Iron Kingdom

                                                                                                    On the Hunt

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Anche se la band suona alcuni brani perfettamente all’inglese, è invece una realtà canadese al suo quarto full-lenght dal 2011, e in mezzo un album live (2014). Non è un disco che inventa, ma di certo può essere ritenuto pieno di personalità sebbene attinga a ciò che il metal ha già codificato decenni fa.

Il pezzo “WHITE WOLF” che apre l’album è tutto un programma, col suo netto tiro Heavy Metal, perfetto nei riff e nella struttura, con variazioni ad effetto e dall’atmosfera tipicamente NWOBHM, dove il cantato si pone in atteggiamento da rocker incallito; molto interessante il ponte col titolo, il cui cantato lascia al basso quelle poche note d’atmosfera. L’aggressiva power “SIGN OF THE GOD” invece ricorda il metal ottantiano italico di gruppi come i Vanexa (questo pezzo può essere assimilato allo stile di “Metal City Rockers” del 1983); la batteria ha un bell’approccio dinamico e l’assolo ha un suo carattere ad effetto.

Un episodio efficace è la veloce “Keep and Steel ”, anche se il ripetersi del titolo è un po’ troppo rattrappito a causa della vocalità gracchiante, e sono elementi che con una migliore produzione potevano apparire più corposi ed enfatici. Il risultato sono canzoni belle, in grado di mantenere viva l’anima vera del metallo originario, fatto di energia e classe. “Invaders”, brano più introspettivo, si rifà leggermente ai Savatage con un sottofondo che comunque rimane nei Maiden. Molto accattivante “The Dream”, brano ballata che viene gestito con cognizione di causa inserendo la chitarra ritmica acustica con gustosa raffinatezza, e l’insieme ha una estetica che fa terminare il lavoro con un sentito epico pathos. “Paragon” forse è l’episodio meno riuscito, anche se non annoia, ma accordi e assolo sembrano un riproporre troppo canonicamente la tradizione.

La registrazione ricorda le produzioni scarne anni ottanta, con suoni tipici di chi si faceva le ossa senza avere appoggi importanti. In effetti questa bella band non ha nessuna etichetta che la sostenga, e l’autoproduzione rende comunque loro merito, dato che riesce a non eliminare il piacere dell’ascolto, per una sonorità che in ogni caso supera certe autoproduzioni degli anni ottanta. Vi sono varie ingenuità anche se il gruppo non è ormai privo di esperienza (compresa quella concertistica), e ciò si denota nell’attenzione compositiva espressa, mai banale. Il songwriting ricalca talvolta lo stilema a cavalcata degli Iron Maiden, ma lo fa con il senso giusto, senza apparire stucchevole. Le chitarre soliste altrettanto si ispirano ai duelli ironmaideniani, senza mai annoiare, anzi con il piglio scintillante che sa sempre dove dirigersi. Il cantante usa toni alti, ma a differenza di molti colleghi che giungono al limite della stonatura, egli è in grado di modularla evitando le trappole; e alla fine va considerata tra le ugole virtuose del panorama.

Ottima verve è quella della sezione ritmica dove le pelli hanno dinamismo e tono, e dove il basso si distingue con suono nitido, l’unico elemento che riesce a rendere meno asciutto l’arrangiamento, in brani dal suono spesso un po’ troppo nudo.  In realtà la fruizione scorre bene e non viene mai meno lo spirito del musicista verace, non quello quindi che suona virtuoso per posa, ma che suona per vero amore della musica e non del solo strumento. Non è musica oltre le righe, e quando si fa ricercata lo fa lasciando che tutto sia essenziale, mai pomposo. 

Roberto Sky Latini

01.White Wolf

02.Driftin’ Through Time
03.Sign Of The Gods
04.Keep It Steel
05.Raze And Ruin
06.Road Warriors
07.Invaders
08.Paragon
09.The Dream


Chris Osterman – vocals / guitar
Megan Merrick – guitar
Leighton Holmes – bass
Chris Sonea – drums

 

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