Sonata Arctica

                                                                                                   Talviyo

                                                                                                   Nuclear Blast

                                                                                                  www.sonataarctica.info

 

 

Decimo album in venti anni è un bel traguardo, e anche segno di prolificità. Questa band finlandese è stata sempre molto personale, non solo nella voce molto caratteristica, ma anche nelle idee compositive. Un Power Metal con molti risvolti progressive, che in questo caso perde quasi del tutto la prima caratteristica per totalizzarsi verso la seconda.

La song Power “MESSAGE FROM THE SUN” inizia il lavoro con luminosa (facendo riferimento anche al testo) sonorità; fresca e fluida è una delle canzoni più classiche e tipiche della loro essenza. Ma in seguito l’afflato Power scompare e la morbidezza Prog prende un netto sopravvento. Altro momento Power, pur con una spruzzata di folk, è ritrovabile solo nella strumentale “Ismo’s got good Reactors” che diverte per la sua vivacità allegra; è l’episodio maggiormente dinamico. In effetti la suadente seconda traccia WHIRLWIND” ha il piglio della rotondità più elaborata, appun to di stampo Progressive, anche se non perde la facile fruibilità; è forse il pezzo più interessante e bello del full-lenght.

E ancora puro genere prog si vive nella sentita “A LITTLE LESS UNDERSTANDING” che evoca respiri antichi, il cui velo di modernità è sottile. Brano di ampio respiro e grande pezzo evocativo, nonostante la sua leggerezza espressiva, è “THE RAVEN STILL FLIES WITH YOU”, parecchio dolce, anche soave, ma che contiene una tonicità di base. Tra i brani minori va evidenziata la soffice “The Last of the Lambs” per il genere che si discosta un po’ dallo stilema della band, per far affacciare un lato inedito che è quello che penetra nella atmosfera intimistica dei  R.E.M., buona idea ma che non evolve e non esalta. Durezza ce né poca in questo lavoro, giusto un frammento in “Demon’s gate” per un riffing secco, che però dura pochissimo, perché invece la canzone è morbidosa, decorata di pianoforte. “Cold” è invece il pezzo più commerciale del disco, del tutto AoR, tant’è che è stato scelto per il video, ma in realtà è la traccia meno buona, purtroppo scontata e lineare. anche “Storm the Armada” è piuttosto facile e orecchiabile, ma è migliore di “Cold” grazie ad una linea vocale ed ad accorgimenti meno standardizzati, oltre a possedere uno dei momenti solistici migliori dell’album, e a possedere risvolti quasi alla Yes.

I Sonata degli ultimi album non sono pedissequamente legati alle espressività di altri gruppi, ma non sono neanche inventori di strutture o passaggi originali, diciamo che usano ciò che esiste riuscendo ad assemblarlo con molta vivace soggettività, il che alla fine appare un risultato appartenente solo a loro. Ci provano allo stesso modo anche stavolta, ma è difficile però considerare tale opera come qualcosa di ottimo, ci sono alcune cose che stonano, per esempio è strano che una band come la loro registri con suoni non del tutto qualitativi; inoltre la risoluzione talvolta affoga gli strumenti, ma soprattutto affoga la voce, forse anche per una vocalità che non è mai stata potente, per quanto molto caratteristica e riconoscibile, di solito valore aggiunto della band per feeling. Poverissimi della parte solista, l’impianto cerca soltanto di lavorare sulla struttura e a volte ad enfatizzare il cantato, specialmente i ritornelli, con accompagnamento di coretti e vocalizzazioni accessorie. Poi il songwriting non sempre appare di alto livello, anche se questi musicisti cercano di tenersi lontani dalle banalità, riuscendoci abbastanza bene ma non del tutto. In effetti ci hanno abituato a performance altalenanti, con album bellissimi e altri mediamente buoni (mai scarsi s’intende). Non è un album debole, il metal c’è e non si tira indietro, ma la voglia di cercare la novità non fa completamente centro.

Non è perché si navighi in acque non del tutto familiari, ma al contrario perché si finge di essere innovativi, mentre l’insieme appare già codificato anche se solo apparentemente diverso. La questione si riduce ad un fatto estetico che non sconvolge, ma che permette di godere di un certo piacere se non si pretende di stare davanti ad un capolavoro. C’è un pizzico di ruffianeria che però non sfocia in superficialità, e ciò rende il tutto piuttosto dignitoso. Sono stato troppo duro?

In effetti si, ma considerando alcuni veri picchi artistici del passato, questo non vi arriva nemmeno alla metà. L’ultima vera e propria opera d’arte fu “The Days of Grays” del 2009, poi arrivò un ottimo disco come “Pariah’s Child” nel  2014, ma prima c’era stato un piccolo passo falso come “Stones grow her Name” (2012) e successivamente un troppo melodico e leggero “The ninth Hour” (2016); insomma un saliscendi qualitativo che ha penalizzato la storia compositiva della band. Almeno adesso si è rimasti piuttosto metal, in una qualità media fra i vari punti alti e bassi, per quanto non si rinneghi mai l’essenza melodica, importante da sempre per questo combo. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Message from the Sun

02.  Whirlwind

03.  Cold

04.  Storm the Armada

05.  The last of the Lambs

06.  Who failed the Most

07.  Ismo’s got good Reactors

08.  Demon’s cage

09.  A little less Understanding

10.  The Raven still flies

11.  The Garden

 

Tony kakko – vocals

Elias Viljanen – guitars

Henrik Klingenberg – keyboards

Pasi Kauppinen – bass

Tommy Portimo - drums

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