Leprous

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I norvegesi Leprous erano una band di Progressive-Metal. Forse lo possono essere ancora, fatto sta che l’ultimo loro nato è un album che per la maggior parte non lo è. Hanno esordito nel 2009, e sono una delle realtà attuali che dimostrano originalità e forte personalità, anche se forse stavolta l’ispirazione è meno elevata ed in qualche modo forzata. Certo è che, ancora una volta, di farsi normali non hanno voglia. Oggi il loro senso Progressive lo è meno intendendolo come genere specifico, gli inserimenti di altre anime possono comunque farlo pensare come Prog in senso ambivalente, sia cioè come attitudine ad esplorare altre strade fuori dal genere d’origine, sia come ancora parziale appartenenza al genere progressive propriamente detto.

L’inizio con “BELOW” è sentito al modo della classica verve emozionale, con un soffuso velo di malinconica introversione; riuscendo a realizzare un’efficace vibrazione in linea con l’ultimo album “Malina” di due anni fa. La suite “AT THE BOTTOM” (7’20”), forse il pezzo migliore dell’album, nella sua suadenza, culla dolcemente l’ascoltatore e poi nel suo accendersi nei toni lo sveglia con piacevole solarità, e il lungo assolo di violino è un tappeto enfatico di magia. Il velo momento soft, profondo e rarefatto, è dato dall’altra suite “DISTANT BELLS” (7’22”) che serve per lasciarsi andare, potendo immergersi totalmente nel suono distinto, netto e pulito della morbidezza, per poi anche qui accendersi improvvisamente ma in modo più corposo. La traccia più dura è “FOREIGNER” perfettamente inseribile nel genere prog-metal pur avendo un carattere che la lega alla New Wave anni ottanta; la sua tonicità è innegabile, e rende giustizia ad un album a volte un po’ troppo minimalista. La suite più lunga (oltre 11 minuti) è interessante ma non come tante altre cose fatte dalla band; essa fino a 6’47” è brano vero e proprio poi, come fosse altro, fa entrare in scena una sonorità tutta strumentale che non vi è legata, la quale termina il disco in modo introverso e sperimentale, in una atmosfera non del tutto riuscita. Gli altri pezzi sono pensati fuori dal metal, con sempre spirito innovativo, ma anche con una lieve flessione espressiva dove conta maggiormente la linea melodica rispetto alle parti strumentali, parti che risultano comunque sempre ricercate. Gli strumenti non prendono mai il ruolo di comprimari, non distaccandosi mai dal compito di essere puro sostegno della struttura melodica, e per quanto elaborate e interessanti, le loro performance non si elevano a dignità propria in se stessa.

Il virtuosismo ritmico della batteria rimane un punto fermo ed indispensabile al suono raffinato del gruppo. La voce è sublime e fa venire la pelle d’oca. Tornando al concetto espresso all’inizio recensione, i Leprous sono anormali nel panorama rock, ma in questo disco possiamo pensarli normali se il metro sono essi stessi. Lo dico nel senso che rispetto alla produzione precedente appaiono in linea con quanto da loro espresso già in passato, in questo possono dirsi normali, leggermente fermi e non in vera progressione. In realtà le song sono molto meno metal del solito, quindi più soul-pop, e colorate di spruzzate elettroniche (e anche un po’ Muse); inoltre molto meno “suonate” e molto più cantate, per quanto sempre alla loro peculiare maniera. Alla fine però questo è un full-lenght che vale metà dell’ultimo “Malina”. Non possiamo in ogni caso pensare all’insieme come a qualcosa di scadente in quanto per ora la band non è in grado di realizzare dischi scarsi. Soltanto che stavolta alcuni fan rockettari potranno storcere il naso sulla scelta di certe tendenze intrinseche a questa opera targata 2019.

 

Roberto Sky Latini

 

01.  Below

02.  I lost Hope

03.  Observe the Train

04.  By my Throne

05.  Alleviate

06.  At the Bottom

07.  Distant Bells

08.  Foreigner

09.  The sky is Red

 

Einar Solberg – vocals / keyboards

Tor Oddmund Suhrke – guitar

Robin Ognedal – guitar

Simen Borven – bass

Baard Kolstad - drums

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