Angel

                                                                                                         Risen

                                                                                                         Cleopatra Records

                                                                                                         www.facebook.com/Angelhelluvaband

 

 

Tornano gli storici statunitensi Angel, con solo il cantante e il batterista come membri originali. L’intro, ultima traccia che concluse il primo album, qui è la prima e ricorda tremendamente quello che usò successivamente Ozzy in “Mr. Crowley”. Gli Angel si scelsero un look bianco candido ed un moniker angelico per contrapporsi nel 1975, ai demoniaci, considerati così allora, Kiss. La casa discografica era la stessa, e Gene Simmons in persona li raccomandò, ma si voleva dar loro un taglio riconoscibile e così si fecero antitetici ai Kiss suonando un genere più catchy.

Va subito detto che la band sembra voler proprio rituffarsi a capofitto in quel lontano periodo  settantiano, in quanto nulla di moderno c’è nel sound di questo nuovo album uscito a sorpresa dopo ben 20 anni dall’ultimo “In the beginning” che fu pubblicato anch’esso dopo vent’anni dal famoso “Sinful”. Quindi solo settimo album in 44 anni. Questi vent’anni alla volta sembrano salti spazio temporali, dove la band non fa ammodernare il suono, rimanendo agganciata fortemente, in modo vintage, ai tempi che furono. Però il disco funziona e fa sorridere in modo commovente per la sua verve nostalgica.

Dopo l’intro “Angel theme” c’è “UNDER THE GUN” che si presenta con un ottimo riff sviluppando un bel rotondo andamento Hard Rock. Altrettanto Hard Rock la tenace  “SLOW DOWN” che nella sua ironia espressiva mantiene tonica la propria ritmicità e il suo chitarrismo deciso. L’orecchiabilità di “SHOT OF YOUR LOVE” è azzeccatissima ma non diventa commercialità di bassa lega. Pezzo che merita segnalazione a parte è “1975” dall’atmosfera evocativa, brano morbido Prog-AoR, annunciato da un tappeto di tastiere rarefatte, che ricalca l’enfasi settantiana; è un pezzo il cui testo ricorda gli anni della fondazione, nominando nostalgicamente New York Dolls; Kiss and Queen”, riuscendo in un episodio toccante, tra i migliori del lotto.

Ottima anche “WE WERE THE WILD” dal riff solido e dall’alto tasso di elettricità solista della sei corde, il cui cantato, anche se tonico, ha un respiro meno duro e quindi posto sul versante AoR.  La semplicità non inficia la bontà delle song e anche un inno scontato come “(Punky’s couch Blues) Locked, cocked and ready to Rock”, alla fine ha il diritto di starsene lì a farsi ascoltare per vivere davvero l’era vintage qui onorata. La presenza di composizioni infantili come “I.O.U.”, che sembra più un brano dei acquosi Carpenters, diluisce il carattere rock del full-lenght; se ne poteva fare a meno, ma la band non sembra volersi porre l’obbiettivo dell’album perfetto, quanto cantare e suonare tutto ciò che esce fuori da loro, per quello che è forse l’ultimo afflato. Pur vivendo anche di AoR, gli Angel sono  migliori quando più duri, infatti i pezzi leggeri e troppo easy-listening, come “Turn around”, appaiono semplicistici e inoffensivi, diciamo poco sostanziosi. Inoltre in altri momenti sembrano troppo derivativi come in “Desire” in cui tutto sembra già sentito (persino quell’ “honey honey” alla Abba). Eppure anche i pezzi minori non sembrano essere stati scritti svogliatamente. Molto intrigante il riffing di “Our Revolution” e l’assolo risulta ficcante, anche se la canzone non è molto pregnante,  ma questi pezzetti danno l’idea che la band non vuole mai arrendersi anche se poi le idee-ciambelle non vengono sempre col buco. Curiosità: L’inizio acustico di “Stand Up” ricorda “Vita spericolata” di Vasco. Altra curiosità la presenza del vecchio brano “Tower” presente come traccia apripista nel primo album del 1975, registrato nuovamente per l’occasione, a concludere il disco; un lungo pezzo di puro Hard Rock con anche vibrazioni soft, il tutto vicino allo stile Rush.

Sezione ritmica che sostiene l’insieme con la durezza giusta senza mai appesantire le song. Tastiere edulcorate davvero quasi infantili, ma è il suono antico che rivive nelle tracce di una band che di stare negli anni duemila non ha proprio voglia. Chitarra distorta e riffing dal pieno animo rock. I solismi ci sono, vanno dritti al sodo, cercando anche ampliamenti senza rimanere sempre in confini temporali troppo brevi, anche se invece in altri casi, pur essendocene bisogno, stranamente l’assolo latita. I soli di chitarra perciò vanno meglio di quelli tastieristici; in effetti non c’è il grande Giuffria, ma possiamo accontentarci visto che il lavoro funziona più che bene anche con assoli di tastiera semplici. La voce non è di grande impatto virtuoso, ma è quella che serve a canzoni mantenute in equilibrio tra energia e suadenza. Migliore la parte iniziale dell’album, meno alto il livello della seconda, ma divertenti entrambe le sezioni. Se avete conosciuto la musica di quel tempo sarete soddisfatti di questo viaggio nel tempo, se siete invece giovanotti che vi imbattete per la prima volta in questo suono antico, conoscerete un po’ dello spirito di quella generazione magica. 

Roberto Sky Latini

 

01.  Angel theme

02.  Under the Gun

03.  Shot of your Love

04.  Slow Down

05.  Over my Head

06.  1975

07.  We were the Wild

08.  I.O.U.

09.  (Punky’s Couch Blues) Locked, cocked and ready to Rock

10.  Turn around

11.  Desire

12.  Our Revolution

13.  Tell me why

14.  Don’t want You to go

15.  Stand up

16.  My Sanctuary

17.  Tower (2019 re-recorded)

 

 

Frank Dimino - vocals

Steve Blaze - guitar

Michael T. Ross - keyboards

Randy Gregg - bass

Barry Brandt - drums

 

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