fra i momenti migliori, troppo leggera e canonica la concezione, ma ottima per divertirsi insieme ai concerti, e del resto, pur essendo brano minore non è comunque un filler. C’è del dilettevole in molti pezzi, ma anche un ché di compassato e sentimentale come in “There and back again” e “WE WERE WARRIORS”, che dire morbide è esagerato, però hanno un’enfasi più ampiamente aperta e ariosa; la seconda in particolare appare molto ispirata e valida per il pathos che esprime; le sue variazioni sul tema, che l’essere suite le permette, la fanno stare tra le migliori del lotto.

Quarto full-lenght funzionante. L’ironica visione della band non deve far credere che il lato da party sia tutto per loro, i suoni sono raffinati, non c’è nulla di rozzo né nella forma né nella esecuzione tecnica, e spesso incontriamo paesaggi pregnanti e con un minimo di pathos. Assente la caciara, ed è un sintomo di come tali musicisti sappiano trattare la materia, che con un tipo di metal così era facile cadere nel kitsch. Sulle parti vocali vorrei segnalare che alcune volte si sente al necessità di variare con modulazioni che si alzino di tono, ma siccome molta parte delle linee cantate è affidata alle voci corali, forse questa possibilità è divenuta meno spontanea. E’ però interessante e poderosamente bella la sonorità dei cori che la band racconta sia stata ottenuta tecnicamente stratificandola con pluriregistrazioni una sull’altra.

Considerando che si tratta di un gruppo italiano viene spontaneo il paragone con l’altra realtà folk del nostro paese, anche loro quest’anno facendo uscire il loro lavoro; essendo i Wild Rose fortemente tradizionalisti in questo ambito di genere, per quanto caratteristici e personali, stanno un punto sotto gli Elvenking perché questi ultimi il folk lo trascendono dandogli connotazioni ben più ampie ed elaborate, senza perdere mai, in questa loro personalissima rielaborazione, alcunché di forza e carisma. In effetti il paragone non è strettamente fattibile visto che i due modi di fare folk sono totalmente diversi, però negli Elvenkin pare esserci una maggiore punta di arte, mentre nei Wild Rose vi è più mestiere. Ad ogni modo il voto è alto per un disco che non ha mai cali di tensione, e come gli Elvenking anche i Wild Rose sono degni del panorama internazionale. Noticina: davvero non c’era nessun bisogno di assoli chitarristici?

Roberto Sky Latini

 

01. Of Iron and Gold

02.Wintersaga

03.Drunken Dwarves

04.Diggy Diggy Hole

05.Mine Mine Mine!

06.The Art of War

07.There and Back Again

08.The King Under the Mountain

09.We Were Warriors

 

Francesco Cavalieri – voce

Claudio Falconcini – guitar

Cristiano Bertocchi – bass

Federico Gatti – drums

Federico Meranda –keyboards

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